Il caldo tiepido sul viso e l’eco di tanti “obrigado” sono il benvenuto che accoglie il visitatore in Portogallo. Una terra gentile, accogliente, che sa di casa, ma anche di una sottile forma di malinconia.
Non è un caso che tanta letteratura abbia raccontato questo paese, che, sebbene sia un piccolo fazzoletto al confine della terra occidentale, ha sempre avuto un grande ruolo nell’immaginario poetico.
Da Sintra a Óbidos: itinerario letterario nel cuore del Portogallo
Vi conduciamo in questo viaggio letterario in Portogallo tra la magia di Sintra, la luce di Lisbona e l’oceano di Cabo da Roca, dove la bellezza si intreccia a una sottile malinconia.
Sintra, il paese delle fiabe
La salita a Sintra profuma di infanzia. Quella di chi è cresciuto all’ombra dei castagni dopo una corsa furibonda, lontano dal frastuono della civiltà. Quella di chi, amante delle fiabe, ambienta le proprie storie in un castello tutto colorato, con un camminamento da cui gli ospiti di corte possono osservare il panorama e un bosco attorno, in cui le principesse possono fare lunghe passeggiate.
L’aria è fresca, i rumori sono ovattati dalla presenza della natura e la mente corre a tempi lontani fatti di dame e cavalieri. Sintra è un po’ questo: un paesaggio che sembra appartenere a un racconto ascoltato da bambini, poco prima di dormire. Non è un caso che Lord Byron ne sia rimasto catturato, tanto da descriverla nel poema “Childe Harold’s Pilgrimage” come una sorta di Eden:
“Cintra is perhaps in every respect the most delightful in Europe.”
Lisbona, la città che si rivela poco a poco
Qui si arriva, da qui si parte, in questo viaggio letterario. Di Lisbona è già stato detto molto, mai abbastanza: una città affacciata sull’acqua del Tago, dove, nei piccoli quartieri popolari, tra processioni colorate e rumore di stoviglie, si festeggiano santi patroni, mentre maioliche blu riflettono la luce del sole.
Dall’alto si apre una città fatta di stili diversi, che convivono senza mai stonare, attraversata da un lungo ponte, mentre un chitarrista di strada accenna un fado malinconico.
La sera, la grande piazza aperta sul fiume accoglie i turisti che, come guidati da un richiamo, giungono ad ammirare l’acqua increspata dalla brezza. Ma basta girare l’angolo per trovare una città meno frequentata, più autentica.
Le pasticcerie offrono i pastéis de nata e, accanto alla statua di José Saramago, nel Bairro Alto, giovani bevono ginjinha.
I jacaranda colorano il paesaggio di viola, mentre sullo sfondo un tram giallo, fuori dal tempo, percorre piccole e impervie stradine in salita.
In “Viaggio in Portogallo“, Saramago scriveva:
“La città non è quella che si guarda, ma quella che si percorre.”
E la capitale sembra costruita proprio su questa verità: non si manifesta come tante città esibizioniste, ma si lascia conoscere, passo dopo passo, quartiere dopo quartiere.
Cabo da Roca: la fine del mondo
Il viaggio prosegue. Dopo aver attraversato l’Estoril, tra scogliere mozzafiato e prati lussureggianti, si arriva a uno dei punti più estremi del percorso. Il lilla dei fiori di campo lungo la scarpata contrasta con il faro solitario che si staglia all’orizzonte. Il bordo estremo dell’Occidente: oltre, solo oceano.
Il sentiero che conduce al faro permette di cogliere prima l’insieme e poi, solo alla fine, la precisione dei dettagli: il bianco candido della torre, il fragore delle onde sugli scogli. La sensazione di libertà è data dal vento forte che sferza il viso. In Portogallo il vento è una presenza costante, un compagno che rinfresca o che spinge avanti.
Cabo da Roca è un luogo di confine, come scrive Luís de Camões ne “I Lusiadi”:
“Qui dove la terra finisce e il mare comincia.”
E forse qui non è difficile sperimentare lo stesso smarrimento che attraversa Ulisse all’inizio delle sue imprese: il fascino dell’ignoto che non consola, ma chiama a sé.
Óbidos: una storia tutta da scrivere
Si arriva a Óbidos quasi per caso, o forse per scrivere una storia. Attraverso un paesaggio verdeggiante costellato di piccole case e mulini a vento, vi si giunge.
Il paesino colpisce immediatamente per l’inattesa alternanza di bianco e blu delle sue case. Il sole è alto, le rose sono fiorite, i gatti sonnecchiano sotto i pergolati.
Óbidos è una parentesi mediterranea arroccata su una collina. Lontana dal rumore, lontana da tutto ciò che ti aspetteresti. Scompaiono le maioliche, le architetture più tipiche, e rimane solo quel senso di familiarità che ha guidato il nostro viaggio.
Le stradine a ciottoli accompagnano il lento girovagare dei viandanti arrivati per caso, ma decisi a sostare.
Forse, nell’immensità della letteratura, qualcosa è già stato scritto di questo borgo eccezionale, o forse la testimonianza più bella deve ancora essere scritta.
