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Una frase di Luigi Pirandello svela come l’ipocrisia aiuta a vivere tranquilli

Una frase di Luigi Pirandello svela come l’ipocrisia aiuta a vivere tranquilli

Scopri la frase tratta da “Il Berretto a sonagli” in cui Luigi Pirandello spiega perché l’ipocrisia è spesso il prezzo per vivere in pace nella società.

Una frase di Luigi Pirandello svela come l'ipocrisia aiuta a vivere tranquilli

Pupi si deve essere se si vuole vivere tranquillamente nella società. Altrimenti le conseguenze possono diventare terribili. Una frase di Luigi Pirandello, tratta dall’opera teatrale Il berretto a sonagli, offre una lezione lucida e universale su come l’ipocrisia sia, molte volte, funzionale alla convivenza.

Svelare la verità e rompere l’ordine e l’equilibrio sociale può infatti produrre effetti opposti rispetto a quelli desiderati. Non sempre dire tutto libera: talvolta destabilizza, espone, isola.

Il geniale scrittore siciliano, attraverso le parole dei personaggi della sua commedia, costruisce una rappresentazione senza tempo di una dinamica che continua a riguardarci da vicino. La società, suggerisce Pirandello, impone spesso tabù difficili da infrangere, anche quando il senso di giustizia e il bisogno di verità spingerebbero nella direzione opposta.

Il risultato è un paradosso profondamente moderno. Chi decide di opporsi alle regole non scritte della convivenza rischia di pagare un prezzo altissimo. Il senso d’ingiustizia può diventare lacerante per chi subisce un torto, ma la sua esposizione pubblica può generare conseguenze ancora più pesanti rispetto all’accettazione silenziosa del danno.

È in questo punto fragile che Pirandello inserisce una delle sue intuizioni più disturbanti: la vita sociale si regge anche su un equilibrio di finzioni condivise.

Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti. Dovrebbe bastare, santo Dio, esser nati pupi così per volontà divina. Nossignori! Ognuno poi si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o che si crede d’essere. E allora cominciano le liti! Perché ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori. A quattr’occhi, non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri, no; dagli altri lo vuole rispettato.

La trama del Berretto a sonagli e il contesto dell’opera

Scritta da Luigi Pirandello nel 1916 in dialetto siciliano con il titolo A birritta cu’ i ciancianeddi e successivamente tradotta in italiano, la commedia rappresenta uno dei momenti più lucidi della riflessione pirandelliana sull’identità e sulle convenzioni sociali. La prima rappresentazione teatrale avvenne nel 1917, portando subito all’attenzione del pubblico la forza corrosiva del testo.

La vicenda si svolge in un piccolo paese siciliano e ruota attorno a Ciampa, umile scrivano al servizio del cavalier Fiorica, e a Beatrice, moglie del cavaliere. Quando Beatrice scopre il tradimento del marito con Nina, la moglie di Ciampa, decide di denunciarlo pubblicamente. Non è l’amore a muoverla, ma il bisogno di salvare la propria immagine sociale.

Da questo gesto apparentemente semplice nasce il meccanismo tragico della commedia.

Ciampa, perfettamente consapevole della relazione adulterina, non reagisce con gelosia ma con lucido realismo: sa che il suo onore dipende solo da ciò che gli altri credono. Per questo tenta disperatamente di fermare Beatrice. Quando però lo scandalo esplode, l’unica via d’uscita diventa paradossale e crudele: far passare la donna per pazza, così da salvare le apparenze di tutti.

Pirandello trasforma così un banale adulterio in un dramma dell’identità, dove la verità perde valore davanti alla necessità sociale della finzione.

La lettura di Antonio Gramsci

Già all’epoca, l’opera suscitò riflessioni critiche importanti. In un articolo apparso su L’Avanti! il 27 febbraio 1918, Antonio Gramsci colse con notevole lucidità il nucleo del dramma pirandelliano.

Il pensatore sardo individuò nel protagonista il vero centro della tensione teatrale: un marito tradito che sopporta l’umiliazione pur di non diventare «lo zimbello del paese» e di non vedersi mettere simbolicamente «la berretta coi sonagli della beffa».

Gramsci mise in evidenza soprattutto un punto decisivo. Pirandello rappresenta lo sdoppiamento dell’uomo tra la sua intimità e il suo ruolo sociale. Ciampa, osserva il critico, teorizza questa frattura e agisce di conseguenza, scegliendo la tranquillità pubblica invece della verità privata.

Pur giudicando la commedia meno intensa rispetto ad altre opere pirandelliane, Gramsci ne riconobbe la continuità con i grandi temi dell’autore: il conflitto tra essere e apparire, tra immagine e verità, tra equilibrio sociale e autenticità individuale.

Il “pupo” di Pirandello: la maschera che ci tiene in piedi

Quando Ciampa dice “pupo io, pupo lei, pupi tutti”, Pirandello non sta semplicemente affermando che recitiamo una parte. Sta dicendo qualcosa di più radicale. Il nostro “io sociale” non coincide con noi, è un oggetto esterno, quasi un manichino, che deve restare in piedi davanti agli altri.

Il “pupo” è ciò che gli altri vedono. Ma soprattutto è ciò che gli altri pretendono di vedere. Ed è per questo che è così potente, perché non è un’idea astratta, ma un meccanismo concreto di convivenza. Il pupo funziona come un passaporto, permette, infatti, di attraversare la società senza essere fermato, senza essere umiliato, senza essere escluso.

Ognuno poi si fa pupo per conto suo

Qui Pirandello introduce il primo colpo di genio: il pupo non è solo imposto dalla società, è anche auto-prodotto. Ognuno si costruisce il proprio pupo “per conto suo”, scegliendo una figura presentabile, difendibile, riconoscibile. La sopravvivenza sociale dipende proprio da questa maschera che ognuno si crea per poter sopravvivere all’ordine imposto dalla società.

Il pupo rappresenta l’identità come progetto. Non ciò che sei, ma ciò che puoi essere. non ciò che senti, ma ciò che regge. Non la verità, ma la forma.

Ed è qui che nasce la prima trappola in cui si finisce per cadere. Più s’investe nel pupo, più si diventa dipendente, e molte volte vittima, dal suo giudizio pubblico.

Ogni pupo vuole portato il suo rispetto

Questo è il cuore sociologico della frase. Pirandello capisce che il rispetto, nella vita sociale, raramente è rivolto alla persona. È rivolto al ruolo. Il pupo vuole essere rispettato “non tanto per quello che dentro di sé si crede”, ma per ciò che deve rappresentare fuori.

Cercando di tradurre in parole semplici non è importante chi sei, è importante cosa incarni.

E quando qualcuno smette di rispettare quella rappresentazione, non sta solo contraddicendo, ma sta minacciando. Perché sta mettendo a rischio la propria stabilità sociale.

A quattr’occhi, non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia.

È la parte più crudele e più vera. Luigi Pirandello suggerisce che, in privato, nessuno è davvero contento della propria parte. Nessuno sente di coincidere perfettamente con la maschera che indossa. Ma il punto non è liberarsene, ma che non puoi permettere che siano gli altri a strapparla.

Qui l’ipocrisia diventa “utile”, non perché sia bella, ma perché evita il collasso. Il pupo è fragile, eppure va difeso. Perché se cade, non cade soltanto un’immagine. Crolla una posizione, un equilibrio, una reputazione.

Perché “pupo” è più forte di “maschera”

La parola “maschera” può sembrare elegante, quasi teatrale. “Pupo” invece è più materiale, più feroce. Un pupo è manovrato (da noi e dagli altri). È esposto allo sguardo pubblico. È  fatto per “stare in scena”. Può diventare ridicolo, umiliato, deriso.

E infatti ne Il berretto a sonagli la vera paura non è il tradimento, ma diventare “pupo rotto”, cioè oggetto di scherno, bersaglio della comunità.

Il paradosso finale è che il pupo si salva dichiarando pazza la verità. La soluzione della commedia è il trionfo del pupo. Per neutralizzare lo scandalo, la società non corregge il torto, ma scredita chi lo denuncia.

Beatrice è costretta a scegliere di essere considerata pubblicamente una folle, perché ha violato la regola fondamentale: non si rompe la scenografia. Non si apre il sipario sulla verità quando la comunità non è pronta a guardarla.

E Ciampa, che è la vittima del tradimento, di contro invece per salvare se stesso e indirettamente l’equilibrio sociale, diventa il difensore dell’ordine. Perché ha capito la legge non scritta della convivenza: meglio una menzogna stabile che una verità devastante.

Cosa significa “pupo” nella tradizione siciliana

Nel contesto siciliano, il “pupo” non è semplicemente un bambino o una figura generica. È la marionetta dell’Opera dei Pupi, il celebre teatro popolare diffuso in tutta la Sicilia tra Ottocento e primo Novecento.

Si tratta di figure armate, rigide, manovrate dall’alto, che portano in scena storie cavalleresche davanti a un pubblico che conosce perfettamente il gioco della rappresentazione.

Quando Pirandello usa la parola “pupo”, quindi, attiva un’immagine fortissima per il pubblico del suo tempo: quella di un personaggio che si muove sulla scena ma che, in realtà, è guidato da fili invisibili.

Non è una scelta casuale. È una metafora precisa della condizione umana: individui che credono di agire liberamente ma che, nella vita sociale, finiscono spesso per recitare una parte già scritta.

Le tre corde di Ciampa: la teoria che spiega l’ipocrisia

Poco prima che il povero marito tradito (Ciampa) affermi la sua frase sui pupi, sempre nella Scena quarta dell’Atto primo de Il Berretto a sonagli offre delle intuizioni più potenti di Luigi Pirandello: la teoria delle tre corde.  Con il tono disincantato di chi ha capito come funziona davvero la convivenza umana Ciampa infatti formula un’altra frase di grande visione:

La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. (Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta, fa l’atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.)

La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. Non si può. Io mi mangerei, per modo d’esempio, il signor Fifì. Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: «Oh quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!».

Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco,prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!

Le parole pronunciate da Ciampa sono di una potenza unica. Seguendo il tetto, ogni individuo possiede tre corde interiori:

1. La corda civile 

Che permette di vivere in società mantenendo le apparenze.

2 La corda seria

Legata alla riflessione e alla consapevolezza.

3. La corda pazza

Che se tirata oltre i limiti fa saltare ogni equilibrio, scatenando effetti imprevedibili.

Il punto decisivo è che la società regge finché resta tesa la corda civile. È quella che consente agli individui di evitare lo scontro frontale con la verità più scomoda. Beatrice, nel momento in cui decide di denunciare pubblicamente il tradimento, fa scattare la corda pazza. E il sistema reagisce immediatamente, isolandola.

Luigi Pirandello suggerisce così una verità che può anche disturbare, ma che contiene un principio fondamentale del vivere in comunità. Non sempre è la menzogna a essere pericolosa. A volte lo è la verità quando irrompe senza mediazioni.