“Il tempo dell’orologiaio”, l’ultimo capitolo della saga di Maurizio de Giovanni

Con “Il tempo dell’orologiaio”; Maurizio de Giovanni dà compimento all’universo narrativo nato con “L’orologiaio di Brest”, portando alla luce verità indicibili e segreti inconfessabili.

Il tempo dell'orologiaio, l'ultimo capitolo della saga di Maurizio de Giovanni

Il libro che chiude la saga dell’orologiaio di Brest, etichettato come l’opera più attesa dell’anno, è arrivato in libreria. Parliamo de “Il tempo dell’orologiaio“, l’ultima fatica letteraria di Maurizio de Giovanni. L’autore napoletano, nonché maestro del noir e del giallo italiano contemporaneo, torna a esplorare le pieghe più oscure della nostra Storia recente, portando a compimento la saga iniziata con L’orologiaio di Brest.

“Il tempo dell’orologiaio” di Maurizio de Giovanni

La narrazione prende il via quando la copertura di Carlo a Brest, in Francia, viene definitivamente scardinata. A rintracciarlo sono due figure antitetiche, unite dal medesimo bisogno di risposte: Andrea Malchiodi e Vera Coen. Andrea è un professore ordinario, un uomo del metodo e della razionalità, cresciuto con il mito di un padre morto eroicamente in mare, per poi scoprire che quel padre è un assassino latitante. Vera, invece, è una giornalista mossa da un’ossessione divorante: scoprire la verità sulla morte del proprio padre, ucciso in un attentato nel 1984.

Proprio quando la verità sembra a portata di mano, Vera scompare nel nulla. È qui che il tempo subisce un’accelerazione violenta. Carlo e Andrea, un duo improbabile e carico di reciproci risentimenti, si lanciano in una caccia disperata per ritrovarla. Al loro fianco c’è Martina, la figlia di Andrea, una giovane donna dal carattere ruvido e spigoloso, che sembra aver ereditato dal nonno “orologiaio” più di quanto il padre sia disposto ad accettare.

Un viaggio nel “Grande Freddo” della lotta armata
De Giovanni definisce questo romanzo come il “C’eravamo tanto amati” dell’ultimo assalto al cielo. Non è solo un noir, ma una riflessione profonda sulle disillusioni di una generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo attraverso la violenza e che si è ritrovata, quarant’anni dopo, a fare i conti con i propri fantasmi.

Attraverso una pista polverosa che affonda le radici negli anni Ottanta, Carlo Malavasi deve confrontarsi con i compagni di un tempo e, soprattutto, con chi lo ha venduto a un oscuro centro di potere. L’indagine diventa così un pretesto per misurare la profondità del tradimento e l’irrimediabilità del dolore. Come scrive l’autore, “non si esce vivi dagli anni Ottanta”: quel decennio non è un capitolo chiuso, ma una ferita aperta che continua a sanguinare nel presente.

La poetica dell’orologio fermo

La forza della scrittura di de Giovanni risiede nella sua capacità di trasformare l’azione in introspezione. La metafora dell’orologio non è solo un riferimento alla professione del protagonista, ma una scelta stilistica. “Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo”, leggiamo tra le pagine. È la sospensione del ricordo, quell’equilibrio precario che precede lo scatto finale dell’ingranaggio.

L’autore, celebre per serie come “Il Commissario Ricciardi” e “I Bastardi di Pizzofalcone”, qui abbandona le atmosfere rassicuranti (per quanto malinconiche) del giallo classico per immergersi in un noir politico e civile. La Napoli solare e caotica lascia spazio a una geografia del dolore che attraversa l’Europa, tra la nebbia della Bretagna e i palazzi del potere romano, dove i segreti sono valute di scambio e la riconciliazione appare un’utopia impossibile.

Perché leggerlo

“Il tempo dell’orologiaio” è un libro necessario per chi cerca nella narrativa oltre all’intrattenimento una chiave di lettura per il nostro presente. De Giovanni ci sfida a guardare nell’abisso delle nostre colpe collettive, ricordandoci che la memoria non assolve, ma presenta il conto, presto o tardi.

È un romanzo popolato da “fantasmi che nessuna riconciliazione può esorcizzare”, ma è anche una storia di legami familiari ritrovati nel momento più buio. Il rapporto tra nonno, figlio e nipote rappresenta l’unica luce in una trama dominata dalle ombre: tre generazioni a confronto che cercano, pur tra mille difficoltà, di ricomporre i frammenti di un orologio che la Storia ha mandato in frantumi.

Con questo capitolo finale, Maurizio de Giovanni conferma di essere uno dei massimi interpreti del genere in Italia, capace di unire una trama mozzafiato a una sensibilità poetica rara, che trasforma ogni battito del cuore dei suoi personaggi nel rintocco di un tempo che, finalmente, ha deciso di rimettersi in moto.