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“Il dream hotel” il thriller distopico che trasforma i sogni in prigione

“Il dream hotel” il thriller distopico che trasforma i sogni in prigione

Un romanzo disturbante e attualissimo che immagina un futuro in cui anche i sogni sono sorvegliati. Il Dream Hotel di Laila Lalami è una distopia potente sulla libertà, il controllo e il corpo delle donne.

Il dream hotel il thriller distopico che trasforma i sogni in prigione

Cosa accadrebbe se non fossimo più giudicati per ciò che facciamo, ma per ciò che potremmo fare. Se anche il sonno, ultimo rifugio dell’intimità, diventasse una prova a carico. Il Dream Hotel nasce da questa domanda inquietante e la trasforma in un romanzo teso, lucido, profondamente politico, capace di parlare al presente con la forza delle migliori distopie contemporanee.

Laila Lalami immagina un futuro molto vicino al nostro, fatto di algoritmi predittivi, sicurezza nazionale e controllo sistemico, ma sceglie di raccontarlo dal punto di vista più fragile e più esposto: quello di una donna, madre, cittadina irreprensibile, improvvisamente trasformata in una minaccia. Il risultato è un libro che è stato definito da più testate internazionali come “agghiacciante”, “necessario”, “profetico”, e che si inserisce con decisione nel solco di The Handmaid’s Tale” e Minority Report, ma con una voce autonoma e riconoscibile.

“Il dream hotel” una distopia del presente

“Il Dream Hotel” è uno di quei libri che arrivano al momento giusto, o forse al momento sbagliato, quando la realtà sembra già inseguire la finzione. È una distopia che non urla, ma sussurra, ed è proprio per questo che colpisce così a fondo. Laila Lalami firma un romanzo potente, necessario, capace di dialogare con le grandi narrazioni sul controllo e sulla libertà, ma anche di offrire un ritratto intimo e doloroso della vulnerabilità umana.

Leggerlo significa accettare una domanda scomoda: se anche i nostri sogni possono essere usati contro di noi, cosa resta davvero della libertà

Chi è Laila Lalami e la sua scrittura

Laila Lalami è una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea nordamericana. Nata in Marocco e cresciuta negli Stati Uniti, ha costruito la sua carriera letteraria interrogando temi come identità, potere, migrazione e libertà individuale, sempre con uno sguardo attento alle dinamiche di genere e alle contraddizioni della società occidentale.

La sua scrittura è limpida, controllata, mai sensazionalistica. Lalami non ha bisogno di forzare la mano per inquietare il lettore, perché lavora per sottrazione, costruendo mondi verosimili che sembrano a un passo dal reale. Anche quando si muove nel territorio della distopia, lo fa senza effetti speciali, preferendo l’analisi psicologica, la tensione morale e l’osservazione delle micro-ingiustizie quotidiane. È proprio questa scelta stilistica a rendere Il Dream Hotel così disturbante: perché tutto ciò che racconta appare possibile, se non addirittura già in atto.

“Il Dream Hotel” di Laila Lalami

In “Il Dream Hotel” Laila Lalami ci porta a Los Angeles, in un futuro prossimo in cui il confine tra prevenzione e repressione è stato definitivamente cancellato. Sara Hussein è una donna qualunque: lavora, ha un marito, due figli piccoli e una stanchezza cronica che molte madri riconosceranno immediatamente. Per riuscire a dormire decide di affidarsi a un dispositivo sottocutaneo, il Dreamsaver, progettato per monitorare e migliorare il sonno.

Il prezzo da pagare è la rinuncia alla privacy più profonda. I sogni vengono registrati, analizzati e archiviati in nome della sicurezza nazionale. Quando Sara rientra da un viaggio di lavoro, viene fermata in aeroporto e classificata come “potenzialmente pericolosa”. Non ha commesso alcun reato, eppure l’algoritmo ha stabilito che potrebbe farlo, e soprattutto che potrebbe nuocere alla persona che ama di più: suo marito.

Da questo momento, “Il Dream Hotel” si trasforma in un racconto claustrofobico sulla detenzione preventiva. Sara viene rinchiusa in un centro di valutazione del rischio, una struttura che somiglia più a una prigione che a un luogo di cura. Qui le detenute, tutte donne, vengono sorvegliate giorno e notte, private di acqua, cibo e libertà, sottoposte a un controllo continuo che registra ogni gesto, ogni respiro, ogni deviazione dalla norma.

Lalami descrive questo spazio con precisione chirurgica, mostrando come la violenza istituzionale non abbia bisogno di brutalità esplicite per essere devastante. Basta la burocrazia, basta l’algoritmo, basta l’idea che la sicurezza collettiva giustifichi qualsiasi sacrificio individuale. Il corpo femminile diventa così il luogo su cui il potere esercita il proprio dominio, mentre la maternità, anziché proteggere Sara, diventa un’ulteriore colpa.

Il romanzo si muove tra paranoia e resistenza, tra paura e desiderio di riscatto. L’arrivo di una nuova detenuta rompe gli equilibri del centro e accende in Sara una scintilla di speranza, ma anche questo spiraglio è fragile, ambiguo, mai consolatorio. Il Dream Hotel non offre soluzioni facili, perché il suo obiettivo non è rassicurare, ma interrogare.

Con una scrittura sobria e implacabile, Lalami mette in discussione l’idea stessa di giustizia predittiva e ci costringe a chiederci quanto siamo disposti a cedere in cambio dell’illusione di sicurezza. Il risultato è un romanzo che inquieta a lungo dopo l’ultima pagina, proprio perché non parla di un futuro remoto, ma di un presente che riconosciamo fin troppo bene.