L’amore esiste (2013) di Ferzan Özpetek, poesia che svela il mistero profondo dell’amare

Scopri le potenti parole di “L’amore esiste” di Ferzan Özpetek, il testo poetico tratto da Rosso Instanbul, che rivela cosa significa amare davvero.

L'amore esiste (2013) di Ferzan Özpetek, poesia che svela il mistero profondo dell'amare

Ci sono brani tratti dai libri che possono essere considerati vere poesie. Tra questi ce n’è uno particolarmente intenso firmato da Ferzan Özpetek e contenuto nel suo libro Rosso Istanbul, in cui il regista e scrittore turco offre una riflessione profonda su che cos’è davvero l’amore.

Özpetek, grazie alla sua immensa sensibilità narrativa, condivide un pensiero intimo e potente che va oltre la semplice definizione del sentimento amoroso. Le sue parole non si limitano a spiegare l’amore, ma ne esplorano le zone più misteriose, restituendone tutta la complessità emotiva.

Nel suo testo poetico emerge una verità universale. L’amore non è mai completamente razionale, non obbedisce a regole prevedibili e, soprattutto, lascia dentro ciascun umano tracce che il tempo difficilmente riesce a cancellare.

Leggiamo questa splendida poesia in prosa di Ferzan Özpetek per condividere il profondo significato.

L’amore esiste di Ferzan Özpetek

Amore. Che cos’ho imparato sull’amore? Quello che ho imparato sull’amore è che l’amore esiste. O forse, più semplicemente, quello che ho imparato e imparo sull’amore è quello che racconto nei miei film, in tutti i miei film. E cioè che non dimentichiamo mai le persone che abbiamo amato, perché rimangono sempre con noi; qualcosa le lega a noi in modo indissolubile, anche se non ci sono più.

Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno.

Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente. A volte succede: ed è inutile resistere, negare o combattere.

Ho imparato che l’amore non è solo sesso: è molto, molto di più. Ho imparato che l’amore non sa né leggere né scrivere. Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile.

Perché, in fondo, non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta. È un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile.

Una poesia che nasce da un viaggio nella memoria

Per comprendere fino in fondo il senso di questa poesia in prosa di Ferzan Özpetek dobbiamo entrare all’interno del contesto narrativo che l’ha generata.

Pubblicato nel 2013 da Arnoldo Mondadori Editore, Rosso Istanbul è uno dei libri più intimi di Ferzan Özpetek, un’opera in cui il regista e scrittore turco intreccia autobiografia, nostalgia e riflessione sull’amore.

Il romanzo di Özpetek si apre con il ritorno a Istanbul di un regista turco che vive a Roma. Quello che potrebbe sembrare un semplice viaggio si trasforma presto in un’immersione profonda nella memoria: riaffiorano i ricordi della madre, figura bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e poi riapparso; della nonna aristocratica e delle donne che hanno popolato la sua infanzia.

In questo racconto sospeso tra passato e presente, Istanbul non è solo uno sfondo, ma una presenza viva e magnetica, capace di trattenere il protagonista e di riaprire ferite emotive mai del tutto rimarginate. Parallelamente, l’incontro con una donna conosciuta durante il volo da Roma introduce un nuovo livello narrativo, in cui nostalgia e desiderio iniziano lentamente a intrecciarsi.

Non a caso, dal romanzo Özpetek ha tratto anche l’omonimo film del 2017, che ne conserva le atmosfere e i temi principali pur rielaborandone la struttura narrativa per il linguaggio cinematografico. Se la pellicola restituisce la dimensione visiva ed emotiva della storia, è però nel libro che emerge con maggiore forza la voce interiore dell’autore.

La memoria si rivela intimamente

Ed è proprio nelle pagine del capitolo Il glicine viola che questa voce raggiunge uno dei suoi momenti più intensi. Özpetek costruisce una delle sequenze più intime dell’intero romanzo. La scena si apre su un’immagine domestica e malinconica: la villa del glicine osservata dalla finestra, ormai abbandonata e destinata alla demolizione.

La casa che si sgretola diventa il simbolo di ciò che il tempo porta via — luoghi, presenze, stagioni della vita — mentre la memoria continua ostinatamente a resistere.

È in questo clima sospeso tra perdita e nostalgia che riaffiora un ricordo decisivo dell’infanzia: quello dei vicini di casa e, in particolare, dell’uomo che ogni sera rientra chiamando la moglie — «Serap, Serap!» — con una dolcezza che agli occhi dei bambini appariva quasi eccessiva.

Solo con gli anni il narratore comprende il significato profondo di quella scena. Non era un gesto teatrale né un eccesso romantico: era la forma più concreta e riconoscibile dell’amore. Qualcuno che ti aspetta davanti alla porta. Qualcuno tra le cui braccia, anche solo per un giorno, ti senti a casa.

È da questa consapevolezza, maturata lentamente dentro il paesaggio emotivo del capitolo, che nasce la celebre riflessione finale sull’amore: una vera e propria poesia in prosa in cui Özpetek condensa la sua visione più intima dei sentimenti.

L’amore è la traccia indelebile dell’esistenza

In questa poesia in prosa, Ferzan Özpetek non prova a definire l’amore in modo teorico o sentimentale. Fa qualcosa di più sottile, ne osserva gli effetti nel tempo, mostrando come ogni amore vissuto continui a esistere dentro chi lo ha attraversato.

Il primo nucleo del testo è proprio questo. Le persone che abbiamo amato non se ne vanno davvero. Anche quando non ci sono più, anche quando le storie finiscono o prendono direzioni diverse, qualcosa resta legato in modo indissolubile alla nostra identità. L’amore, in questa prospettiva, non è solo esperienza del presente, ma diventa memoria viva, impronta emotiva che continua a lavorare dentro di noi.

Un secondo passaggio decisivo riguarda il valore dell’intensità. Quando Özpetek scrive che è “meglio una scia bruciante… meglio l’incendio che un cuore d’inverno”, rompe una delle paure più diffuse del nostro tempo: quella di soffrire. Il messaggio è chiaro e profondamente contemporaneo. Il vero rischio non è amare troppo, ma non sentire più nulla. Meglio una ferita che testimoni la vita vissuta che una sicurezza emotiva che congela il cuore.

Infine, la poesia tocca il punto forse più misterioso: l’innamorarsi sfugge a ogni logica. L’amore, scrive Özpetek, non sa leggere né scrivere. Non obbedisce a regole, non segue motivazioni razionali, non si lascia prevedere. Accade e basta. In questa visione c’è una presa di posizione forte contro l’illusione contemporanea di poter spiegare, controllare o ottimizzare i sentimenti.

La vera lezione che emerge dal testo è allora profondamente umana: amare significa accettare di entrare in un territorio incerto, attraversare una soglia senza garanzie, restare, per quanto possibile, dentro il mistero. Perché è proprio lì, in quella zona non addomesticata dell’esperienza, che la vita continua a pulsare con maggiore intensità.

La mappa dell’amore, il vero tesoro della vita

Questa è forse una delle riflessioni più intime e potenti di Ferzan Özpetek. Leggendola, si ha quasi l’impressione di guardare attraverso il buco della serratura della sua intera filmografia: non è soltanto un testo sull’amore, ma la vera mappa genetica della sua idea di sentimento.

Dentro queste parole emergono con chiarezza i tre pilastri che rendono l’amore profondamente “ozpetekiano”.

I tre pilastri dell’amore secondo Özpetek

Quando Özpetek scrive che è possibile amare due persone contemporaneamente, compie un gesto narrativo radicale. Rompe l’idea tradizionale dell’amore come traiettoria lineare tra due punti.

Nel suo immaginario, l’amore non è esclusivo per natura, ma stratificato, complesso, spesso contraddittorio. Diventa uno spazio emotivo in cui le relazioni si sovrappongono, si trasformano, si rivelano.

È la stessa intuizione che attraversa molte sue opere, dove il dolore di una scoperta o di un tradimento diventa spesso la porta per comprendere forme più profonde e inattese di legame. In questa prospettiva, amare non significa possedere, ma riconoscere la complessità dei sentimenti umani.

Özpetek non ha paura della sofferenza amorosa. Al contrario, la considera quasi una prova di verità. Nei suoi racconti e nei suoi film, i personaggi più vivi non sono quelli che restano al riparo, ma quelli che hanno accettato di esporsi, di ferirsi, di attraversare il rischio del sentimento.

Le cicatrici diventano così tracce di vita vissuta, segni invisibili che rendono i personaggi, e le persone, più autentici, più fragili, ma anche più profondamente umani.

Il messaggio, fortemente contemporaneo, è chiaro. Il vero pericolo non è soffrire per amore, ma smettere di sentire.

C’è poi il cuore più filosofico della riflessione. Quando Özpetek scrive che l’amore “non sa né leggere né scrivere”, sta compiendo un’operazione precisa: restituisce ai sentimenti la loro dimensione di mistero.

L’innamorarsi, nella sua visione, non è mai un calcolo. È un varcare una soglia. Non a caso, nelle sue storie ritorna spesso un momento decisivo, ovvero una porta da attraversare, una finestra da cui guardare fuori, un incontro inatteso da seguire. È l’istante in cui il personaggio deve scegliere se restare al sicuro o entrare nell’incertezza del sentimento.

Accettare che l’amore sia imperscrutabile significa accettare di non poterlo controllare fino in fondo. È il destino che bussa e l’unica vera scelta è decidere se aprire.

Forse è proprio per questo che queste parole continuano a toccare così profondamente i lettori. Perché Özpetek non propone un amore perfetto. Propone un amore vero. Un amore che ammette gli incompiuti, che non cancella le assenze, che riconosce come parte della vita anche ciò che non è durato.

È una visione che richiede solo il coraggio di entrare nel mistero dei sentimenti e di restarci, per quanto possibile, il più a lungo possibile.

L’amore che resta: la lezione più umana di Özpetek

La riflessione di Ferzan Özpetek colpisce così profondamente perché non idealizza l’amore e non lo riduce a una promessa di felicità perfetta. Al contrario, ne riconosce la natura fragile, incompiuta, a volte persino contraddittoria.

Nel suo sguardo, gli amori che finiscono non sono fallimenti. Gli amori imperfetti non sono errori. Anche ciò che non è durato continua a vivere come parte della nostra storia emotiva.

È questa la lezione più potente che emerge dalla sua poesia in prosa: non conta soltanto chi resta accanto a noi, ma chi ci ha cambiato attraversandoci.

In un tempo che spinge verso relazioni sempre più rapide e sostituibili, Özpetek restituisce dignità anche ai legami incompiuti, alle storie interrotte, alle presenze che continuano a esistere nella memoria.

Perché l’amore, quando è stato vero, non scompare davvero. Resta nelle cicatrici. Resta nei ricordi. Resta, soprattutto, in ciò che siamo diventati.