“La figlia oscura” di Elena Ferrante pubblicato nel 2006, è uno dei testi più disturbanti e profondi dell’autrice italiana perché affronta un tema spesso raccontato attraverso stereotipi rassicuranti: la maternità.
Ferrante, da sempre interessata alle contraddizioni interiori delle donne, costruisce una storia fatta di desiderio di fuga, senso di colpa, rabbia e bisogno di libertà. Tutti elementi che, nel racconto tradizionale della maternità, vengono spesso nascosti o addolciti.
Quando Maggie Gyllenhaal decide di adattare il romanzo per il cinema, sceglie di non trasformarlo in un melodramma convenzionale. Al contrario, ne mantiene il disagio, il senso di inquietudine e quella continua tensione psicologica che rende “La figlia oscura” un’opera impossibile da dimenticare.
“La figlia oscura” dal libro allo schermo
Il libro
“La figlia oscura”, di Elena Ferrante, edizioni e/o
La protagonista del romanzo è Leda, insegnante universitaria divorziata, madre di due figlie ormai adulte. Quando le ragazze partono per raggiungere il padre in Canada, la donna si ritrova improvvisamente sola. Dovrebbe sentirsi malinconica, e invece accade qualcosa che la spaventa quasi più della tristezza: si sente libera.
Ferrante costruisce il romanzo attorno a questo sentimento ambiguo. Leda non è una madre “negativa”, ma una donna che ha vissuto la maternità come un’esperienza totalizzante, soffocante e spesso incompatibile con il desiderio di restare sé stessa.
Durante una vacanza al mare nel Sud Italia, l’incontro con Nina, giovane madre apparentemente perfetta, riapre nella protagonista vecchie ferite e ricordi dolorosi. Da quel momento il romanzo assume una dimensione sempre più psicologica e quasi ossessiva.
Leda osserva Nina, la segue con lo sguardo, proietta su di lei il proprio passato e le proprie colpe. Il confine tra empatia, identificazione e ossessione diventa sempre più sottile. Ferrante trasforma così una semplice vacanza estiva in un viaggio dentro il lato più oscuro della memoria femminile.
La forza del romanzo sta proprio nella sua sincerità brutale. Ferrante racconta pensieri che raramente trovano spazio nella narrativa tradizionale: il desiderio di allontanarsi dai figli, la fatica dell’accudimento, il conflitto continuo tra maternità e identità personale.
Il film
“The Lost Daughter”, diretto da Maggie Gyllenhaal
Nel 2021 Maggie Gyllenhaal porta il romanzo sullo schermo con “The Lost Daughter”, suo esordio alla regia. Il film viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove la regista vince il premio per la migliore sceneggiatura, e ottiene poi tre candidature agli Oscar, tra cui Miglior attrice per Olivia Colman e Miglior sceneggiatura non originale.
La pellicola vede protagoniste Olivia Colman, Jessie Buckley e Dakota Johnson. Colman interpreta Leda nel presente, mentre Buckley ne mostra la versione più giovane attraverso flashback che ricostruiscono gli anni della maternità e della crisi personale.
L’ambientazione viene spostata in Grecia, ma il cuore della storia rimane identico: una donna sola osserva un’altra madre e, attraverso quell’incontro, viene costretta a confrontarsi con sé stessa.
Gyllenhaal sceglie una regia estremamente sensoriale. Il mare, il caldo, il rumore delle cicale, i corpi sulla spiaggia e gli sguardi insistenti diventano parte della tensione narrativa. Tutto nel film appare inquieto, instabile, quasi febbrile.
Anche gli oggetti assumono un significato simbolico. La bambola della bambina di Nina, elemento centrale della storia, diventa il punto attorno a cui ruotano desiderio, colpa e maternità. Non è più soltanto un giocattolo, ma una proiezione emotiva, qualcosa che mette in contatto il presente di Nina con il passato di Leda.
Dal romanzo al cinema: un adattamento fedele ma personale
Uno degli aspetti più interessanti di “The Lost Daughter” è il modo in cui Maggie Gyllenhaal riesce a restare fedele allo spirito di Ferrante pur trasformando il romanzo in qualcosa di profondamente suo.
La regista ha dichiarato di essersi sentita immediatamente legata al libro proprio per il modo in cui raccontava la maternità senza idealizzarla.
Nel passaggio dalla pagina allo schermo, alcune dinamiche vengono rese più visive e corporee. Il disagio interiore di Leda emerge attraverso dettagli apparentemente piccoli: un’espressione trattenuta, un gesto nervoso, il fastidio provocato dal caos familiare che invade la spiaggia.
Il film amplifica anche la componente sensoriale del romanzo. La fotografia luminosa e allo stesso tempo soffocante crea una continua sensazione di disagio, quasi come se il sole e il mare nascondessero qualcosa di minaccioso.
Olivia Colman offre una delle interpretazioni più complesse della sua carriera. La sua Leda è fragile, ironica, crudele e profondamente umana. Jessie Buckley, invece, restituisce perfettamente il caos emotivo della giovane madre che cerca disperatamente di non perdere sé stessa.
Il vero tema della storia: la maternità come conflitto
Ridurre “La figlia oscura” a un semplice dramma psicologico sarebbe limitante. Il centro del romanzo e del film è il conflitto tra maternità e identità personale.
Ferrante mette in scena qualcosa che la cultura tende spesso a censurare: il fatto che una madre possa amare profondamente i propri figli e, contemporaneamente, desiderare di fuggire.
Questo è il motivo per cui il libro ha generato discussioni così forti e il film ha colpito critica e pubblico in modo tanto divisivo. Alcuni lo hanno considerato liberatorio, altri disturbante, proprio perché rifiuta ogni rappresentazione rassicurante della maternità.
Leda non è una protagonista pensata per essere simpatica. È contraddittoria, egoista in alcuni momenti, profondamente vulnerabile in altri. Ma è anche incredibilmente reale.
Ferrante e Gyllenhaal sembrano voler dire la stessa cosa: essere madre non cancella il desiderio individuale, l’ambizione, il bisogno di libertà o persino il senso di insofferenza.
Un’opera che ha cambiato il modo di raccontare le donne
Con “La figlia oscura”, Elena Ferrante ha scritto uno dei romanzi più importanti sulla maternità contemporanea. Maggie Gyllenhaal, dal canto suo, è riuscita a trasformarlo in un film che conserva tutta la sua ambiguità e il suo coraggio.
“The Lost Daughter” non cerca di confortare lo spettatore, ma di metterlo a disagio. È proprio questo il motivo per cui l’adattamento funziona così bene. Non tradisce Ferrante, ma ne porta sullo schermo la parte più inquieta e radicale.
La storia di Leda continua a parlare di desiderio, colpa, identità femminile e libertà, dimostrando come alcune delle emozioni più difficili da confessare siano spesso anche le più universali.
