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Dal libro allo schermo “Carrie Soto is back” diventa una serie tv

Scopri come il libro “Carrie Soto is back” si trasforma in una serie tv avvincente e perché i fan non possono perderlo.

Dal libro allo schermo "Carrie Soto is back" diventa una serie tv

Quando un romanzo riesce a raccontare la solitudine del successo, la ferocia della competizione e il prezzo emotivo dell’eccellenza, il passaggio allo schermo non è mai una semplice trasposizione narrativa: diventa una prova di resistenza simbolica. È il caso di “Carrie Soto Is Back”, il romanzo di Taylor Jenkins Reid, oggi al centro di uno dei progetti seriali più attesi di Netflix, con Serena Williamsnel ruolo di produttrice esecutiva.

Non è solo la storia di una campionessa che torna in campo. È il racconto di una donna che rifiuta di essere archiviata, addomesticata o resa simpatica a tutti i costi. Ed è proprio questo che rende “Carrie Soto Is Back” un testo profondamente contemporaneo, perfetto per il linguaggio seriale.

“Carrie Soto Is Back”: il romanzo che racconta la solitudine dell’eccellenza

Pubblicato in Italia da Mondadori, “Carrie Soto Is Back” segue la parabola di Carrie Soto, leggenda del tennis mondiale, detentrice di un record che sembra intoccabile: venti titoli Slam. Carrie non è mai stata amata dal pubblico, né dai media. È fredda, ossessiva, competitiva fino alla crudeltà. La chiamano “la Virago”. E lei non fa nulla per smentirli.

Quando però, anni dopo il ritiro, una giovane tennista – Nicki Chan – minaccia di superare il suo record, Carrie prende una decisione impensabile: tornare in campo a trentasette anni. Lo fa sapendo di essere fuori tempo massimo, con un corpo che non risponde più come prima e con un mondo pronto a giudicarla ancora una volta.

Taylor Jenkins Reid costruisce il romanzo come una riflessione sul mito sportivo, ma soprattutto sull’identità femminile quando non è conciliatoria. Carrie Soto non chiede di essere capita: chiede di essere riconosciuta. Il suo ritorno non è nostalgia, è rivendicazione.

Dal campo alla serie: perché Netflix ha puntato su “Carrie Soto Is Back”

L’adattamento seriale di “Carrie Soto Is Back”, attualmente in sviluppo per Netflix, nasce con un’impostazione chiara: non trasformare Carrie in un’eroina rassicurante. La serie, scritta e prodotta da Amanda Kate Shuman, punta a mantenere l’ambiguità morale del personaggio, la sua durezza, il suo isolamento emotivo.

La presenza di Serena Williams come executive producer non è un dettaglio promozionale, ma una chiave di lettura. Carrie Soto è una figura di finzione, ma il suo percorso dialoga apertamente con la storia reale delle grandi campionesse: donne celebrate per le vittorie e punite per il carattere, giudicate più per il temperamento che per i risultati.

La serie Netflix promette di ampliare il romanzo, dando più spazio al rapporto con il padre-allenatore Javier, alla relazione irrisolta con Bowe Huntley e al conflitto costante tra ambizione e vulnerabilità. Il formato seriale permette di esplorare ciò che nel libro resta spesso trattenuto: il costo psicologico dell’essere sempre la migliore.

Una storia sportiva che parla di potere, genere e memoria

Il vero punto di forza di “Carrie Soto Is Back”, sia nel romanzo sia nella futura serie, è la sua natura politica. Non nel senso ideologico, ma simbolico. Carrie incarna una domanda scomoda: cosa succede quando una donna non vuole piacere? Quando non chiede indulgenza, non offre empatia, non addolcisce il proprio talento per renderlo accettabile?

Il tennis diventa una metafora del controllo, del corpo come strumento di disciplina e di esposizione pubblica. Ogni partita è anche una battaglia contro l’età, contro lo sguardo mediatico, contro la narrazione che vorrebbe le donne vincenti solo fino a un certo punto.

La serie Netflix, se resterà fedele allo spirito del libro, potrà trasformare “Carrie Soto Is Back” in una riflessione più ampia sul tempo, sulla memoria sportiva e sul diritto di riscrivere la propria fine.

Perché “Carrie Soto Is Back” funziona così bene sullo schermo

Il successo annunciato dell’adattamento deriva da una combinazione rara: un personaggio femminile imperfetto e non conciliatorio, una struttura narrativa già fortemente visuale, un immaginario sportivo che parla di identità e potere, un’autrice, Taylor Jenkins Reid, che costruisce romanzi come biografie emotive

La serialità consente di dilatare il tempo, di rendere ogni match una resa dei conti interiore, ogni intervista un processo pubblico. Carrie non combatte solo per un record, ma contro la rimozione, contro l’idea che il successo femminile abbia una data di scadenza.

Dal libro allo schermo, senza perdere il cuore

“Carrie Soto Is Back” non è una storia di redenzione. Non promette una Carrie migliore, più gentile o più amata. Promette, semmai, una Carrie fedele a se stessa. Ed è proprio questa coerenza, rara nella narrativa e ancora più rara nella serialità, a rendere il progetto Netflix così potente.

Dal libro allo schermo, Carrie Soto resta ciò che è sempre stata: una donna che ha scelto di vincere, anche quando il mondo le ha chiesto di smettere.