Lamento (1934) di Hermann Hesse, poesia che rivela perché non troviamo mai pace
Scopri i versi di “Lamento” di Hermann Hesse, la poesia che svela perché l’uomo è condannato all’ansia e all’inquietudine perenne.
Lamento di Hermann Hesse è una delle liriche più filosofiche e perturbanti del poeta tedesco. In questi versi, Hesse consegna al lettore una verità amara e universale: per l’essere umano la pace definitiva sembra non essere possibile.
L’uomo appare condannato a una perenne inquietudine, sospeso in una tensione irrisolvibile tra il desiderio di eterno e la sua natura di continuo divenire. In questo viaggio senza approdo, ciò che davvero accompagna l’esistenza non è la meta, ma quel sottile e persistente “brivido di paura” davanti all’ignoto e alla fragile inconsistenza della condizione umana.
Lamento ha una collocazione editoriale molto specifica e affascinante. La poesia apre infatti la sezione finale del libro Gli scritti postumi di Josef Knecht, contenuto nel romanzo Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, pubblicato per la prima volta nel 1943.
Nel romanzo, questi testi vengono presentati come Le poesie dello studente, ovvero esercizi spirituali e poetici attribuiti al protagonista Josef Knecht durante i suoi anni di formazione. Hesse compose Klage nel 1934, in un periodo segnato da una profonda inquietudine personale e dal clima politico sempre più cupo dell’Europa, con l’ascesa del nazismo e il suo progressivo isolamento in Svizzera.
La traduzione italiana qui proposta è curata da Mario Specchio ed è tratta dalla raccolta antologica Poesie, dedicata allo scrittore tedesco e pubblicata da Guanda nel 1978. Hesse scelse in seguito di “donare” questo testo al suo personaggio Josef Knecht, facendone uno dei nuclei lirici più significativi del suo ultimo grande romanzo.
Leggiamo questa poesia di Hermann Hesse per scoprire il profondo significato.
Lamento di Hermann Hesse
Non ci è dato di essere. Noi siamo
soltanto un fiume, aderiamo ad ogni forma:
al giorno ed alla notte, al duomo e alla caverna,
passiamo oltre, l’ansia di essere ci incalza.Forma su forma riempiamo senza tregua,
nessuna ci diviene patria, gioia o pena,
sempre siamo in cammino, ospiti sempre,
non c’è campo né aratro per noi, né pane cresce.E non sappiamo cosa Dio ci serbi,
gioca con noi, argilla nella mano,
muta e cedevole che non piange o ride,
mille volte impastata e mai bruciata.Potessimo, una volta, farci pietra, durare!
Questa è la nostra eterna nostalgia,
ma un brivido perdura a raggelarci
e non c’è pace sulla nostra via.
Klage, Hermann Hesse
Uns ist kein Sein vergönnt. Wir sind nur Strom,
Wir fließen willig allen Formen ein:
Dem Tag, der Nacht, der Höhle und dem Dom,
Wir gehn hindurch, uns treibt der Durst nach Sein.So füllen Form um Form wir ohne Rast,
Und keine wird zur Heimat uns, zum Glück, zur Not,
Stets sind wir unterwegs, stets sind wir Gast,
Uns ruft nicht Feld noch Pflug, uns wächst kein Brot.Wir wissen nicht, wie Gott es mit uns meint,
Er spielt mit uns, dem Ton in seiner Hand,
Der stumm und bildsam ist, nicht lacht noch weint,
Der wohl geknetet wird, doch nie gebrannt.Einmal zu Stein erstarren! Einmal dauern!
Danach ist unsre Sehnsucht ewig rege,
Und bleibt doch ewig nur ein banges Schauern,
Und wird doch nie zur Rast auf unsrem Wege.
L’inquietudine è il destino degli esseri umani
In Lamento, Hermann Hesse mette in scena una delle intuizioni più radicali della sua visione dell’esistenza. L’essere umano non è fatto per la quiete, ma per un movimento continuo e irrisolto. La poesia ruota attorno a una tensione profonda tra due poli opposti e inconciliabili. Da una parte il desiderio di stabilità, di durata, di “essere”. Dall’altra la natura fluida e mutevole dell’uomo, condannato al divenire.
Il testo costruisce così una vera e propria meditazione poetica sull’identità instabile dell’essere umano. Nessuna forma diventa definitiva, nessun approdo si trasforma in patria. Gli umani attraversano la vita come un ospite temporaneo, sospinto da un bisogno di compiutezza che resta però costantemente frustrato.
Al centro della poesia emerge quindi un messaggio tanto amaro quanto lucido. La nostalgia di una forma stabile, simboleggiata dal desiderio di “farsi pietra”, accompagna l’uomo per tutta la vita, ma non trova mai pieno compimento. Ciò che rimane, lungo il cammino, è piuttosto un sottile e persistente “brivido”, segno di una inquietudine che non si spegne e che diventa parte stessa della condizione umana.
È a partire da questa consapevolezza che i versi di Hesse possono essere letti come una potente riflessione sull’identità, sul limite e sul bisogno, profondamente moderno, di trovare un senso dentro il continuo fluire dell’esistenza.
Gli umani come fiume in cerca di essere
La poesia si apre con una dichiarazione netta e quasi spiazzante.
Non ci è dato di essere. Noi siamo
soltanto un fiume, aderiamo ad ogni forma:
al giorno ed alla notte, al duomo e alla caverna,
passiamo oltre, l’ansia di essere ci incalza.
Agli umani non è concesso un approdo stabile e definitivo. Fin dai versi iniziali, Hesse introduce la metafora centrale della poesia — quella del fiume — per rappresentare una condizione esistenziale segnata dal continuo scorrimento e dalla necessità di adattarsi.
L’immagine è di straordinaria efficacia: il fiume non possiede una forma propria, ma assume di volta in volta quella del terreno che attraversa. Allo stesso modo, l’uomo si modella sulle circostanze, sulle esperienze e sui contesti della vita, senza riuscire mai a fissarsi in una forma compiuta.
Il verso conclusivo della strofa, «l’ansia di essere ci incalza», introduce il vero motore filosofico del testo: una tensione incessante verso una stabilità che resta però sempre fuori portata. È da qui che prende forma l’inquietudine profonda destinata ad attraversare tutta la poesia.
Nella seconda strofa Hesse approfondisce la condizione di precarietà dell’uomo
Forma su forma riempiamo senza tregua,
nessuna ci diviene patria, gioia o pena,
sempre siamo in cammino, ospiti sempre,
non c’è campo né aratro per noi, né pane cresce.
La vita appare come un susseguirsi incessante di forme, ruoli, esperienze, identità, che però non riescono mai a trasformarsi in una vera casa interiore. Ogni passaggio lascia una traccia, ma nessuno diventa dimora. È come se l’essere umano attraversasse continuamente territori esistenziali senza poter mai dire davvero di appartenervi.
In questo quadro acquista una forza particolare l’immagine dell’uomo come “ospite sempre”, tra le più rivelatrici dell’intera poesia. L’espressione suggerisce una condizione di permanente provvisorietà: non esiste un luogo in cui fermarsi definitivamente, né sul piano materiale né su quello più profondo dell’identità.
Ancora più incisivo è il verso «non c’è campo né aratro per noi, né pane cresce». Qui Hesse traduce in simbolo la mancanza di radicamento umano. Viene evocato il gesto primordiale del coltivare, atto che nella storia dell’uomo coincide con lo stabilirsi, il mettere radici, il costruire continuità, ma subito negato. All’essere umano non è concesso nemmeno questo.
Ne emerge l’immagine di una creatura costitutivamente in transito, priva di una terra che possa davvero nutrirla e contenerla. È una visione che rende ancora più evidente la solitudine esistenziale al centro di Lamento.
La terza strofa introduce una dimensione più apertamente metafisica.
E non sappiamo cosa Dio ci serbi,
gioca con noi, argilla nella mano,
muta e cedevole che non piange o ride,
mille volte impastata e mai bruciata.
L’essere umano viene paragonato da Hesse all’argilla nelle mani di Dio, una materia plasmabile, silenziosa, continuamente modellata da una volontà che la supera. È una delle immagini più drammatiche e filosoficamente dense dell’intero testo, perché mette in scena la radicale precarietà della condizione umana.
In questa visione, l’uomo non appare mai pienamente padrone della propria forma. È piuttosto una creatura passiva, esposta a trasformazioni continue, sospesa in uno stato di perenne incompiutezza. La sua identità non si consolida, non si fissa, non raggiunge mai una stabilità definitiva.
Il verso più rivelatore è senza dubbio quello in cui l’argilla viene descritta come “mille volte impastata e mai bruciata”. Il riferimento al processo della ceramica è decisivo: solo la cottura nel fuoco rende la materia solida, stabile, definitiva. L’essere umano, invece, sembra condannato a non attraversare mai quel passaggio conclusivo. Rimane malleabile, esposto, continuamente rimodellato dall’esperienza e dal tempo.
È proprio qui che si concentra uno dei nuclei filosofici più profondi della poesia. Per Hesse, l’incompiutezza non è un incidente del percorso umano, ma il suo destino strutturale. L’uomo desidera la forma definitiva, la stabilità, la durata, ma la sua natura più autentica lo riporta continuamente nel flusso del divenire, in quella zona fragile e inquieta in cui nulla può dirsi davvero compiuto.
Nell’ultima strofa la tensione della poesia raggiunge il suo punto più scoperto e doloroso.
Potessimo, una volta, farci pietra, durare!
Questa è la nostra eterna nostalgia,
ma un brivido perdura a raggelarci
e non c’è pace sulla nostra via.
Dopo aver mostrato l’uomo come materia fluida e incompiuta, Hesse dà finalmente voce al desiderio più segreto e universale: quello di fermarsi, di consolidarsi, di durare nel tempo. È qui che emerge l’invocazione intensa, quasi con un grido trattenuto, di potersi “fare pietra”.
La pietra diventa il simbolo perfetto di ciò che all’uomo manca: stabilità, permanenza, forma definitiva. Se il fiume scorre e muta senza sosta, la pietra invece resiste, permane, attraversa il tempo senza perdere se stessa. In questa opposizione si concentra tutta la nostalgia umana per una quiete che appare tanto desiderata quanto irraggiungibile.
Hesse, però, non concede consolazioni. Quel desiderio di durata viene subito riconosciuto come una “eterna nostalgia”, destinata a restare tale. Al suo posto rimane soltanto un “brivido” persistente, un tremore dell’esistenza che accompagna il cammino umano senza mai sciogliersi in una vera pace.
Il verso conclusivo sigilla definitivamente il senso della poesia: non esiste approdo stabile lungo la via dell’uomo. L’inquietudine non è una fase da superare, ma la condizione stessa del nostro essere nel mondo — una consapevolezza amara che rende questi versi di Hesse ancora oggi straordinariamente moderni.
L’inquietudine non è un errore, è la nostra natura
C’è qualcosa di profondamente disarmante in Lamento. Hermann Hesse non cerca di consolare il lettore né di offrirgli una via di fuga rassicurante. Compie un gesto molto più radicale: invita a riconoscere che quella inquietudine che spesso viviamo come un difetto personale potrebbe essere, in realtà, la nostra condizione più autentica.
L’essere umano, in questi versi, non appare come una creatura destinata alla quiete, ma al movimento continuo. Non alla forma definitiva, ma a un divenire che non conosce arresto. La nostalgia della pietra, cioè il desiderio di durare, di fermarsi, di sentirsi finalmente compiuti, accompagna ogni esistenza senza però trovare pieno compimento.
È proprio qui che la poesia di Hermann Hesse continua a parlarci con sorprendente precisione. In un tempo come il nostro, segnato da identità fluide, percorsi frammentati e continue ridefinizioni di sé, Lamento risuona come una diagnosi anticipata della modernità.
Forse la pace assoluta che cerchiamo non è perduta. Forse, più semplicemente, non ci è mai stata destinata. E forse, come suggerisce Hesse con la sua lucidità inquieta, imparare ad abitare il nostro continuo fluire è l’unico modo possibile per non restare prigionieri della nostalgia di essere pietra.