Una frase di Luigi Capuana sulle proprie origini

C’è qualcosa di raro e di commovente in un intellettuale, in questo caso Luigi Capuana, che confessa pubblicamente di non aver amato abbastanza la propria terra. Non di averla tradita, non di essersene vergognato — ma di non averla difesa con la forza che avrebbe meritato, di aver ceduto alla tentazione dell’equanimità quando sarebbe stato…

Una frase di Luigi Capuana sulle proprie origini

C’è qualcosa di raro e di commovente in un intellettuale, in questo caso Luigi Capuana, che confessa pubblicamente di non aver amato abbastanza la propria terra. Non di averla tradita, non di essersene vergognato — ma di non averla difesa con la forza che avrebbe meritato, di aver ceduto alla tentazione dell’equanimità quando sarebbe stato giusto schierarsi. Questo è il senso profondo del rimorso che Luigi Capuana mette in apertura de L’isola del sole, e queste poche righe di proemio contengono una riflessione sull’identità, sulla lealtà e sulla parola pubblica che va ben oltre la Sicilia e il suo tempo.

«Ebbi rimorsi di non essermi sentito Siciliano abbastanza; di avere esagerato anch’io i difetti del carattere isolano, e di avere apprezzato equamente pregi e particolari ogni volta che, interrogato, avevo dovuto ragionare; ebbi rimorso di non aver difeso clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata… cosa non rara purtroppo»

Luigi Capuana e la Sicilia: un rapporto complesso

Luigi Capuana nacque a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839, e visse la maggior parte della sua vita tra la Sicilia e la terraferma italiana — soprattutto Firenze, Roma, Milano — nei decenni decisivi del Risorgimento e dell’unificazione nazionale. Fu uno dei padri del verismo italiano, amico e sodale di Giovanni Verga, critico letterario acuto, romanziere prolifico. La sua opera più nota, Giacinta, risale al 1879; L’isola del sole, una raccolta di bozzetti e impressioni siciliane, è un testo più tardo, in cui Capuana torna alla sua isola con uno sguardo maturato dall’assenza e dall’esperienza del mondo.

Come molti intellettuali meridionali del suo tempo, Capuana si trovò in una posizione difficile: la Sicilia era al centro di un dibattito nazionale acceso, spesso viziato da pregiudizi settentrionali, da un orientalismo interno che faceva dell’isola un luogo esotico, arretrato, quasi irredimibile. I letterati siciliani che vivevano e lavoravano nei centri culturali della penisola erano costantemente chiamati a rispondere, a spiegare, a giustificare la propria origine. E in questo processo, molti — come Capuana ammette onestamente — finivano per cedere a un’altra tentazione: quella dell’equidistanza critica, del «non esagerare», dell’ammettere i difetti per sembrare obiettivi, moderni, liberi da campanilismi.

La struttura del rimorso

Il brano capuaniano ha una struttura precisa e quasi giuridica: è una confessione articolata in capi d’accusa che lo scrittore rivolge a se stesso. Il primo rimorso è di non essersi sentito «Siciliano abbastanza» — e la maiuscola nella parola è già un segnale: l’appartenenza all’isola è per Capuana qualcosa che merita la dignità del nome proprio, qualcosa che trascende la semplice indicazione geografica e diventa identità, valore, orgoglio.

Il secondo rimorso è di aver «esagerato i difetti del carattere isolano» — una colpa sottile, quasi invisibile, che si compie non con la menzogna ma con l’eccesso di onestà critica applicata solo in una direzione. Il terzo, e forse il più significativo, è di aver «apprezzato equamente pregi e particolari» — dove l’avverbio equamente suona, nella bocca del rimordente Capuana, come un’accusa: l’equanimità, in certi contesti, non è virtù ma viltà.

Il quarto e ultimo rimorso sintetizza tutto: non aver difeso «clamorosamente» la Sicilia quando la si vedeva «mal giudicata o calunniata». E qui Capuana compie una distinzione fondamentale, inserendo una clausola che salva il suo pensiero dal nazionalismo cieco: quella difesa avrebbe dovuto avvenire «senza sciocche gonfiezze di amor provinciale». Non si tratta di gridare per orgoglio ferito, non di rovesciare la critica in lode indiscriminata. Si tratta di qualcosa di più difficile e più nobile: difendere la verità su un luogo e su una gente contro la calunnia e il pregiudizio, con argomenti fondati e con il coraggio di chi sa da che parte stare.

L’equanimità, in certi contesti, non è virtù ma viltà. Capuana lo sapeva, e lo confessava con quella lucidità che è propria di chi ha già attraversato il rimorso e ne ha ricavato una lezione.

La calunnia come fatto ordinario

Le ultime quattro parole del brano — «cosa non rara purtroppo» — portano il peso di una constatazione amara e lucidissima. Capuana non si limita a raccontare un episodio personale di mancato coraggio: colloca quel mancato coraggio dentro una situazione strutturale, un contesto in cui la Sicilia veniva sistematicamente mal giudicata o calunniata. Il «purtroppo» è un sospiro, ma anche un atto di accusa implicito verso chi quella calunnia produceva e alimentava.

La Sicilia postunitaria era oggetto di una narrazione nazionale che la riduceva a problema, a questione, a peso. I resoconti dei funzionari piemontesi, le inchieste parlamentari, i romanzi e i giornali del Nord costruivano un’immagine dell’isola come terra di mafia, di arretratezza, di fatalismo rassegnato. Questa rappresentazione non era interamente falsa — le condizioni sociali dell’isola erano realmente drammatiche — ma era quasi sempre parziale, decontestualizzata, priva della comprensione storica necessaria a spiegare come quelle condizioni si erano formate. E soprattutto era dominante: chi veniva dalla Sicilia doveva continuamente misurarsi con essa, risponderle, negoziare la propria identità in rapporto ad essa.

Il dilemma dell’intellettuale di confine

Quello che Capuana descrive è, in termini contemporanei, il dilemma dell’intellettuale che vive tra due culture, tra un’origine e un’adozione.

Chi cresce in una periferia e poi lavora al centro conosce bene questa tentazione: quella di guadagnarsi la credibilità distanziandosi strategicamente dalla propria provenienza, di dimostrarsi «al di sopra delle parti» proprio nelle questioni in cui le parti contano di più. È un meccanismo di adattamento comprensibile, persino razionale — ma a un costo che Capuana misura con precisione: il rimorso.

Il rimorso capuaniano non è quello di chi ha tradito esplicitamente, di chi ha rinnegato le proprie origini con parole di disprezzo. È qualcosa di più sottile e in un certo senso più doloroso: il rimorso di chi ha semplicemente taciuto quando avrebbe dovuto parlare, di chi ha scelto la prudenza quando sarebbe stata necessaria la passione, di chi ha lasciato che l’ingiustizia si consolidasse per non sembrare di parte.

È il rimorso dell’omissione, non dell’azione — e le omissioni, come sa chiunque abbia vissuto abbastanza, lasciano spesso una traccia più lunga delle azioni sbagliate.

Amor provinciale e amor di verità

La distinzione che Capuana introduce tra la difesa legittima e le «sciocche gonfiezze di amor provinciale» è una delle più acute del brano, e merita di essere sostata. Il campanilismo — l’amor di patria piccola che si rifiuta di vedere i difetti, che trasforma ogni critica in offesa, che risponde all’analisi con il risentimento — è una trappola reale, e Capuana la conosce bene. Avrebbe potuto cadere nell’eccesso opposto, trasformare il rimorso in un’apologia acritica della Sicilia. Non lo fa.

Quello che Capuana rivendica — e che rimprovera a se stesso di non aver praticato — è qualcosa di diverso e di più difficile: una difesa fondata sui fatti, motivata dall’amore per la verità più che dall’orgoglio ferito. È possibile amare profondamente un luogo e un popolo, riconoscerne i limiti storici e le contraddizioni, e tuttavia difenderlo con forza quando viene descritto in modo ingiusto o calunnioso. Anzi, questa è l’unica difesa autentica: quella che viene da chi conosce davvero, da chi non ha bisogno di idealizzare per amare.

Una lezione che attraversa i secoli

Sarebbe un errore leggere queste righe di Capuana come un documento meramente storico, circoscritto alla Sicilia di fine Ottocento. Il problema che esse pongono è universale e perenne: come si sta nel mondo quando si viene da un luogo che il mondo giudica male? Come si concilia la lucidità critica — necessaria a qualunque intellettuale dignitoso — con la lealtà verso la propria origine? Dove finisce il sano distacco e dove comincia la viltà travestita da obiettività?

Capuana non dà una risposta sistematica a queste domande — ma il fatto stesso di averle poste, con quella franchezza dolorosa che è propria dei grandi scrittori, è già un contributo prezioso. Il proemio de L’isola del sole è un piccolo atto di coraggio retrospettivo: non si può tornare indietro a difendere la Sicilia nelle conversazioni mancate, ma si può almeno riconoscere il mancato coraggio, nominarlo, e lasciare che quella confessione diventi una lezione per chi legge. In fondo, anche questo è un modo di essere, finalmente, abbastanza siciliani.