C’è un momento preciso nella vita, in cui andando avanti con l’età, è richiesto di scendere dall’albero, per avere la possibilità di essere considerati adulti. È un invito garbato, spesso travestito da saggezza o realismo. È arrivato il momento di “mettere i piedi per terra”, di abbandonare le velleità della giovinezza e di accettare il mondo per quello che è: un groviglio di compromessi, piccole viltà e ingiustizie rassegnate. Molte volte è giudizio comune che maturare significa integrarsi, e che integrarsi significa smussare gli angoli, fino a diventare indistinguibili dal fango che calpestiamo.
Ma Italo Calvino, attraverso la figura monumentale di Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista de Il barone rampante, lancia una sfida che ribalta quel ricorrente conformismo sociale che attraversa la vita umana di tutte le epoche: diventare adulti non significa avere la forza di cambiare e rinunciare all’idea di poter contribuire a costruire un futuro migliore.
Essere adulti, seguendo la lezione di Italo Calvino, non significa tradire gli ideali “sani e puri” per diventare ingranaggi della conservazione, ma avere il coraggio di abitare la realtà da una prospettiva diversa, più alta, senza mai lasciarsi sporcare le scarpe. Il rifiuto di Cosimo di scendere dall’albero non è un capriccio infantile, è l’atto fondativo di una sociologia della resistenza. È il monito a non svendere la propria voglia di futuro in cambio di una finta stabilità.
Come lo stesso Calvino chiarisce nel cuore del suo capolavoro:
«Capì questo: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e dànno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada).»
Il barone rampante di Italo Calvino: un romanzo da leggere e rileggere
Scritto nel 1957, Il barone rampante è il secondo capitolo della trilogia araldica I nostri antenati, insieme a Il visconte dimezzato (1952) e Il cavaliere inesistente (1959). Ma dietro l’eleganza della prosa calviniana si nasconde una genesi curiosa e profondamente umana. L’ispirazione per Cosimo non nasce dai racconti di vita vissuta. Calvino attinse all’immaginario del suo amico botanico e giardiniere Libereso Guglielmi e a un aneddoto ascoltato in un’osteria romana dal pittore Salvatore Scarpitta, che una sera del 1950 raccontò di un uomo che aveva deciso di vivere sugli alberi per protesta.
La Trama: Una vita sospesa tra i Lumi e la Storia
La storia ha inizio il 15 giugno 1767 in una Liguria settecentesca che profuma di resina e nobiltà decadente. Il dodicenne Cosimo Piovasco di Rondò, rampollo dei Baroni di Ombrosa, compie un gesto che molti adulti, ieri come oggi, liquiderebbero come un capriccio infantile: rifiuta un piatto di lumache cucinate dalla sadica sorella Battista e sale su un’elce del giardino di casa. La sua promessa è definitiva: «Non scenderò più».
Spostandosi di ramo in ramo, dalle elci ai pini, dai lecci ai frassini, Cosimo ridisegna i confini del suo mondo. La sua non è una vita di privazioni, ma di ingegnosa reinvenzione:
Contrariamente a quanto si possa pensare, Cosimo non è un isolato. Diventa un esperto di botanica e idraulica, organizza squadre di vigili del fuoco per proteggere i boschi e scrive addirittura un “Progetto di Costituzione per uno Stato ideale fondato sugli alberi”.
Diventa un vorace lettore, scambia lettere con i più grandi filosofi dell’epoca, tra cui Voltaire, incarnando l’ideale illuminista dell’uomo che usa la ragione per elevarsi.
Sperimenta una passione travolgente e tormentata con Viola, la figlia dei vicini marchesi d’Ondariva. Un amore che vive di distanze e di richiami, dimostrando come i sentimenti, visti dall’alto, perdano il peso del possesso per acquisire quello della libertà.
Vive in prima persona l’ondata della Rivoluzione Francese e l’ascesa di Napoleone Bonaparte, che incontra di persona rimanendone però deluso: il generale vede negli alberi solo un ostacolo bellico, mentre Cosimo vi vede uno spazio di libertà che il potere non può comprendere.
L’epilogo è il suggello della sua identità verticale. Nel 1820, ormai anziano e provato, Cosimo subisce la pressione di chi vorrebbe vederlo finalmente “scendere” per morire in un letto “come tutti gli altri”. Ma lui non cede. Al passaggio di una mongolfiera sopra Ombrosa, con un ultimo balzo di fanciullesca energia, si aggrappa all’ancora penzolante e svanisce nell’azzurro, lasciandosi poi cadere in mare. Senza mai più toccare la terra, né da vivo né da morto.
Se non accetti i compromessi della vita, sei un “folle”
Il punto cruciale de Il barone rampante risiede nel modo in cui il mondo degli “integrati” reagisce alla scelta di Cosimo. Invece di interrogarsi sulla propria mancanza di ideali o sulla mediocrità dei compromessi quotidiani, la società di Ombrosa sceglie la via più semplice: etichettare la coerenza come pazzia per poterla ignorare.
È un meccanismo di difesa collettiva: se Cosimo è “matto”, allora i suoi piedi staccati da terra non sono più un rimprovero alla nostra rassegnazione, ma solo una stravaganza da tollerare con un sorriso condiscendente.
Italo Calvino descrive lucidamente questo processo nel Capitolo XIV:
«Che Cosimo fosse matto, a Ombrosa s’era detto sempre, fin da quando a dodici anni era salito sugli alberi rifiutandosi di scendere. Ma in seguito, come succede, questa sua follia era stata accettata da tutti, e non parlo solo della fissazione di vivere lassù, ma delle varie stranezze del suo carattere, e nessuno lo considerava altrimenti che un originale.»
Trasformare una ribellione in “originalità” permette agli adulti di continuare a calpestare il fango senza sentirsi inferiori. È lo stesso meccanismo che colpisce chi oggi rivendica un futuro diverso: vengono chiamati sognatori o immaturi, per evitare di ammettere che la loro “follia” è l’unica forma di igiene mentale rimasta.
La follia che illumina: quando la distanza diventa bene comune
Tuttavia, Calvino compie un passo ulteriore: la pazzia di Cosimo, pur rimanendo tale agli occhi degli abitanti di Ombrosa, si trasforma in una forma di autorità morale superiore. Non è un’accettazione passiva quella che riceve dalla sua comunità, ma il riconoscimento di una grandezza che riesce a travalicare i confini del suolo.
Cosimo non è un folle isolato; la sua originalità cessa di essere un “capriccio” perché si dimostra capace di generare valore per tutti. È proprio perché abita i rami che può organizzare la prevenzione degli incendi o difendere il territorio dai lupi con strategie che chi è immerso nelle beghe della terraferma non riesce nemmeno a immaginare. Il culmine di questo paradosso sociologico lo troviamo nel Capitolo XXIV, quando la società, nel momento del bisogno, riconosce improvvisamente il suo valore:
«Nessuno parlava più del Barone di Rondò come d’un matto, ma tutti come d’uno dei più grandi ingegni e fenomeni del secolo. Questo finché restò ammalato. Quando guarì, si tornò a dirlo chi savio come prima, chi matto come sempre.»
Questa riflessione mette a nudo l’opportunismo del mondo degli adulti: pronti a chiamare “genio” chi non si piega solo quando la sua visione serve a risolvere un problema concreto, per poi tornare a bollarlo come “matto” non appena l’emergenza svanisce. Ma Cosimo rimane indifferente a queste etichette. La sua è una “follia radiante”: non scende lui, ma “tira su” gli altri, costringendoli ad alzare lo sguardo.
La coerenza come difesa: salvare il mondo dalla miopia adulta
Cosimo nel romanzo di Italo Calvino dimostra che la sua non è una fuga dal mondo, ma diventa una missione di salvaguardia. Mentre gli adulti di Ombrosa vivono una maturità fatta di inerzia, una rassegnazione che li porta a consumare il territorio, a ignorare i pericoli e a smarrire il senso della comunità, il “barone rampante” usa la sua posizione elevata (sugli alberi) per preservare ciò che gli altri distruggerebbero.
È la sua coerenza a renderlo utile. È lui che vigila sugli incendi quando gli altri dormono, è lui che studia i boschi quando gli altri li vedono solo come legna da ardere, è lui che difende la città dai lupi quando i “saggi” restano paralizzati dalla paura. La lezione sdi Calvino qui è dirompente: solo chi mantiene uno sguardo “puro” e coerente riesce a vedere i pericoli che l’abitudine nasconde agli occhi degli integrati.
Cosimo diventa il guardiano di un mondo che gli adulti, nella loro corsa verso un realismo sterile, stanno lentamente annientando. La sua “verticalità” è l’unica diga contro la distruzione del futuro.
Il finale del romanzo è l’atto estremo di una resistenza che non ammette eccezioni. Nel 1820, Cosimo è ormai anziano e malato, ma la sua promessa di non toccare terra resta incrollabile. Quando il mondo degli adulti si prepara a vederlo finalmente “scendere” per morire tra le braccia della rassegnazione, lui compie il suo capolavoro di libertà: si aggrappa all’ancora di una mongolfiera di passaggio e svanisce all’orizzonte, lasciandosi cadere in mare.
Questa scomparsa non è una fuga, ma il rifiuto di farsi “seppellire” dalle regole di una terraferma che ha smesso di guardare in alto. E le conseguenze sociologiche di questo addio sono immediate:
Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scure. Poi, la vegetazione è cambiata: non più i lecci, gli olmi, le roveri: ora l’Africa, l’Australia, le Americhe, le Indie allungano fin qui rami e radici.
Le piante antiche sono arretrate in alto: sopra le colline gli olivi e nei boschi dei monti pini e castagni; in giù la costa è un’Australia rossa d’eucalipti, elefantesca di ficus, piante da giardino enormi e solitarie, e tutto il resto è palme, coi loro ciuffi scarmigliati, alberi inospitali del deserto.
Senza il “presidio” di Cosimo, gli alberi “non reggono”. La società degli adulti, rimasta senza la sua bussola verticale, di quell’uomo folle che viveva sugli alberi, si abbandona alla distruzione (la “furia della scure”) e alla perdita di identità. Il paesaggio antico scompare, sostituito da piante “inospitali del deserto”.
Calvino lo afferma esplicitamente quando gli adulti smettono di essere “rampanti” e distruggono gli ideali dei giovani, il mondo si trasforma in un deserto grigio.
Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro…ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.
La coerenza di Cosimo era l’unica cosa che teneva insieme Ombrosa, rendendola un «ricamo fatto sul nulla». Senza quel filo d’inchiostro, senza quella voglia di futuro che ci tiene sospesi, la vita si dissolve in un «ultimo grappolo insensato di parole idee sogni».
Calvino ci dice che la coerenza è come la scrittura. Se smettiamo di essere “rampanti”, la nostra vita smette di essere una storia (un filo teso) e diventa uno scarabocchio insensato. Essere adulti significa continuare a scrivere con cura la propria storia, anche se il foglio (il mondo) sembra vuoto.
La voce di Biagio, il fratello minore narratore del romanzo, diventa il contrappunto tragico alla vita di Cosimo. Biagio è l’adulto “integrato”, colui che ha accettato di scendere dall’albero, di vivere secondo le regole della terraferma e di invecchiare nel conformismo. La sua malinconia finale è la prova definitiva della tesi di Calvino: chi scende dall’albero non diventa più saggio o più matto, ma semplicemente più povero di spirito.
Mentre Cosimo ha mantenuto fino all’ultimo la “vista acuta” di chi sa guardare lontano, Biagio confessa la propria cecità e quella di un’intera generazione: «noi tutti siamo stati ciechi». È il paradosso della maturità convenzionale: crediamo di mettere i piedi a terra per vedere meglio la realtà, ma finiamo per perdere la capacità di scorgere l’orizzonte. La distanza di Cosimo era, in verità, l’unica forma di vera vicinanza al senso delle cose.
Essere adulti oggi, seguendo la lezione di Italo Calvino, significa allora rifiutare questo vuoto. Significa avere il coraggio di quel salto finale: non toccare mai terra, ovvero non cedere mai al fango del compromesso, per assicurarsi che il mondo non diventi, per chi verrà dopo di noi, solo uno scarabocchio insensato.
La forza di rinunciare a pensare da giovani anche se si è adulti
Forse il punto non è decidere se Cosimo avesse ragione o meno. Il punto è che qualcuno, a un certo momento, ha avuto il coraggio di non scendere.
E da allora, ogni volta che ci chiedono di essere “ragionevoli”, di adattarci, di smussare ciò che siamo, quella figura sospesa tra i rami torna a interrogarci. Non come modello da imitare, ma come misura della nostra resa.
Perché la verità è più scomoda di quanto vogliamo ammettere: non è il mondo che ci costringe a scendere. Siamo noi che, a un certo punto, scegliamo la terra. Per paura dell’altezza.
Essere adulti, allora, non significa mettere i piedi per terra. Significa restare fedeli a ciò che abbiamo visto da lassù, anche quando il vento cambia, anche quando le braccia tremano, anche quando tutti, con gentilezza o disprezzo, ci invitano a scendere.
Perché è solo da quella distanza fragile e ostinata che il mondo smette di essere fango e torna a somigliare a una promessa.
