Matteo Strukul torna in libreria con “La vendetta dei leoni di Venezia” (Newton Compton), secondo capitolo di una trilogia che sul modello del romanzo picaresco sta ridefinendo i canoni dell’avventura storica in Italia. Dopo il successo de “La congiura delle vipere”, lo scrittore padovano sceglie di confrontarsi con un modello letterario nobile e complesso: il romanzo picaresco.
Ma cos’è il romanzo picaresco? In questo intervento esclusivo, Strukul ci racconta le radici di questa scelta, citando i grandi classici — dal Lazarillo de Tormes a Moll Flanders — e svelando come l’archetipo del “diseredato” sia diventato la chiave per narrare i chiaroscuri della Serenissima nel XVII secolo.
Perché ho scelto il romanzo picaresco per raccontare la mia Venezia (di Matteo Strukul)
Per la mia nuova trilogia pubblicata da Newton Compton, fra i tanti modelli letterari possibili, ho scelto quello del romanzo picaresco, davvero poco presente nell’editoria più recente – non solo italiana – con la virtuosa eccezione delle avventure dedicate al capitano Alatriste da Arturo Perez Reverte, serie ormai uscita in sei volumi a cominciare dal 1996.
Ambientando la mia saga nella Venezia del Seicento, la scelta era quantomai obbligata: per la stesura di un affresco in tre parti, dal respiro corale, ho voluto rispolverare certe letture poco citate e che qui riporto con diligenza, penso dunque al Lazarillo de Tormes, a Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, a Fortune e sfortune di Moll Flanders di Daniel Defoe.
Al centro di queste storie vi sono i picari: gli orfani, i diseredati, i sopravvissuti, coloro che, nati soli, sono chiamati a sopravvivere con ogni espediente e mezzo. Così sono dunque i miei personaggi, in questa trilogia cominciata con La congiura delle vipere e giunta ora al suo secondo capitolo con La vendetta dei leoni di Venezia.
E in effetti, nella complessa trama di questa grande avventura, si intrecciano i destini di tanti personaggi senza genitori, disposti a tutto pur di salvare la pelle, siano essi spadaccini senza scrupoli come El Caigo – in veneziano La nebbia – ammazzasette e giustiziere con le ombre addosso, L’Invelenada – l’Arrabbiata – prima, bimba abbandonata dal padre, poi avventuriera senza scrupoli, capace di ben maneggiare la lama e il veleno o ancora Rea, orfana greca, finita in un postribolo veneziano, liberata e divenuta ben presto la più affascinante e stimata profumiera della Serenissima.
Amo da sempre la tradizione del picaresco perché fin dalla sua origine, nel Cinquecento, si è rivelato romanzo capace di nutrirsi di intrighi, viaggi, avventure, vagabondaggi, truffe e travestimenti, ponendo al centro il percorso di formazione dei protagonisti senza mai garantire le accomodanti separazioni in bianco e nero fra buoni e cattivi ma anzi lavorando a pieno ritmo su sfumature, contraddizioni, fragilità e cambi di prospettiva, mettendo lettrici e lettori di fronte alle scelte dei personaggi che, quasi mai, si rivelano rassicuranti ma anzi sfidano apertamente il pubblico.
La Venezia del Seicento era il teatro perfetto per una storia come questa, stretta com’era dalla Milano spagnola a ovest e dal Viceregno di Napoli anch’esso sottoposto alla dominazione del Rey, con una congiura al centro della vicenda, dei pirati sanguinari, chiamati Uscocchi, pronti a predare le navi della Serenissima nell’Adriatico, un ambasciatore come il marchese di Bedmar troppo intraprendente e in pieno delirio di onnipotenza da Siglo de Oro, i tercios giunti a Venezia per conto di quest’ultimo, disposti a cospirare per rovesciare il doge o magari a far peggio. E poi, oltre ai personaggi già menzionati, avevo una pittrice coraggiosa, un capo degli sbirri e degli zaffi, un brigante di Saint Malo.
Ce n’era abbastanza per un cast ricco e una trama avvincente e per rinverdire i fasti di una letteratura che nelle sue infinite reincarnazioni aveva poi prodotto opere come Le memorie di Barry Lindon di William Makepeace Thackeray o Tom Jones di Henry Fielding. Come a dire che, in seguito, la tradizione del picaresco è andata spostandosi dalla sua terra d’origine, la Spagna, fino all’Inghilterra e a giungere negli Stati Uniti d’America, penso ad esempio a Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.
Una letteratura, dunque, che ha rappresentato nel tempo un archetipo e che ha saputo mescolarsi a infinite altre suggestioni, dando alla luce autentici capolavori. Per questa ragione, mi è parso che recuperarne le radici, attraverso una grande saga in tre parti, completamente ambientata nella Serenissima Repubblica di Venezia e nel Mare Adriatico del Seicento, potesse rappresentare una sfida importante da un punto di vista autoriale e una bella scommessa con le mie lettrici e i miei lettori.
