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Una frase di Nikolaj Gogol sulla vita che dura un istante

Una frase di Nikolaj Gogol sulla vita che dura un istante

“Racconti di Pietroburgo”, un capolavoro assoluto di Nikolaj Gogol, valorizzato ancora di più dalla stupenda traduzione di Tommaso Landolfi.

Una frase di Nikolaj Gogol sulla vita che dura un istante

La citazione di Nikolaj Gogol’, tratta da Racconti di Pietroburgo nella traduzione di Tommaso Landolfi, offre una delle immagini più limpide e malinconiche della precarietà delle emozioni umane:

«Ma di lunga durata non v’ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell’istante che segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale, così come sull’acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da ultimo, colla liscia superficie».

Nikolaj Gogol e la vita che scorre

In queste righe si condensa una meditazione sul tempo, sull’illusione della permanenza e sulla natura effimera della felicità. Gogol’, scrittore capace di intrecciare grottesco e metafisica, ironia e tragedia, si sofferma qui su un’esperienza universale: la dissolvenza delle emozioni intense. Nulla, afferma, è di lunga durata. Nemmeno la gioia, che pure appare come uno dei sentimenti più desiderabili, riesce a sottrarsi alla legge dell’attenuazione.

La progressione temporale descritta nella frase è significativa: primo istante, secondo, terzo, e poi la fusione. L’autore non parla di un improvviso spegnimento, ma di un graduale indebolimento. La gioia non scompare bruscamente; si attenua, perde vigore, si normalizza. È un processo quasi impercettibile, “insensibile”, che conduce dall’eccezionale all’ordinario. In questo passaggio si avverte una sottile malinconia: ciò che ci entusiasma e ci solleva al di sopra della quotidianità è destinato a rientrare nella misura comune.

La metafora conclusiva è di straordinaria efficacia: il cerchio sull’acqua generato da un sasso. Quando il sasso cade, l’acqua vibra, si increspa, si anima di onde concentriche. Ma quei cerchi si allargano, si assottigliano, e infine si confondono con la superficie liscia. L’immagine traduce in forma visiva il destino dell’emozione: da evento perturbante a quiete ristabilita. L’acqua torna piatta, come l’animo torna al suo stato abituale.

Questa visione si inserisce perfettamente nell’atmosfera dei racconti pietroburghesi di Gogol’, dove la città diventa teatro di illusioni, sogni, ambizioni e frustrazioni. Pietroburgo è una città che promette grandezza e successo, ma spesso restituisce delusione e smarrimento. La gioia, come l’onda sull’acqua, è un momento di eccitazione che non può durare. La realtà riprende il suo volto consueto.

La riflessione gogoliana tocca un nodo centrale dell’esperienza umana: l’impossibilità di fissare l’attimo felice. Ogni emozione intensa contiene già in sé il germe del suo esaurimento. L’istante successivo al primo è “già non più tanto vivo”. In questa osservazione si avverte una consapevolezza psicologica acuta: l’abitudine attenua tutto, anche ciò che inizialmente ci sembrava straordinario.

La gioia, dunque, non è una condizione stabile, ma un picco. E come ogni picco, è destinata a ridiscendere. Ciò non significa che sia illusoria o falsa; significa piuttosto che appartiene alla dinamica del tempo. Il tempo, nella visione di Gogol’, è una forza livellatrice. Non distrugge soltanto le cose materiali, ma smussa anche gli slanci interiori.

La traduzione di Landolfi contribuisce a rendere questa riflessione ancora più intensa. Il lessico leggermente arcaizzante (“non v’ha”, “colla liscia superficie”) conferisce alla frase un tono solenne, quasi sentenzioso. Non si tratta di una semplice osservazione narrativa, ma di una verità universale, formulata con eleganza e gravità. Landolfi riesce a restituire la musicalità e la profondità dell’originale russo, mantenendo un equilibrio tra fedeltà e suggestione stilistica.

Oltre il pessimismo spicciolo

Ma la citazione non va letta soltanto in chiave pessimistica. Se è vero che la gioia si attenua, è altrettanto vero che essa esiste, anche se per un istante. Il sasso che cade nell’acqua produce comunque un cerchio, un movimento, una vibrazione. Senza quel gesto, la superficie resterebbe immobile. Così, senza gli attimi di gioia, la vita sarebbe una distesa piatta e uniforme. L’effimero non è privo di valore proprio perché è effimero: anzi, la sua precarietà ne accresce l’intensità.

Inoltre, il fatto che la gioia si fonda con lo stato d’animo abituale suggerisce una continuità, non una cancellazione. L’emozione intensa lascia una traccia, anche se attenuata. L’acqua che torna liscia non è più esattamente la stessa: ha conosciuto un movimento. Allo stesso modo, l’animo che ha provato gioia non è identico a quello che non l’ha mai sperimentata.

La citazione invita anche a riflettere sul rapporto tra aspettativa e realtà. Spesso desideriamo che la felicità sia permanente, che l’istante luminoso si prolunghi indefinitamente. Ma la natura stessa dell’esperienza umana rende impossibile questa fissazione. La coscienza si abitua, integra, normalizza. È un meccanismo di equilibrio: senza di esso, saremmo travolti dall’intensità continua delle emozioni.

In questo senso, Gogol’ anticipa una sensibilità moderna, quasi esistenziale. La consapevolezza della transitorietà non conduce necessariamente alla disperazione, ma a una forma di lucidità. Sapere che la gioia si attenuerà può renderci più attenti al momento in cui la viviamo. Il primo istante, il più vivo, acquista un valore prezioso proprio perché sappiamo che non durerà.

La metafora dell’acqua suggerisce anche un’idea di armonia finale. Il cerchio non si spezza, non si infrange: si fonde. La superficie liscia non è negazione del movimento, ma suo compimento. Forse, in questa immagine, si cela una visione più ampia dell’esistenza: ogni turbamento, ogni entusiasmo, ogni dolore è destinato a integrarsi nel flusso continuo della vita.