Asma Mhalla, con “Resistere ai tempi oscuri” si conferma una delle voci più lucide quando si parla di tecnologia, potere e società.
Mhalla non osserva il presente con nostalgia né con allarmismo sterile, lo analizza. E lo fa partendo da una consapevolezza semplice ma disturbante: il controllo oggi non ha più bisogno di imporsi, perché viene interiorizzato. Le piattaforme, gli algoritmi, le interfacce che utilizziamo ogni giorno non sono neutre. Modellano il nostro modo di pensare, di desiderare, di percepire la realtà.
“Resistere ai tempi oscuri” nasce da questa intuizione. Non è un saggio che si limita a descrivere un problema. È un invito a riconoscerlo dentro la propria vita quotidiana. Nei gesti automatici. Nel bisogno continuo di stimoli. Nella difficoltà crescente a fermarsi e pensare.
“Resistere ai tempi oscuri”: la libertà nell’era della cyberdistopia
“Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario” di Asma Mhalla, Einaudi
Il cuore del libro è una tesi forte e difficile da ignorare: il XXI secolo non ci governerà, ci programmerà. Non si tratta di una provocazione, ma di una chiave di lettura. Mhalla descrive un sistema in cui la libertà non viene tolta, ma ridefinita. Diventa una sensazione, un’illusione di scelta all’interno di confini invisibili.
Uno degli aspetti più interessanti del saggio è il modo in cui l’autrice collega tecnologia e psicologia. Il controllo non passa solo dalle strutture esterne, ma dal modo in cui il nostro cervello reagisce agli stimoli. Lo scrolling infinito, la ricerca costante di dopamina, la saturazione cognitiva non sono effetti collaterali. Sono meccanismi.
Questo porta a una forma di dissociazione collettiva. Vediamo che qualcosa non funziona. Percepiamo una crisi. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto fosse normale. Questa distanza tra percezione e azione è uno dei punti più inquietanti del libro.
Mhalla introduce il concetto di “cyberdistopia” per descrivere il nostro presente. Non un futuro lontano, ma una realtà già in atto. Le tecnologie di controllo esistono, ma sono integrate nella quotidianità. Non vengono percepite come minacce, ma come strumenti utili, necessari, inevitabili.
Il riferimento implicito è a pensatori come Byung-Chul Han e Mark Fisher, che hanno analizzato il modo in cui il potere contemporaneo agisce attraverso la mente più che attraverso il corpo. Mhalla si inserisce in questa linea, ma la rende più concreta, più legata all’esperienza quotidiana.
Un altro tema centrale è quello della rabbia. Non una rabbia politica tradizionale, ma una frustrazione diffusa, difficile da definire. L’autrice la collega a promesse di progresso non mantenute, a una sensazione di impotenza che attraversa le società contemporanee. È una rabbia che non sempre trova una direzione. E proprio per questo può essere facilmente manipolata.
Il libro non si limita a descrivere il problema. Suggerisce anche una possibilità di resistenza. Che non è eroica, né spettacolare. È quotidiana. Consiste nel recuperare attenzione, nel rallentare, nel riappropriarsi del pensiero.
Resistere, in questo contesto, significa tornare a essere presenti. Non lasciarsi definire completamente dagli algoritmi. Non accettare passivamente ciò che viene proposto. Coltivare uno spazio interiore che non sia costantemente occupato.
La scrittura di Mhalla è diretta, incisiva, ma accessibile. Non richiede conoscenze tecniche. Parla a chiunque abbia la sensazione di essere, in qualche modo, sopraffatto dal presente. E soprattutto, a chi intuisce che qualcosa non torna, ma fatica a dargli un nome.
“Resistere ai tempi oscuri” è un libro che non consola. Non offre soluzioni semplici. Ma ha un merito fondamentale. Ti costringe a guardare. A riconoscere i meccanismi in cui sei immerso. Questo, forse, è già un primo passo per cambiare qualcosa.
Perché la vera domanda che attraversa tutto il testo è una sola. Quanto siamo ancora liberi? E soprattutto, quanto siamo disposti a esserlo davvero?
