Viaggio letterario a Catania, sulle orme del verismo e di Verga

Viaggio letterario a Catania, sulle orme del verismo e di Verga

Viaggio letterario a Catania, sulle orme del verismo e di Verga

L’Etna sullo sfondo, il barocco che irrompe maestoso, gli elefanti di pietra lavica disseminati tra piazze e facciate: Catania si presenta così, una città che chiede di essere accettata, più che interpretata. Richiede uno sguardo caro al verismo siciliano, dove la realtà viene semplicemente osservata per quella che è. Catania, tra le città siciliane, è forse la meno scenografica. Ed è proprio per questo la più vera.

Dall’Etna al Castello Ursino: itinerario letterario a Catania, nel cuore della Sicilia

Percorrere le strade di Catania significa attraversare una città stratificata, fatta di livelli che si sono sovrapposti nel tempo senza mai cancellarsi. Fin dai primi passi questa percezione di concreta ruvidezza ci accompagna nel nostro viaggio.

L’Etna: il colosso dalla personalità inquieta

Quando si cammina viene spontaneo alzare lo sguardo, verso l’orizzonte o verso un punto che cattura l’attenzione. Già dai primi passi, i nostri occhi si posano inevitabilmente su quello che potremmo definire un colosso inquieto: l’Etna. Il vulcano non è solo la montagna scura che sovrasta la città: è una presenza vicina, imponente, una materia viva che unisce bellezza e distruzione.

Non stupisce che Leonardo Sciascia, parlando della sua terra, scrivesse:

“La Sicilia è tutta una metafora”

A voler significare che dietro l’apparenza si apre una verità duplice: bellezza e ferita, armonia e frattura. L’Etna, con ostinazione, ce lo ricorda: non è uno sfondo, ma un elemento naturale che nella sua storia ha riscritto continuamente Catania, stratificando distruzione e rinascita, come se la città fosse in perpetuo divenire.

Seguendo questa tensione, tra stabilità e mutamento, continua il nostro percorso urbano verso uno dei luoghi più emblematici della città.

La fortezza: quando il passato si riscrive

Ci si arriva passeggiando su strade assolate ma tranquille: il traffico non è quello che si immagina nelle grandi città siciliane; al contrario, sorprende il senso di quiete che accompagna il percorso.

Un esempio concreto di quanto il territorio sia cambiato nel corso dei secoli lo offre la visita al Castello Ursino. Tra echi barocchi e squarci moderni si giunge accaldati davanti alla fortezza. Quest’antico edificio era originariamente costruito su un promontorio a picco sul mare, mentre oggi si trova a circa un chilometro dalla costa.

Il cambiamento del paesaggio è legato soprattutto alla grande eruzione dell’Etna del 1669, che con la sua colata lavica modificò profondamente la linea costiera.

Non si può più sentire lo sciabordio del mare, ma resta percepibile una storia in cui passato e presente convivono amalgamandosi alla perfezione in una città in continua trasformazione. E questa evoluzione, senza soluzione di continuità, ci conduce verso il cuore barocco della città.

Il cuore barocco: il Duomo

L’edificio che raggiungiamo si staglia imponente sotto l’azzurro del cielo siciliano. Lo osserviamo sorseggiando una granita al gelso, accaldati dalla camminata nel centro storico.

Si offre a noi come il risultato di diverse ricostruzioni, avvenute dopo terremoti ed eruzioni che hanno più volte ridisegnato la città.

Il Duomo di Catania rappresenta il cuore barocco: una scenografia urbana nata da ricostruzioni successive. È uno spazio che invita alla contemplazione della sua imponenza, ma che rivela la propria complessità nei dettagli.

Al centro della piazza, l’elefante in pietra lavica, il “Liotru”, è il simbolo più riconoscibile della città. La sua origine è incerta, sospesa tra leggenda e storia, ma la sua presenza è costante nell’immaginario collettivo. Realizzato nello stesso materiale che racconta il legame con l’Etna, l’elefante sembra condensare l’identità di Catania: forza e resistenza, memoria e trasformazione.

Eppure, è allontanandosi dalla monumentalità che la città mostra il suo volto più autentico.

Il mercato del pesce: un ritratto sincero della Sicilia popolare

Catania sembra una fenice che continua a rinascere dalle sue ceneri. Ma è la nostra ultima tappa, la Pescheria, da sempre luogo di passaggio tra il porto e il Duomo, lo spazio che più resiste al cambiamento.

Sebbene sia stata ridefinita dopo il grande terremoto del 1693, resta una delle aree più popolari e autentiche della città.
Qui Catania smette di essere architettura e diventa voce: un intreccio di suoni, contrattazioni, gesti quotidiani e odori intensi.

Gli anziani che giocano a carte restano come ultima immagine impressa. Ed è proprio in questa dimensione che il legame con la letteratura diventa più evidente.

La lezione di Verga

Catania non ha bisogno di cornici o orpelli. In questo senso sembra attraversare la lezione di Giovanni Verga, che nel ciclo dei Vinti ha raccontato una realtà priva di abbellimenti, restituendo la vita nella sua essenza più concreta.

“Il racconto deve avere l’impronta della realtà”
– Prefazione a L’amante di Gramigna (1878)

Anche qui non c’è spazio per la città-cartolina: ciò che emerge è una verità ruvida, che non cerca approvazione nello sguardo esterno.

Catania, come nelle pagine veriste, non si lascia idealizzare: si impone per ciò che è, tra bellezza e ferita, tra monumentalità e vita popolare.

Ed è in questa sottrazione di finzione che Catania rifiuta di essere una cartolina e si lascia vedere senza vergogna per ciò che è.