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“Keyla la Rossa”, il libro che Isaac Bashevis Singer non avrebbe voluto pubblicare

“Keyla la Rossa”, il libro che Isaac Bashevis Singer non avrebbe voluto pubblicare

In “Keyla la Rossa”, il Premio Nobel Isaac B. Singer ci trascina nel cuore pulsante e viscerale della Varsavia ebraica, tra i vicoli di via Krochmalna, per raccontarci una storia che lui stesso avrebbe voluto tenere nell’ombra.

Keyla la Rossa, il libro che Isaac Bashevis Singer non avrebbe voluto pubblicare

Keyla la Rossa” di Isaac Bashevis Singer,  è un libro che l’autore non avrebbe voluto pubblicare perché il mondo ebraico è ritratto in modo impietoso: si entra nel ghetto vizioso di Varsavia, frequentato da gente pronta a tutto pur di far soldi. La lettura è una immersione totale nel magma delle contraddizioni umane, dominato dalla forza incandescente dell’amore-passione, una potenza travolgente che non salva ma sconvolge, non redime ma trascina verso l’ossessione e talvolta verso la follia.

Isaac Bashevis Singer (1904-1991) è stato un celebre scrittore polacco-statunitense, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1978 per la sua intensa arte narrativa che, radicata nella cultura ebraico-polacca, ha portato a nuova vita la lingua yiddish. Scopriamo di più su questa sua opera.

“Keyla la Rossa”: la forza oscura dell’amore

La vicenda ruota attorno alla figura magnetica di Keyla, donna dal passato segnato dalla prostituzione, la cui capacità di sedurre e dominare gli uomini diventa il motore di destini incrociati e tragici: nessuno le resiste, né Yarme, affascinante avanzo di galera, né il giovane Bunem, destinato al rabbinato, né l’ambiguo Max. Attraverso di lei, Singer esplora l’ambivalenza del desiderio, che può farsi promessa di salvezza ma anche condanna.

Sul fondo delle turbinose vicende dei protagonisti si staglia la vita brulicante e miserabile del ghetto ebraico di Varsavia, in particolare la mitica via Krochmalna, già resa celebre dall’autore in altre opere. Qui, tuttavia, lo scrittore mostra senza reticenze il “lato oscuro” della comunità: la tratta di giovanissime ebree provenienti dagli shtetl dell’Europa orientale e costrette a prostituirsi in Sudamerica, e l’ipocrisia morale che circonda desideri proibiti e identità ambigue.

La narrazione si sposta poi nella caotica e altrettanto povera realtà di New York City, dove gli emigrati ebrei cercano fortuna senza riuscire a sottrarsi del tutto alle ombre del passato. Ne emerge un affresco potente, popolato di figure pittoresche e contraddittorie, che per ampiezza e intensità è stato accostato alla grande tradizione ottocentesca di Charles Dickens e Fëdor Dostoevskij.

In questo intreccio di eros, miseria, fede e colpa, Singer restituisce un mondo vivo e contraddittorio, mostrando come, anche nelle realtà più degradate, l’amore continui a esercitare il suo dominio assoluto e inesorabile.

Keyla, donna fatale

In “Keyla la Rossa” di Isaac Bashevis Singer la figura di Keyla assume un valore che va oltre la dimensione realistica del personaggio e si carica di una forte valenza simbolica. Keyla incarna anzitutto l’eros come forza primordiale e distruttiva. Non è semplicemente una donna seducente, ma la personificazione di un’energia vitale che travolge ogni ordine costituito: religioso, morale, sociale. Attorno a lei cadono le certezze maschili — il progetto rabbinico di Bunem, l’identità virile e ribelle di Yarme, l’ambiguità inquieta di Max — come se la sua presenza rivelasse la fragilità delle costruzioni ideologiche e spirituali.

In questo senso, Keyla è simbolo della verità istintiva del desiderio, che smaschera l’ipocrisia e dissolve le illusioni.Il colore “rosso” del suo nome rafforza questa lettura simbolica. Il rosso è il colore del sangue, della passione, del peccato, ma anche della vita e della ribellione. Keyla è insieme tentazione e vitalità, dannazione e promessa. Porta con sé un’aura quasi demoniaca, che richiama la figura archetipica della femme fatale, ma in Singer questa dimensione non è mai puramente moralistica: il suo potere seduttivo non è solo colpa, è anche una forma di affermazione di sé in un mondo che sfrutta e umilia le donne.

In un contesto come quello del ghetto di Varsavia, segnato da povertà e rigide norme religiose, Keyla diventa inoltre simbolo della marginalità. È una donna già “marchiata” dal passato nei bordelli, e proprio per questo rappresenta ciò che la comunità rimuove e condanna. La sua esistenza mette a nudo le contraddizioni interne a quel mondo: dietro la facciata della legge religiosa e dell’onore familiare si muovono traffici illeciti, desideri proibiti, doppie vite.

Una figura emblema del sogno di riscatto

Keyla è la verità scandalosa che riaffiora. Infine, nel passaggio verso New York City, il suo destino assume un significato ulteriore: diventa emblema dell’emigrazione stessa, del sogno di riscatto che si scontra con la ripetizione delle stesse dinamiche di sfruttamento e disillusione. Come molti emigrati, Keyla cerca una nuova possibilità, ma resta intrappolata in una spirale di passioni e violenze che sembra inscritta nel suo stesso nome.

Simbolicamente, dunque, Keyla è al tempo stesso individuo e mito: donna concreta, con la sua storia di sofferenza, e figura archetipica dell’amore assoluto e distruttivo. In lei Singer concentra la tensione tra corpo e spirito, legge e desiderio, redenzione e caduta, trasformando il personaggio in una potente metafora della condizione umana.