“Figlia dell’ultimo re” Ornella Albanese racconta la principessa dimenticata che trasformò la prigionia in forza

La notte del 6 marzo 1266 segna la fine di un regno e l’inizio di una delle vicende più dolorose e misteriose del Medioevo italiano. Dopo la morte di Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento, i suoi figli spariscono improvvisamente nel nulla. Tra loro c’è Beatrice di Svevia, una bambina di appena sei anni…

“Figlia dell’ultimo re”- Ornella Albanese racconta la principessa dimenticata che trasformò la prigionia in forza

La notte del 6 marzo 1266 segna la fine di un regno e l’inizio di una delle vicende più dolorose e misteriose del Medioevo italiano. Dopo la morte di Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento, i suoi figli spariscono improvvisamente nel nulla. Tra loro c’è Beatrice di Svevia, una bambina di appena sei anni destinata a trascorrere gran parte della propria vita in prigionia.

Con “Figlia dell’ultimo re. Beatrice di Svevia, la principessa prigioniera”, pubblicato da Mondadori, Ornella Albanese riporta al centro della narrazione storica una figura femminile quasi dimenticata, trasformandola nella protagonista di un romanzo intenso, crudele e profondamente umano.

L’autrice costruisce una storia che intreccia documentazione storica e coinvolgimento emotivo, facendo emergere il ritratto di una donna cresciuta tra isolamento, odio e desiderio di riscatto. Ma soprattutto racconta una protagonista costretta a imparare cosa significhi vivere dopo essere stata privata dell’infanzia, della libertà e persino della possibilità di conoscere davvero il mondo.

Ornella Albanese è da anni una delle voci più apprezzate del romanzo storico italiano. Nei suoi libri la Storia non resta mai semplice sfondo decorativo, ma diventa spazio vivo, attraversato da passioni, conflitti e figure femminili di grande forza narrativa. Ed è proprio questo approccio a rendere “Figlia dell’ultimo re” un romanzo capace di unire rigore storico e intensa partecipazione emotiva.

Ornella Albanese riporta alla luce la storia dimenticata di Beatrice di Svevia

“Figlia dell’ultimo re. Beatrice di Svevia, la principessa prigioniera”, di Ornella Albanese, Mondadori

Dopo la morte di Manfredi, Carlo d’Angiò deve assicurarsi che nessun erede della dinastia sveva possa rappresentare un pericolo per il nuovo potere. Beatrice viene così catturata e rinchiusa, separata dal resto della famiglia e costretta a vivere per diciotto anni dentro una cella.

La prigionia diventa il centro emotivo del romanzo. Ornella Albanese racconta il tempo sospeso dell’isolamento attraverso dettagli sensoriali e psicologici che rendono la sofferenza della protagonista quasi tangibile. Il passare della luce sul pavimento, il vento sul viso, il corpo controllato e privato della libertà assumono un significato enorme dentro una vita ridotta a pochi gesti essenziali.

Eppure Beatrice continua a resistere. A tenerla viva sono soprattutto l’orgoglio di appartenere alla stirpe sveva e il desiderio di vendetta verso Carlo d’Angiò, l’uomo che considera responsabile della distruzione della sua famiglia.

La protagonista appare continuamente sospesa tra durezza e fragilità. Da una parte c’è una donna segnata dalla rabbia e dal dolore, dall’altra sopravvive ancora la bambina che non ha mai avuto davvero la possibilità di crescere. Ed è proprio questo equilibrio a rendere il personaggio particolarmente riuscito.

Molto intensa è anche la dimensione storica del romanzo. Ornella Albanese intreccia la vicenda di Beatrice con figure come Dante, Giotto e il conte Ugolino, costruendo un Medioevo vivo, attraversato da violenza politica ma anche da arte, poesia e fermento culturale.

Il romanzo restituisce inoltre un’immagine del Medioevo molto lontana dagli stereotipi superficiali. È un mondo feroce, dominato da giochi di potere e vendette dinastiche, ma anche un’epoca ricca di simboli, spiritualità e contraddizioni emotive.

Tra i personaggi più affascinanti emerge Calisto, il giullare e musico che accompagna Beatrice e rappresenta per lei una forma di conforto dentro l’isolamento. Attraverso storie, musica e poesia, il romanzo mostra quanto l’immaginazione e la cultura possano diventare strumenti di sopravvivenza persino nella prigionia.

Molto interessante è anche il modo in cui il libro affronta il rapporto tra corpo femminile e potere. Beatrice comprende presto di essere una pedina dentro un sistema politico dominato dagli uomini, dove il corpo delle donne può diventare strumento di alleanza, controllo o persecuzione.

La scrittura di Ornella Albanese alterna registri diversi con grande naturalezza. Alcune scene sono dure e spietate, altre invece assumono un tono lirico e delicato, soprattutto nei momenti in cui la protagonista si confronta con il desiderio di amore e felicità.

Ed è proprio questo percorso interiore a dare al romanzo la sua dimensione più intensa. Beatrice vive a lungo alimentandosi di odio, convinta che la vendetta rappresenti l’unico modo possibile per sopravvivere. Lentamente però comprende quanto quella rabbia rischi di consumarla completamente.

“Figlia dell’ultimo re” diventa così anche un romanzo sulla trasformazione emotiva, sulla possibilità di ritrovare sé stessi dopo anni di violenza e privazione.

Ornella Albanese riesce a riportare alla luce una figura storica dimenticata senza trasformarla in simbolo astratto. La sua Beatrice resta profondamente umana: feroce, ingenua, orgogliosa, vulnerabile e piena di contraddizioni. Ed è proprio questa complessità a rendere il romanzo così coinvolgente.

Intervista a Ornella Albanese

1.
Beatrice di Svevia è una figura storica poco raccontata rispetto ad altri personaggi medievali. Quando è nato il desiderio di restituirle voce attraverso “Figlia dell’ultimo re” e cosa l’ha colpita maggiormente della sua vicenda?

La prima idea l’ho avuto quando ho finito di scrivere Il falconiere dei re, un romanzo che ruota intorno all’imperatore Federico II e ai suoi figli. 

Alla fine della stesura, ero stata colpita dal destino riservato ai bambini di Manfredi, re di Sicilia, subito dopo la morte del padre in battaglia. I quattro bambini, di cui Beatrice, sei anni, era la più grande, sparirono nella notte, portati via dalle guardie del re vincitore, e di loro non si seppe più nulla. Circostanza oscura che volevo provare a chiarire. Il problema, però, è stata la mancanza di documentazione. E infatti non poteva esserci documentazione su quattro bambini che tutti credevano fossero stati uccisi la notte stessa della cattura. 

Ho accantonato il progetto, ma un paio di anni dopo l’ho ripreso e ho scoperto momenti di vita molto interessanti su Beatrice, perché a un certo punto lei esce di prigione, e quindi non era stata uccisa. Così ho pensato che forse non erano morti neppure i suoi fratellini, e infatti ho trovato alcuni rescritti di re Carlo d’Angiò, disposizioni quasi telegrafiche, ma davvero illuminanti su quanto era accaduto la notte della cattura e anche dopo. 

Della vicenda di Beatrice, mi ha colpito quello che lei ha dovuto affrontare quando è uscita di prigione a ventiquattro anni. Un mondo sconosciuto dove persino la luce diretta del sole e il vento sul viso sono sensazioni nuove. E le mille regole della vita di corte diventano una specie di labirinto in cui non può non smarrirsi. Beatrice deve imparare ogni cosa, anche i gesti più elementari, e il suo musico Calisto scrive per lei alcune rime che cominciano così:

“Impara i versi degli augelli, mia signora, impara i colori dei tramonti e le forme lucenti delle conchiglie.”

2.
Nel romanzo la prigionia di Beatrice non è soltanto fisica, ma anche psicologica ed emotiva. Quanto è stato importante lavorare sul tema dell’identità negata e della memoria di sé?

Io ho cercato di capire cosa potesse dare a quella bambina la forza di resistere per tanti anni in una cella senza diventare pazza.

Così ho voluto fare dell’orgoglio, ma anche del desiderio di vendetta, le forze trainanti del romanzo. Vendetta nei confronti di Carlo d’Angiò, che Beatrice non può non considerare un usurpatore. Per lei l’ultimo re è stato suo padre Manfredi. E l’orgoglio di appartenere alla stirpe sveva, di essere discendente dell’imperatore Federico II, lo Stupor Mundi, ma anche di quel Federico che il popolo chiamava “Barbarossa”, di Ruggieri il Normanno e di Costanza imperatrice. Lei si rende conto che solo la consapevolezza delle proprie origini può aiutarla a essere più forte dei suoi carcerieri.

3.
Una delle cose più forti del libro è il contrasto tra la fragilità della protagonista e la sua feroce volontà di sopravvivere. Come ha costruito questo equilibrio senza trasformarla in un personaggio idealizzato?

Provando a ricrearla dall’interno. Il metodo Stanislavsky applicato alla narrativa. Beatrice è un personaggio affascinante, e io dovevo riuscire a entrare nella mente di questa giovane donna che vive per diciotto anni in una cella di Castel dell’Ovo. 

Avevo i suoi tratti fisici, perché c’è un affresco nel castello della Manta, vicino Saluzzo, che la ritrae, bella, elegante, quasi diafana, mentre pettina i suoi lunghissimi capelli biondi. E io ho voluto ricreare il personaggio, partendo da lì. Dovevo rendere il suo carattere, i suoi pensieri, le sue paure, le sue collere, che sono davvero accese. Dovevo rendere il fatto che non conoscesse molte parole, che non avesse idea di quello che accadeva fuori dalla sua prigione. 

Volevo una donna vibrante, una figura forte, come tutte le mie protagoniste, ma allo stesso tempo sentivo di doverle dare quell’ingenuità di chi non ha avuto un’infanzia, o meglio della bambina che era rimasta intrappolata dentro di lei senza mai crescere completamente.

Quindi una donna forte, ma con momenti di assoluto candore.

4.
In diverse pagine emerge una dimensione quasi sensoriale della prigionia: i capelli tagliati, il corpo controllato, il tempo che passa lentamente. Quanto conta, nella sua scrittura storica, il rapporto tra corpo e potere?

Beatrice, figlia di re, vive per tanto tempo in una dimensione senza tempo. Come rendere in modo narrativamente efficace il nulla assoluto?  Anche i gesti più semplici e i fatti più banali si caricano di significato, come seguire la pozzanghera di sole che si muove sul pavimento o osservare il cielo che cambia attraverso la piccola finestra in alto. 

Quanto al rapporto tra corpo e potere, il corpo femminile è spesso determinante nei rapporti di potere. Il matrimonio giusto poteva significare la salvezza per un sovrano in difficoltà, poteva facilitare alleanze, ingrandire possedimenti, porre fine a contese. Ma, considerato da un altro punto di vista, il corpo diventa anche oggetto di persecuzioni, con prigionia e torture. Ci si accanisce anche sui cadaveri, come accade a re Manfredi, dissepolto e disperso affinché la sua tomba non diventi meta di pellegrinaggio per i seguaci degli Svevi. 

Umiliare il corpo dei nemici sconfitti rende più esaltante il potere.

5.
“Figlia dell’ultimo re” intreccia personaggi storici come Dante, Giotto e il conte Ugolino con la dimensione più intima della protagonista. Come riesce a mantenere equilibrio tra rigore storico e coinvolgimento narrativo?

Quando scrivo un romanzo storico mi piace giocare con le date, e così ho scoperto che Giotto e Dante erano quasi coetanei della mia protagonista, una circostanza davvero particolare che ha cambiato la struttura del romanzo. 

E poi ho scoperto che Cielo d’Alcamo, invece, era molto vecchio, e poiché uno dei protagonisti è un ragazzo con la giocosità di un giullare e la sensibilità di un poeta, proprio come Cielo, e considerando che sono entrambi siciliani, perché non immaginare un loro incontro?

È bastato un breve cenno per dare l’idea della contemporaneità dei due personaggi. Il vecchio saggio che gioca con le rime e che insegna a un ragazzo del popolo l’uso di parole raffinate. 

Quanto al rigore storico… a me piace ripetere che la Storia è complice degli autori, anche quelli più attenti alla documentazione come me. Come si spiegherebbe altrimenti che in mezzo ai loro tanti viaggi, sia Giotto, sia Dante si trovassero effettivamente a Firenze proprio quando ci va la mia protagonista? E Giotto era davvero alle prese con una committenza nella Badia Florentina.

Ho sicuramente inventato il loro incontro e i loro dialoghi, ma questo è il compito del romanziere: muoversi all’interno delle zone d’ombra del passato alternando realtà e finzione e facendo rivivere i personaggi in modo verosimile, rispettando i paletti posti da una documentazione accurata.

6.
Beatrice cresce con il peso di appartenere a una dinastia sconfitta. Secondo lei il romanzo parla anche del modo in cui la Storia punisce le donne legate al potere maschile?

Ci sono infiniti esempi di come la Storia punisca le donne in tanti modi e circostanze, ma in questo caso devo dire che l’essere donna ha salvato Beatrice. Non potendo avanzare alcun diritto al trono, era considerata innocua, a differenza dei suoi fratelli maschi, che invece costituivano un reale pericolo per gli Angiò.

7.
Nel libro l’odio e il desiderio di vendetta sembrano diventare per Beatrice quasi una forma di sopravvivenza. È stato difficile raccontare una protagonista attraversata da emozioni così dure senza renderla distante dal lettore?

Come ho detto, l’odio e il desiderio di vendetta sono i sentimenti che la tengono in vita durante la prigionia e si sono talmente radicati, che Beatrice non riesce a rinunciarvi neppure quando sarà una donna libera. La sua felicità è sempre ammorbata dal veleno dell’odio. La durezza di Beatrice, però, è dettata dall’amore: vuole ritrovare i suoi fratelli e non smetterà mai di cercarli. 

Sua sorella Costanza, regina di Sicilia, le conferma che sono morti e la esorta a placare il suo animoinquieto con queste parole: “Lasciate che i nostri fratelli riposino in pace, ovunque siano.”  Beatrice però le risponde: “Riposeranno in pace solo se sono morti. Al contrario, se sono reclusi come lo sono stata io, non troveranno mai pace.”

E anche lei non si darà pace, ostinandosi nella ricerca. Il mistero che avvolge il loro destino è un altro dei temi che percorrono l’intero romanzo.  

8.
Lei ha scritto numerosi romanzi storici ambientati in epoche diverse. Che cosa rende il Medioevo un periodo ancora così potente dal punto di vista narrativo e simbolico?

Il medioevo è un’epoca ricca di suggestioni. 

È chiaro che io faccio riferimento al mio immaginario, e il mio immaginario mi suggerisce che gli uomini potevano ancora lasciarsi andare ai loro istinti primordiali, non mediati dalle maglie della civiltà. Vivevano le proprie pulsioni in modo amplificato, eccessivo: uccidevano con più ferocia, perseguitavano con più crudeltà (e nel romanzo potremo rendercene conto), coltivavano ambizioni ossessive, e amavano con più furore. Tutto questo è di forte impatto dal punto di vista narrativo. E poi c’era la poesia siciliana che provava a smussare gli spigoli e a rendere la realtà più ieratica.

Perché il medioevo è sicuramente un periodo buio ma con potenti spiragli di luce per quel che riguarda arte e cultura. Oltre alla poesia, che in questo romanzo ha un ruolo importante, ci sono i codici miniati, la ricerca alchemica, le tecniche raffinate della forgiatura delle lame di damasco, i trattati di falconeria, lo splendore degli affreschi e dei mosaici, l’intricata bellezza degli arazzi… tutti mondi che mi è piaciuto esplorare e approfondire nei miei vari romanzi. 

9.
La scrittura del romanzo alterna momenti molto duri ad altri più lirici e delicati. C’è stata una scena che, più delle altre, le ha richiesto un forte coinvolgimento emotivo durante la stesura?

Ecco un altro aspetto che amo del medioevo: la ricchezza delle sue componenti permette a un autore di usare registri di narrazione diversi, dal più crudo e brutale al più lirico.

Quanto alla scena che ha richiesto un forte coinvolgimento emotivo… posso dire tutte? L’emotività è importantissima per far vibrare il romanzo, persino nella descrizione di un paesaggio. 

Forse potrei dire la scena in cui il re vincitore, Carlo d’Angiò, ha un colloquio con la vedova del re sconfitto, ed è un confronto durissimo e straziante.

O il primo incontro di Beatrice con il suo promesso sposo Manfredo, perché dovevo renderlo così intenso da aprire le prime crepe nell’armatura di cinismo che il giovane marchese ama indossare.

O il colloquio di Beatrice con Dante (da notare anche la coincidenza dei nomi), quando tutti i tasselli sparsi nel corso del romanzo trovano alla fine il loro posto.

10.
Dopo aver raccontato Beatrice di Svevia, che cosa spera rimanga ai lettori di questa principessa dimenticata dalla storia ma così viva nel romanzo?

Forse la sua capacità di non arrendersi fin quando non saprà cosa è accaduto ai suoi fratelli. 

Forse il suo faticoso percorso dall’odio all’amore. È un viaggio interiore lungo e pieno di insidie che la conduce lontano.

Dalla prima frase che rivolge al suo futuro marito: “In realtà, ho più esperienza dell’odio che dell’amore” fino al pensiero che rivela il suo appagamento: “Una volta aveva pensato che fosse l’odio la chiave di tutto. Invece era l’amore.

Provava un trepido sollievo all’idea di aver domato la belva che le azzannava l’anima fin da quando poteva ricordare. L’amore allevia lo strazio e restituisce la voglia di vivere, pur nel ricordo del passato.”