I versi di Patrizia Valduga sul nostro limite di sopportazione

8 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi versi di Patrizia Valduga che esprimono poeticamente un momento insieme doloroso e liberatorio: quando diciamo "basta"

I versi di Patrizia Valduga sul nostro limite di sopportazione

Nella raccolta “Prima antologia” di Patrizia Valduga, poetessa tra le più raffinate e provocatorie del panorama letterario italiano contemporaneo, troviamo versi che condensano con straordinaria efficacia una delle tecniche retoriche più potenti: quella del non detto, dell’allusione, del silenzio carico di significati. I versi in questione meritano un’analisi approfondita per la loro capacità di evocare un intero universo di sottintesi e tensioni attraverso la strategia dell’interruzione volontaria.

“Lasciamo stare, via, lasciamo stare.
«Io mi fermo qui», come al tigi uno
quella di sbieco fa, per terminare…

che se solo volesse continuare,
ne avrebbe di notizie, lei, da dare!”

La struttura metrica e il ritmo dell’esitazione nei versi di Patrizia Valduga

Patrizia Valduga è nota per la sua maestria nell’uso delle forme metriche tradizionali, in particolare della terzina dantesca e della quartina. In questi versi si riconosce la struttura di una quartina con rima incrociata (stare/uno/terminare, stare/continuare/dare), anche se la disposizione tipografica potrebbe variare nell’edizione originale. Ciò che colpisce immediatamente è il ritmo: il primo verso, con la ripetizione “Lasciamo stare, via, lasciamo stare”, crea un effetto di insistenza che paradossalmente sottolinea proprio ciò che si vorrebbe lasciar perdere.

La ripetizione funziona come un gesto retorico ambiguo: da un lato sembra voler chiudere un discorso, dall’altro ne ribadisce l’importanza attraverso l’enfasi. È come se chi parla non riuscisse davvero a lasciar stare, nonostante lo dichiari esplicitamente. Questo crea una tensione tra il detto e il non detto, tra l’intenzione dichiarata e quella reale.

Il riferimento al telegiornale: quotidianità e gossip

Il riferimento al “tigi” (abbreviazione colloquiale per telegiornale, dal TG1 della RAI) introduce un elemento di contemporaneità e quotidianità che è tipico della poetica valdughiana. La poetessa non teme di inserire nella poesia riferimenti alla cultura popolare, ai media, alla vita ordinaria. Questo abbassamento di registro, lungi dal banalizzare la poesia, la rende più incisiva e riconoscibile.

L’immagine evocata è precisa: una persona intervistata in televisione che, dopo aver raccontato qualcosa, interrompe il proprio discorso con un “io mi fermo qui”, spesso accompagnato da uno sguardo “di sbieco”, obliquo, ammiccante. È un gesto che tutti abbiamo visto infinite volte nei talk show, nelle interviste, nei programmi di intrattenimento: la persona che lascia intendere di sapere molto di più, ma che strategicamente sceglie di non dire tutto.

Questa figura retorica del trattenere informazioni ha un nome preciso nella retorica classica: la praeteritio o preterizione, figura per cui si finge di voler omettere qualcosa mentre in realtà lo si sta mettendo in evidenza. “Non voglio dire che…”, “Non sta a me raccontare…”, “Io mi fermo qui”: tutte formule che paradossalmente attirano l’attenzione proprio su ciò che si dichiara di voler tacere.

Il potere del non detto

Il cuore pulsante di questi versi sta nell’ultimo distico: “che se solo volesse continuare, / ne avrebbe di notizie, lei, da dare!”. Qui Valduga mette a nudo il meccanismo psicologico e sociale alla base del gossip, della chiacchiera, del pettegolezzo. Chi dice “io mi fermo qui” in realtà sta facendo due cose contemporaneamente: da un lato si attribuisce un’aura di discrezione e riservatezza (virtù socialmente apprezzate), dall’altro sta amplificando il desiderio di chi ascolta di sapere di più.

Il “ne avrebbe di notizie, lei, da dare!” è un’esclamazione che mescola ammirazione e frustrazione. C’è l’ammirazione per chi possiede informazioni riservate (il potere della conoscenza), ma anche la frustrazione di chi resta escluso da questa conoscenza. L’uso del condizionale (“se solo volesse”) sottolinea la volontarietà della scelta di tacere: non è che non possa dire, è che non vuole dire.

Lo stile: tra classicismo e contemporaneità

Questi versi esemplificano perfettamente lo stile di Patrizia Valduga: da un lato l’uso rigoroso della metrica tradizionale, la musicalità, la costruzione sintattica curata; dall’altro il linguaggio colloquiale (“via”, “tigi”), i riferimenti alla cultura di massa, i temi prosaici. È questa tensione tra alto e basso, tra tradizione e contemporaneità, a rendere la sua poesia così efficace e riconoscibile.

La Valduga non usa la forma metrica tradizionale come esercizio di stile o nostalgia del passato, ma come strumento di precisione espressiva. La rigidità della forma crea un contrasto produttivo con la fluidità del parlato, con l’immediatezza del riferimento televisivo, con la malizia del sottinteso.

L’ironia e la complicità

C’è un’evidente ironia in questi versi, ma non è un’ironia distaccata o superiore. È piuttosto un’ironia complice, che sembra dire: tutti sappiamo come funziona questo gioco, tutti riconosciamo questo meccanismo. La poetessa non si pone al di sopra del fenomeno che descrive, ma lo osserva dall’interno, con la familiarità di chi lo conosce bene.

L’esclamazione finale, con il suo punto esclamativo, ha un tono quasi ammirato: c’è un riconoscimento dell’abilità retorica di chi sa dosare il detto e il non detto, di chi sa creare attesa e desiderio attraverso il silenzio strategico. È la stessa abilità che la poesia stessa esercita: dire attraverso il non dire, evocare più di quanto non nomini esplicitamente.

Il silenzio come forma di eloquenza

Questi versi ci ricordano che nella comunicazione umana il silenzio non è mai neutro. Il silenzio può essere vuoto (quando non c’è nulla da dire) o pieno (quando si sceglie di non dire ciò che si sa). Il silenzio pieno è paradossalmente più eloquente del discorso esplicito, perché attiva l’immaginazione di chi ascolta, che tende a riempire i vuoti con le proprie proiezioni, spesso amplificando ciò che si tace.

La formula “io mi fermo qui” è quindi una strategia comunicativa sofisticata: crea suspense, alimenta la curiosità, conferisce importanza a chi parla (perché chiaramente sa di più), e lascia aperte molteplici possibilità interpretative. È il non detto che crea il significato, è l’interruzione che paradossalmente continua a parlare.

Patrizia Valduga, con questi versi apparentemente semplici e immediati, ci offre una lezione di poetica: la poesia è l’arte dell’allusione, del suggerimento, del dire attraverso il non dire completamente. Come la figura televisiva che si ferma “per discrezione”, la poesia dice sempre meno di quanto potrebbe dire, lasciando al lettore il compito di completare, interpretare, immaginare.

Ma mentre la figura del telegiornale si ferma per malizia o calcolo sociale, la poesia si ferma per necessità estetica: il non detto è lo spazio in cui il lettore diventa coautore, dove il significato si genera nell’interazione tra testo e interprete. Valduga, con la sua consueta maestria, trasforma un’osservazione sociale acuta in una riflessione metapoetica sulla natura stessa della comunicazione artistica.

“Ne avrebbe di notizie da dare” vale per la donna del telegiornale come per la poesia stessa: entrambe potrebbero dire di più, ma scelgono di fermarsi esattamente nel punto in cui il desiderio di sapere si fa più intenso. E in questo equilibrio precario tra il detto e il taciuto si gioca tutta l’efficacia comunicativa, sia del gossip che della grande poesia.

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