“Donnaregina” di Teresa Ciabatti, tra i 12 finalisti del Premio Strega

C’è qualcosa di profondamente magnetico in “Donnaregina”, il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti, entrato tra i dodici candidati al Premio Strega 2026 e proposto da Roberto Saviano. Un libro che, già dalla sua genesi, si colloca in una zona di tensione tra letteratura e realtà, tra racconto e testimonianza, tra distanza e coinvolgimento. Teresa Ciabatti…

“Donnaregina” di Teresa Ciabatti, tra i 12 finalisti del Premio Strega

C’è qualcosa di profondamente magnetico in “Donnaregina”, il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti, entrato tra i dodici candidati al Premio Strega 2026 e proposto da Roberto Saviano. Un libro che, già dalla sua genesi, si colloca in una zona di tensione tra letteratura e realtà, tra racconto e testimonianza, tra distanza e coinvolgimento.

Teresa Ciabatti non è nuova a questo tipo di scrittura. Con i suoi romanzi precedenti ha costruito una voce riconoscibile, capace di muoversi tra autobiografia e finzione con una lucidità quasi chirurgica. In “Donnaregina” questa cifra stilistica si radicalizza, portando al centro della narrazione un incontro improbabile, quello tra una scrittrice e un boss della camorra.

Autrice tra le più riconoscibili della narrativa italiana contemporanea, Teresa Ciabatti ha costruito negli anni una scrittura tagliente e profondamente introspettiva, capace di mettere a nudo fragilità personali e dinamiche familiari senza mai cedere alla retorica. Finalista al Premio Strega nel 2017 con “La più amata”, ha affinato una voce narrativa che oscilla tra confessione e indagine, rendendo ogni suo romanzo un’esplorazione scomoda ma necessaria dell’identità.

“Donnaregina” Un romanzo sul confine tra due mondi

“Donnaregina” di Teresa Ciabatti, Mondadori

Il cuore del romanzo è semplice solo in apparenza. Una giornalista, abituata a raccontare il mondo dello spettacolo, riceve l’incarico di intervistare un uomo che rappresenta l’opposto della sua esperienza: un boss, figura oscura e ingombrante, responsabile di una lunga scia di violenza. È un incontro che nasce sotto il segno della distanza, quasi dell’impossibilità, eppure, pagina dopo pagina, questa distanza si incrina.

Ciabatti costruisce il dialogo tra i due personaggi come un lento avvicinamento, fatto di diffidenza, esitazioni, domande sospese. Non c’è mai una vera fiducia, e proprio per questo il rapporto risulta credibile. La scrittura non cerca di assolvere né di condannare in modo netto. Piuttosto, scava. Cerca di capire dove si annida l’umanità anche nei luoghi più inattesi.

Il boss non viene raccontato solo attraverso i suoi crimini. Certo, il peso delle azioni resta, non viene mai cancellato. Ma accanto a questo emerge un altro livello, più fragile, più contraddittorio. È un uomo che ricorda, che prova nostalgia, che parla delle donne incontrate e perdute, degli amici uccisi, dei legami familiari. È proprio in questo scarto che il romanzo trova la sua forza.

La protagonista, a sua volta, non è una figura neutra. Il confronto con l’altro diventa progressivamente un confronto con se stessa. La ricerca del figlio del boss si trasforma in una ricerca personale, quasi un riflesso. Nel tentativo di comprendere una realtà distante, la scrittrice finisce per interrogare le proprie mancanze, i propri rapporti, il proprio ruolo di madre.

Qui entra in gioco uno dei temi centrali del libro, quello della genitorialità imperfetta. Non esistono padri e madri esemplari in senso assoluto. Ci sono figure fragili, segnate da errori, da incomprensioni, da distanze emotive difficili da colmare. Il romanzo lavora proprio su queste crepe, mostrando quanto siano universali, anche quando emergono in contesti estremi.

Allo stesso tempo, “Donnaregina” è un libro sulla manipolazione e sul dubbio. Il lettore si trova costantemente sospeso tra due possibilità: ciò che viene raccontato è verità o costruzione? Il boss sta davvero mostrando una parte autentica di sé oppure sta recitando un ruolo? E la protagonista è davvero in ascolto o sta cercando una storia da raccontare?

Ciabatti non offre risposte definitive. Preferisce restare in quella zona ambigua in cui tutto può essere contemporaneamente vero e falso. È una scelta precisa, che rende il romanzo più inquieto e più vivo.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura è asciutta ma carica di tensione. Le frasi sono controllate, mai eccessive, e proprio per questo riescono a restituire con forza le emozioni. C’è ironia, ma è un’ironia sottile, che non alleggerisce mai davvero il peso della storia.

“Donnaregina” è, in fondo, un romanzo sull’umano. Su quanto sia difficile tracciare confini netti tra bene e male, tra colpa e vulnerabilità.

E su come, anche nei contesti più lontani da noi, possano emergere domande che ci riguardano da vicino.