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Giulio Perrone, “L’amore non è fatto di grandi gesti ma di continuità”

Giulio Perrone, "L'amore non è fatto di grandi gesti ma di continuità"

Leo ha una madre che vive all’estero, un padre che da quando è tornato gli ha creato solo problemi e una fidanzata che tradisce con la sua ex moglie…

MILANO – In “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli) Giulio Perrone (scrittore ed editore) non vi spiegherà come realizzare uno dei vostri sogni più vivi e proibiti. No, ci dispiace, ma vi racconterà la ben più significativa storia di Leo Mameli – “sì, come quello dell’inno nazionale” – traduttore e lettore editoriale, nonché quarantenne con grossi problemi nel prendere decisioni. Ha una madre che vive all’estero, un padre che da quando è tornato gli ha creato solo problemi e una fidanzata che tradisce con la sua ex moglie. Allora perché una storia come questa porta un titolo del genere? Perché l’editore per cui Leo lavora ha scritto un libro che s’intitola appunto “Consigli pratici per uccidere mia suocera” ma non sa come far morire nel romanzo la povera donna. Toccherà a Leo e ai suoi colleghi trovare una soluzione. Ma parliamo di questa storia insieme al suo autore.

Ci racconti di Leo Mameli. Qual è il suo rapporto con le scelte?

Leo è un personaggio che ha una profonda difficoltà rispetto alla scelta, rispetto alla difficoltà di prendere una posizione chiara nella vita, sul piano sentimentale ma non solo. Sul piano lavorativo, per esempio, non è del tutto soddisfatto. Poi ha un padre con il quale ha un rapporto irrisolto. Quindi deve necessariamente mettere a posto un po’ di cose. Da questo punto di vista è un personaggio piuttosto attuale, che rispecchia molto bene una fragilità, anche emotiva, che accomuna tanti quarantenni di oggi.

Eppure queste difficoltà non lo bloccano.

Cerca in qualche maniera di sopravvivere godendosi alcuni momenti della vita anche un po’ fuggendo dalle scelte. È anche vero però che ha una profonda consapevolezza della sua incapacità e di quello che gli succede. In qualche maniera si interroga su quello che possa essere il suo futuro, su quello che possa essere la sua vita. Questo è l’enigma intorno al quale si muove tutto quanto il libro, verso cui si muovono le sue sensazioni, la sua emotività e anche la sua difficoltà nel riuscire a scegliere la strada giusta e diventare finalmente uomo.

Secondo Leo l’amore non è fatto di grandi gesti ma di continuità, non è una gara di corsa di cento metri ma una maratona. 

Sì, io credo che sia così. Il sentimento iniziale può essere anche visto come qualcosa che ti smuove dentro talmente tanto che può essere paragonato a una corsa a perdifiato, a cento metri da fare a perdifiato insieme. Ma quando si vuole costruire un percorso comune e si vuole pensare insieme a qualcosa che abbia a che fare con il futuro, il percorso chiaramente assomiglia molto di più a una maratona. Per far ciò ci vuole anche la pazienza e la capacità di attendere il momento giusto, di procedere con un passo chiaro che non prevede troppi sbandamenti. Il protagonista riflette su queste cose sentendosi inadatto a questo compito. Da subito dice: “Io ero bravissimo nei recuperi all’ultimo minuto”. Sente insomma il peso della sua impreparazione ad avere un tipo di rapporto differente.

Leo lavora come traduttore e lettore editoriale e raccontare il suo lavoro è stata l’occasione per parlare del dietro le quinte. Quale immagine hai voluto dare del mondo dell’editoria? 

Quando ho pensato al libro e ne ho parlato con i miei editor, ci è venuto in mente ragionando insieme che forse poteva essere interessante raccontare attraverso il protagonista qualcosa di questo mondo. Anche perché era importante il lavoro che lui andava a fare ed è fondamentale nel libro per dare un senso e una logica al titolo del romanzo. Però questa, come dicevi, è stata anche una buona occasione per mostrare un lato spesso non raccontato del nostro ambiente. È chiaro che i personaggi del libro siano costruiti con delle caratteristiche un po’ estremizzate rispetto a quelle che troviamo nella realtà, però penso che sia un ritratto divertente e fedele, anche di alcune piccole stranezze che ci sono in questo ambiente. Nonostante tutto questo, il protagonista conserva sempre nei confronti dei libri un grande amore, una grande riconoscenza, una grande voglia di voler comunque dare il suo contributo e vivere in quell’ambiente e in quel mondo.

Si tratta di un ruolo fondamentale.

Sì, è un ruolo essenziale perché ha a che fare con la scelta. I compiti principali di un editore sono quelli di scegliere, di pubblicare o di non pubblicare. D’altra parte l’editore dà un’immagine di sé stesso attraverso i libri che decide di portare nelle librerie. Per cui penso che sia un ruolo che va preso con grande responsabilità, con grande attenzione e anche come un privilegio, in fondo, perché la possibilità di scegliere quali storie raccontare è importante.

Qual è il tuo pensiero su “Le notti blu” di Chiara Marchelli, candidato Strega dalla Giulio Perrone editore?

Si tratta di un libro di cui sono molto orgoglioso, perché è un’operazione un po’ diversa da quelle che abbiamo fatto negli ultimi anni. La nostra casa editrice si è sempre occupata di fare scouting, tentando di scoprire degli autori che si sono successivamente affermati e che sono arrivati a grandi case editrici. L’esempio più lampante è quello di Paolo Di Paolo, ma ce ne sono tanti altri. In questo caso abbiamo fatto un’operazione diversa ma altrettanto importante, perché abbiamo recuperato un’autrice di valore assoluto che aveva fatto un esordio folgorante e importantissimo con Marsilio alcuni anni fa e poi aveva pubblicato con editori importanti, che però, secondo me, non l’avevano valorizzata fino in fondo.

Quello di Chiara Marchelli è un modo di raccontare particolare.

Credo che Chiara porti avanti una narrativa che oggi in Italia non è così facile trovare. D’altra parte il percorso di Chiara è diverso da quello degli altri, perché si è formata in Italia ma da tanti anni vive in America e quindi ha subito l’influenza di una letteratura e di un mondo diverso dal nostro. Ha poi una capacità di scrittura straordinaria. La storia che racconta in “Le notti blu” non è solo una storia dal tema molto forte, ma è anche letterariamente perfetta, con una scrittura che non cade mai nel patetismo. Ha la grande capacità di raccontare coinvolgendo il lettore pur conservando l’adeguato distacco che l’autore deve avere rispetto alla materia narrativa. Sono davvero contento di provare a fare lo Strega con questo libro. Spero che si faccia strada perché lo merita, ma soprattutto lo merita l’autrice.

Tornando al tuo libro, la Roma che racconti è molto umana, una città in cui le persone sanno ancora guardarsi in faccia e aiutarsi a vicenda. 

Roma nei miei libri è sempre molto presente, è la mia città e sento di avere la possibilità e la capacità di interpretarla e raccontarla. In particolare ci sono dei quartieri che sono anche differenti rispetto ad altri, come San Lorenzo, che è un quartiere in cui riesci ancora a percepire un’atmosfera raccolta, dove riesci a conoscere molte delle persone che ci vivono. C’è poi una unione straordinaria tra chi vive nel quartiere da tantissimi anni e chi arriva e viene da tante città diverse. Essendo vicino all’università è pieno di studenti, pieno di locali, pieno di persone provenienti da diversi paesi del mondo. Si respira un’atmosfera assolutamente interessante, contemporanea e particolare. Questa idea di Roma attraversa il libro e crea quell’ambientazione che è perfetta per raccontare questa storia.

Una storia che tra l’altro hai raccontato con un linguaggio leggero, veloce, fresco. Come sei arrivato a questo stile? 

Il mio primo romanzo, “L’esatto contrario” aveva un tipo di struttura molto diversa da quella del nuovo libro ma aveva dentro già alcuni aspetti di questo modo di scrivere, una modalità di raccontare già abbastanza ironica e autoironica. Credo che quel libro per me sia stato molto importante perché mi ha permesso di trovare la mia voce, il mio modo di raccontare e credo che questo per un autore sia essenziale. L’obiettivo, con questo nuovo libro, era quello di riuscire a raccontare gli argomenti che mi stavano a cuore in maniera leggera, divertente, in grado al contempo di lasciare nella testa del lettore degli spunti di riflessione.

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Giulio Perrone, “L’amore non è fatto di grandi gesti ma di continuità” ultima modifica: 2017-03-31T11:10:00+00:00 da dario

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