Lingua italiana: cosa sono le interiezioni?

C’è una parte del discorso, anche nella lingua italiana che i grammatici hanno sempre trattato con una certa imbarazzata superficialità, come se fosse un ospite inatteso alla tavola della sintassi: le interiezioni. Sono le prime parole che impariamo e le ultime che dimentichiamo — in qualunque lingua. Sono quelle che sfuggono involontariamente quando ci facciamo…

Lingua italiana cosa sono le interiezioni

C’è una parte del discorso, anche nella lingua italiana che i grammatici hanno sempre trattato con una certa imbarazzata superficialità, come se fosse un ospite inatteso alla tavola della sintassi: le interiezioni. Sono le prime parole che impariamo e le ultime che dimentichiamo — in qualunque lingua. Sono quelle che sfuggono involontariamente quando ci facciamo male, quelle con cui rispondiamo prima che la mente abbia avuto il tempo di formare un pensiero compiuto, quelle che riempiono i silenzi imbarazzanti e segnano le transizioni emotive del parlato.

Eppure nelle grammatiche tradizionali le interiezioni occupano spesso poche righe in fondo all’elenco delle parti del discorso, come se fossero un’appendice residuale della lingua, qualcosa di troppo primitivo per meritare analisi approfondita. Questo articolo sostiene il contrario: le interiezioni sono tra le unità linguistiche più complesse, più ricche e più rivelatrici dell’italiano.

Che cosa è un’interiezione


Il termine viene dal latino interjectio, composto da inter («tra») e jacere («gettare»): letteralmente, qualcosa «gettato in mezzo» al discorso. I grammatici latini — in particolare Prisciano e Donato — la definirono come una parte del discorso che esprime uno stato d’animo con un’emissione vocale indipendente dalla struttura sintattica della frase. Ed è esattamente questa indipendenza sintattica il tratto più caratteristico delle interiezioni: non sono soggetto, predicato, complemento, né aggettivo né avverbio nel senso tradizionale. Stanno fuori dalla frase, o la interrompono, o la precedono, o la seguono — ma non si integrano in essa con ruoli grammaticali definiti.

La grammatica di Luca Serianni le definisce come «elementi invariabili che esprimono sentimenti, emozioni, stati d’animo del parlante, oppure costituiscono segnali di contatto o di risposta nell’interazione verbale». Questa definizione cattura bene la doppia natura delle interiezioni: da un lato sono espressive, cioè rivelano qualcosa dell’interiorità di chi parla; dall’altro sono fatiche o segnali di contatto, cioè svolgono funzioni di regolazione dell’interazione comunicativa. Un «ah» può essere entrambe le cose a seconda del contesto, del tono e della situazione.

La classificazione: proprie e improprie


La distinzione fondamentale che le grammatiche italiane propongono è quella tra interiezioni proprie e interiezioni improprie. Le interiezioni proprie sono quelle che non hanno altra funzione nella lingua se non quella interiezionale: sono nate come interiezioni e non derivano da nessuna altra parola. Appartengono a questa categoria le voci puramente foniche come ah, oh, ahi, ehm, uh, ih, bah, beh, eh, uff, puf, pfui, olà, ohi, orsù. Sono forme ridotte al minimo fonetico, spesso monosillabiche o bisillabiche, che condensano un intero stato emotivo in pochi fonemi.

Le interiezioni improprie sono invece parole che appartengono ad altre categorie grammaticali ma che, in certi contesti e con certe intonazioni, vengono usate con funzione interiezionale. Possono essere sostantivi (accidenti!, caspita!, cavolo!, diavolo!, mannaggia!, perbacco!), aggettivi (beato!, bravo!, meschino!), verbi (dai!, su!, vedi!, figurati!), avverbi (bene!, certo!, proprio!), o interi sintagmi lessicalizzati (porca miseria!, santa pazienza!, che roba!, mamma mia!). In tutti questi casi, la parola di partenza perde — almeno temporaneamente — la sua funzione grammaticale originaria e si trasforma in un segnale emotivo autonomo.

Un «ah» detto con voce discendente esprime comprensione. Lo stesso «ah» con voce ascendente esprime sorpresa. Con voce prolungata e tono basso, esprime delusione. La forma grafica è identica; il significato è completamente diverso. Nessuna altra parte del discorso dipende così totalmente dall’intonazione.

Le funzioni nella lingua italiana: espressiva, conativa, fatica


Roman Jakobson, nel suo famoso schema delle funzioni del linguaggio, aveva identificato la funzione emotiva o espressiva come quella centrata sul mittente — l’emittente che comunica il proprio stato interiore. Le interiezioni sono per eccellenza le unità linguistiche della funzione espressiva: ahi! comunica dolore, oh! stupore, uff! fastidio o stanchezza, ih! o ihi! ilarità. Non descrivono il dolore in terza persona — sento dolore — ma lo manifestano direttamente, come farebbe un grido o una smorfia, con la differenza che il grido è prelinguistico mentre l’interiezione è già, a pieno titolo, un fatto di lingua.

Ma le interiezioni non servono solo a esprimere stati interni: servono anche a regolare il comportamento dell’interlocutore, svolgendo quella che Jakobson chiamava funzione conativa, orientata verso il destinatario. Dai!, su!, orsù!, olà!, ehi! sono interiezioni con cui si esorta, si incita, si richiama l’attenzione. Non descrivono una realtà: cercano di produrre un effetto sul comportamento altrui, esattamente come farebbe un imperativo. Non a caso molte di queste forme conative hanno un’origine verbale — dai da «dare», su come segnale di sollevamento fisico e morale — e mantengono una forza pragmatica analoga a quella dell’imperativo.

La terza grande funzione delle interiezioni è quella fatica — il termine, coniato dall’antropologo Bronisław Malinowski, indica tutto ciò che nel linguaggio serve a stabilire, mantenere o chiudere il contatto comunicativo, senza trasmettere informazione propriamente detta. Eh, mh, beh, sì sì, uhm, ecco: sono le interiezioni con cui segnaliamo all’interlocutore che stiamo ascoltando, che abbiamo capito, che siamo ancora presenti nella conversazione. Sono il cemento invisibile del parlato, ciò che trasforma un monologo in un dialogo anche quando chi ascolta non ha ancora preso la parola.

Il ruolo dell’intonazione


Nessuna parte del discorso è altrettanto dipendente dall’intonazione quanto le interiezioni. La stessa forma fonica può veicolare significati radicalmente diversi a seconda del contorno melodico con cui viene prodotta, della durata, dell’intensità, del ritmo. Prendiamo ah: detto con voce discendente e tono medio, esprime comprensione improvvisa, l’illuminazione di chi ha finalmente capito qualcosa («Ah, capisco!»).

Detto con voce ascendente e tono alto, esprime sorpresa («Ah sì? Non lo sapevo!»). Detto con voce prolungata e tono basso, esprime delusione o rassegnazione («Ah…»). Detto con tono brusco e breve, può esprimere fastidio o ironia («Ah, davvero»). La grafia è in tutti i casi identica; il significato è completamente diverso. Questa dipendenza dall’intonazione spiega perché le interiezioni siano tra le unità più difficili da rendere nella scrittura, e perché la letteratura abbia sviluppato un intero arsenale di strategie per suggerire il tono giusto: puntini di sospensione, punti esclamativi, maiuscole, lettere ripetute, avverbi esplicativi.

Le interiezioni nella storia della lingua italiana


Le interiezioni hanno una storia lunga e affascinante nell’italiano letterario. Già nelle prime testimonianze della lingua volgare compaiono esclamazioni ed interiezioni che rivelano la forza espressiva del parlato filtrata nella scrittura. Dante usa ahi e ohimè con grande consapevolezza stilistica nella Commedia, dove le interiezioni segnano i momenti di maggiore intensità emotiva: il lamento dei dannati, la meraviglia del viaggio, la commozione davanti alla bellezza del paradiso. Non sono ornamenti retorici: sono il punto in cui il linguaggio torna alla sua origine più immediata, dove la voce del personaggio si fa più vicina alla voce umana.

Nel teatro comico, da Ruzante a Goldoni, le interiezioni e le esclamazioni sono strumenti fondamentali della caratterizzazione dei personaggi. I servi, le donne del popolo, i vecchi avari e i giovani innamorati parlano ciascuno con il proprio corredo di interiezioni caratteristiche, che rivelano immediatamente la classe sociale, l’umore, le intenzioni. Goldoni in particolare è un maestro nell’uso drammaturgico delle interiezioni: un cospetto! rivela il borghese che vuole sembrare raffinato senza riuscirci, un perbacco! il vecchio che si scandalizza, un oh bella questa! l’ironia di chi non si lascia ingannare.

Il Novecento vede un’ulteriore espansione del repertorio interiezionale grazie all’avvento del romanzo psicologico e del flusso di coscienza, tecniche narrative che cercano di riprodurre il movimento interiore della mente. Svevo e Pirandello usano le interiezioni come segnali di rottura dell’equilibrio interiore dei personaggi, come indicatori di quella contraddizione tra ciò che si pensa e ciò che si dice, tra l’immagine pubblica e la vita interiore, che è al cuore della loro narrativa.

Una delle caratteristiche più interessanti delle interiezioni italiane è la loro forte connotazione regionale e dialettale. Ogni varietà geografica dell’italiano ha il proprio repertorio interiezionale peculiare, e queste forme sono spesso le ultime a sopravvivere anche in parlanti che hanno del tutto abbandonato il dialetto nella comunicazione ordinaria. Mannaggia è meridionale (dal napoletano, probabilmente da mal ne abbia). Porca miseria, porco cane e le varianti con animali appartengono soprattutto all’area settentrionale e centrale. Caspita è toscana di origine. Perbacco richiama Bacco, il dio del vino, e ha una coloritura letteraria e regionale precisa.

Le interiezioni dialettali che sono entrate nell’italiano comune rivelano qualcosa di importante sulla storia dei contatti linguistici e dei processi di standardizzazione della lingua nazionale. Mamma mia!, universalmente riconosciuta come «tipicamente italiana» anche all’estero, è di origine napoletana e meridionale. Minchia — oggi censurata ma largamente presente nel parlato — è siciliana. Belin è genovese. Queste forme, originariamente locali, si sono diffuse attraverso i movimenti migratori, la commedia popolare, il cinema e la televisione, diventando parte del patrimonio interiezionale comune degli italiani.