La situazione a Taranto

Taranto e il polo industriale: tribolazioni infinite, solo lacrime per i cittadini

Abbiamo chiesto al giornalista e scrittore tarantino Francesco Leggieri di raccontarci la situazione nel capoluogo ionico vista con gli occhi di chi vive lì

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Che a Taranto si muoia di cancro, più che in altre città, è ormai accertato. Dallo scorso 4 novembre anche ArcelorMittal, la multinazionale che gestisce l’acciaieria ex Ilva di Taranto, ha chiesto al Governo italiano la risoluzione del contratto di affitto dello stabilimento ed ha, di fatto, cercato una soluzione del problema che sembrerebbe irrisolvibile.

La produzione

Va detto che, ultimamente,  la produzione è stata  dimezzata e, ciò nonostante, il rischio sanitario resta inaccettabile. Il problema, oltre che per gli stessi lavoratori, è gravissimo soprattutto per i cittadini che vivono nei quartieri a ridosso dello stabilimento, come Tamburi e Paolo VI. Le attuali valutazioni sono state fatte in base agli 8 milioni di tonnellate per anno, praticamente la metà rispetto al 2015. Va aggiunto che, con effetto dal 3 novembre 2019, il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla Società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale. In questa maniera, ArcelorMittal ha giustificato la comunicazione di recesso. Quindi, la filiale italiana di ArcelorMittal ha ammesso, così, di non voler continuare a investire gli 1,15 miliardi promessi, sul sito pugliese, senza la garanzia della cosiddetta ‘immunità’. Che l’aveva esentata, finora, da qualsiasi responsabilità civile e penale nell’ambito della gestione dello stabilimento. E dei conseguenti danni ambientali e sanitari.

La situazione

L’ex Ilva è attiva dal 2012, nonostante il sequestro giudiziario. Proprio Arcelormittal aveva già ribadito, nei mesi scorsi, che “Lo stabilimento di Taranto è sotto sequestro giudiziario dal 2012 e non può essere gestito senza che ci siano le necessarie tutele legali fino alla completa attuazione del Piano ambientale”. Ed è proprio così. Nonostante l’iniziale sequestro messo in atto dalla Procura di Taranto nel luglio 2012  “senza facoltà d’uso degli impianti a caldo”, definiti “fonte di malattia e morte” dalla Gip Todisco, la produzione non si è mai fermata.

A permettere di proseguire la produzione ci hanno pensato 14 decreti Salva-Ilva, messi in campo dai vari governi da Berlusconi a Conte. Intanto, ironia della sorte, il processo “Ambiente svenduto”,  relativo ai danni ambientali e sanitari, è ancora in corso a Taranto.   Sul banco degli imputati i precedenti proprietari, la famiglia Riva, 44 persone tra i loro fiduciari, ex manager e rappresentanti della fabbrica, amministratori e funzionari pubblici e tre società.

Nelle ultime ore, il tribunale del riesame ha accolto un ricorso importantissimo, al fine della produzione: ok a proroga uso dell’Altoforno 2.  “Il Tribunale del Riesame di Taranto, in sede di appello, ha accolto il ricorso presentato il 17 dicembre dai commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria, annullando la decisione del giudice Francesco Maccagnano di respingere l’istanza di proroga dell’uso dell’impianto.

I sindacati

“È positivo che il Tribunale del Riesame di Taranto abbia accolto il ricorso dei commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria, concedendo la proroga con facoltà d’uso dell’Altoforno 2 fino a 14 mesi”. E’quanto afferma in una nota Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil precisando che “con la proroga si scongiuralo spegnimento immediato dell’Afo 2 e si elimina un elemento di incertezza e di instabilità in un quadro già molto complesso dal punto di vista produttivo, occupazionale e ambientale”.”È importante che la proroga sia subordinata all’adempimento di prescrizioni in tutto in parte non attuate assegnando dei tempi precisi. Bisogna capire come questa tempistica si collega al nuovo piano industriale. La proroga di utilizzo per l’altoforno 2 dell’ex-Ilva di Taranto è “una buona notizia, ma ora vanno completati subito i lavori per la sicurezza dell’impianto”. Lo scrive su twitter la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. “ArcelorMittal – sottolinea Furlan – rispetti gli accordi per rilanciare lo stabilimento, tutelare l’occupazione, risanare l’ambiente. Occorre senso di responsabilità”. Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm chiedono l’intervento del premier Giuseppe Conte e dei ministri Nunzia Catalfo (Lavoro) e Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) per ripristinare l’integrazione salariale ai lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria in cassa integrazione a zero ore. L’integrazione, introdotta da un decreto legge nel 2016 e confermata negli anni successivi, era stata inserita nella bozza del “Milleproroghe” ma poi è scomparsa dal testo pubblicato in “Gazzetta Ufficiale”, e ora in vigore, per un problema, a quanto pare, di mancanza di copertura finanziaria.

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Il punto dei vista dei cittadini

Insomma, alla fine, tutto in resta in altomare, con prospettive ancora difficili da comprendere, senza mai dimenticare la salute dei cittadini di Taranto che continuano a soffrire, a morire e comunque a lottare contro il sistema che  non prospetta nulla per un eventuale sostituzione di lavoro per i lavoratori che, presto, si potrebbero trovare disoccupati. I “Genitori Tarantini”, comitato di cittadini che vogliono la chiusura dell’ex Ilva, in una recente lettera rivolta al Ministro della salute Dottor Roberto Speranza chiedono rassicurazioni sulla salute dei tarantini e dei lavoratori in presenza della produzione a caldo. “Ci permettiamo di considerare quello della Salute il più importante tra i ministeri italiani – si legge nella missiva – ‘Tutelare’ significa ‘proteggere, difendere, garantire’; ciò trasforma il diritto alla salute in un ‘dovere fondamentale’ della Repubblica verso ogni individuo e verso l’interesse dell’intera collettività. Da questa caratteristica discendono precise conseguenze giuridiche. […] Essere al fianco dei lavoratori, quindi, non significa trattarli come schiavi, costringendoli ad operare per una produzione venefica in ambienti insicuri che ad ogni costo devono restare attivi. Da queste considerazioni nasce la nostra prima richiesta: pretendiamo che lei si adoperi con ogni mezzo e a qualsiasi costo per garantire la salute di cittadini e lavoratori minata dalla produzione a caldo di acciaio. […] Il prossimo 23 gennaio, davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è prevista la prima tappa di un nuovo procedimento contro lo Stato italiano per violazioni al diritto alla vita, al diritto a vivere in un ambiente salubre e al diritto di avere giustizia in Italia. La Corte vaglierà la possibilità di addivenire ad un accordo tra le parti. Le anticipiamo che per i tarantini, nessun accordo sarà possibile, se non si parte dalla chiusura dell’area a caldo. Pur di restare una nazione ‘a vocazione industriale’, si sta calpestando il diritto alla vita di migliaia di persone tra cui, cosa più crudele ed insopportabile, troppi bambini. […] Non può esistere Pil creato sulla salute e sulla vita dei propri connazionali, non esiste ricatto occupazionale, se quella occupazione fa ammalare e morire i lavoratori. E non esiste che si debba per forza restare il secondo paese in Europa per produzione di acciaio, se la Costituzione, per mezzo dei suoi articoli, ci propone un Paese primo per giustizia, dignità, libertà, umanità. Come ricordato precedentemente, il diritto al lavoro dipende dal diritto alla salute, senza il quale nessun diritto, seppure inalienabile, può esistere.” In sostanza, i cittadini di Taranto chiedono alle istituzioni. […] Come genitori, siamo tenuti a salvaguardare la salute dei nostri figli e a guidarli verso il futuro. Non consentiremo ad altri di toglierci questo privilegio garantito dalle leggi di questo Stato.” 

Francesco Leggieri

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