Lingua italiana: si dice “portafoglio” o “portafogli”?

Tra i molti dubbi che la lingua italiana continua a suscitare, uno dei più curiosi riguarda una parola di uso quotidiano: si deve dire portafoglio o portafogli? La questione, apparentemente semplice, nasconde in realtà una storia linguistica complessa e affascinante, nella quale si intrecciano etimologia, morfologia, evoluzione dell’uso e persino influenze straniere. Come spesso accade…

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Tra i molti dubbi che la lingua italiana continua a suscitare, uno dei più curiosi riguarda una parola di uso quotidiano: si deve dire portafoglio o portafogli? La questione, apparentemente semplice, nasconde in realtà una storia linguistica complessa e affascinante, nella quale si intrecciano etimologia, morfologia, evoluzione dell’uso e persino influenze straniere. Come spesso accade nella lingua, dietro una piccola incertezza si cela un intero percorso storico, analizziamolo anche grazie ad un esaustivo articolo dell’Accademia della Crusca.

Lingua italiana e parole composte

La prima cosa da chiarire è che il dubbio non riguarda il plurale. Su questo punto, infatti, non ci sono incertezze: il plurale è sempre portafogli. Dire “due portafogli” è corretto in ogni contesto. La vera oscillazione riguarda invece il singolare, soprattutto quando ci si riferisce all’oggetto che usiamo ogni giorno per conservare banconote, carte e documenti. È meglio dire “un portafoglio” oppure “un portafogli”?

Per rispondere a questa domanda, uno degli strumenti più autorevoli è il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, noto con l’acronimo DOP. Questo repertorio, di orientamento tendenzialmente prescrittivo, alla voce portafoglio fornisce un’indicazione molto precisa: “s.m.; pl. -gli; nel solo significato di ‘custodia di pelle’, comune anche la forma originaria e più corretta portafogli invariabile”. In altre parole, secondo il DOP, quando si parla della custodia di pelle destinata a contenere banconote o documenti, la forma storicamente più corretta sarebbe proprio portafogli, usata sia al singolare sia al plurale.

Eppure, l’uso reale della lingua racconta una storia leggermente diversa. Oggi la forma di gran lunga più diffusa è portafoglio al singolare, con il regolare plurale portafogli. Lo confermano non solo la percezione comune, ma anche i principali dizionari italiani. Lo Zingarelli, ad esempio, registra portafogli come forma invariabile nell’accezione più ampia di custodia di pelle, sia per documenti sia per banconote. Altri repertori autorevoli, come il vocabolario Treccani, il GRADIT e il Devoto-Oli, riconoscono entrambe le possibilità, ma circoscrivono l’uso di portafogli invariabile soprattutto al significato di custodia per banconote. In sostanza, entrambe le forme sono corrette, ma l’uso contemporaneo privilegia nettamente portafoglio.

Anche una semplice osservazione della lingua in rete conferma questa tendenza. Le occorrenze di “un portafoglio” superano di gran lunga quelle di “un portafogli”. È il classico caso in cui l’uso, lentamente ma con decisione, si allontana dalla forma originaria e si stabilizza su una variante percepita come più naturale.

Dal punto di vista morfologico, la questione è particolarmente interessante. La parola è un composto formato da porta e fogli. Si inserisce perfettamente nella vasta famiglia dei composti italiani come portaombrelli, portacarte, portamonete, portapenne, portaborse, portariviste. In tutti questi casi, il secondo elemento è al plurale, perché indica la funzione dell’oggetto: contenere o trasportare una pluralità di elementi. Un portafogli, infatti, nasce originariamente come contenitore di più fogli, documenti o carte.

Questo spiega perché la forma originaria fosse proprio portafogli, con il secondo elemento al plurale. Non si trattava di un’anomalia, ma di una perfetta coerenza con la struttura semantica del composto. L’oggetto serviva a raccogliere molti fogli, non uno solo.

La storia della parola conferma questa origine. La prima registrazione lessicografica risale al Dizionario universale di Francesco D’Alberti di Villanova, pubblicato tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. La forma attestata è proprio portafogli, derivata dal francese portefeuille. In realtà, le prime attestazioni francesi presentavano anch’esse una forma con valore plurale. L’italiano adattò il termine alla propria fonetica e alla propria morfologia, mantenendone però il significato originario di custodia per fogli e documenti.

Il significato oggi più comune, quello di contenitore per banconote, è invece molto più recente. Compare in italiano solo nella seconda metà dell’Ottocento. Una delle prime attestazioni risale al 1867, nel libretto del melodramma Gli Avventurieri di Antonio Ghislanzoni. Qui compare già la forma portafoglio, al singolare: “La cosa è molto facile, ho meco del denaro (mette mano al portafoglio)”. È significativo che questa parola appaia in una didascalia: segno che l’oggetto, e il nome che lo designava, erano ormai entrati nell’uso comune.

L’affermazione di portafoglio si lega a un cambiamento concreto nella vita quotidiana. Con la diffusione della cartamoneta in Europa, favorita dalle riforme napoleoniche, nacque la necessità di un oggetto specifico per custodire banconote. Il contenitore, da generica cartella per fogli, divenne un oggetto personale, ben definito e di uso quotidiano. E quando un oggetto diventa familiare, la lingua tende a trattarlo come un’unità autonoma. Così il legame con il significato originario di “porta-fogli” si è progressivamente indebolito.

Da qui deriva la trasformazione: il parlante non percepisce più il composto come formato da due elementi distinti, ma come un’unica parola che designa un oggetto preciso. E se l’oggetto è uno, è naturale che il singolare venga reinterpretato come portafoglio, con un plurale regolare in portafogli.

Questo processo è ben documentato anche nei lessicografi dell’Ottocento. Nel grande dizionario di Niccolò Tommaseo e Bellini, la voce principale è già portafoglio, pur accanto a portafogli. L’accezione indicata è ancora quella tradizionale di custodia per fogli, ma il passaggio verso la nuova forma è ormai avviato.

Lo stesso Tommaseo, con la sua consueta ironia, ricorda anche l’uso figurato della parola in ambito politico: il portafoglio come simbolo di un incarico ministeriale. Da qui espressioni ancora attuali come “ministro senza portafoglio”, assai più frequente della variante “ministro senza portafogli”. Anche in questo caso, l’uso moderno ha chiaramente scelto la forma singolare.

Possiamo dunque affermare che, pur essendo storicamente fondata la forma invariabile portafogli, oggi la forma più comune, naturale e largamente accettata è portafoglio al singolare e portafogli al plurale. È questa la soluzione che meglio rispecchia l’italiano contemporaneo.

La vicenda di questa parola offre anche uno spunto interessante per riflettere sul rapporto tra norma e uso. La lingua non è un sistema immobile: evolve, si adatta, risponde ai bisogni dei parlanti. Talvolta la forma originaria conserva un prestigio storico; altre volte, però, è l’uso a determinare la norma effettiva.

Da portafoglio a portfolio

Infine, questa storia si arricchisce di un curioso ritorno linguistico con il termine portfolio. Si tratta di un anglicismo che, paradossalmente, deriva proprio dall’italiano portafoglio, passato prima al francese e poi all’inglese, per rientrare infine nella nostra lingua con una veste internazionale. Oggi il termine è utilizzato in vari ambiti: economico, artistico, editoriale e scolastico. Indica una raccolta organizzata di materiali, lavori o documenti, molto simile, in fondo, al significato originario di portafogli.

In questo senso, il moderno portfolio non è altro che l’antico portafogli tornato in scena con un abito inglese. Cambia la forma, ma la sostanza resta sorprendentemente simile: una raccolta ordinata di documenti, idee, esperienze.

La storia di portafoglio e portafogli dimostra ancora una volta come le parole siano organismi vivi. Cambiano significato, si adattano ai tempi, riflettono trasformazioni sociali e culturali. E anche un semplice oggetto che portiamo ogni giorno in tasca può raccontare una lunga e affascinante avventura linguistica.