Il ritratto di Amelie Bresson – di Anna Chiara Venturini

Il ritratto di Amelie Bresson - di Anna Chiara Venturini

Aveva pensato che il momento migliore sarebbe stato quello in cui il custode avesse lasciato le sale. Il Conservatore del Museo aveva dato disposizioni perché la galleria restasse chiusa qualche mese per eseguire interventi di manutenzione e aggiornare l’inventario dei beni. Proprio per questo motivo non aveva programmato eventi mondani o culturali e quella del giorno dopo sarebbe stata l’ultima domenica di apertura al pubblico.

Il Museo era dedicato alle opere dell’artista ferrarese Giovanni Boldini e ospitato in un palazzo settecentesco su corso Porta Mare a Ferrara, abbellito dai duchi Massari con un ampio parco ornato da statue. Figure di ministri e virtuosi amministratori delle più nobili famiglie locali avevano preso a cuore la conservazione dei beni artistici e quel Museo costituiva una delle più belle pagine del collezionismo ferrarese.
Amélie abitava da tempo in una di quelle sale, dipinta al centro di una grande tela con una splendida cornice dorata, sorretta da un robusto chiodo di bronzo tornito a mano. Era stata abituata ai ricevimenti e alle feste dalla nonna paterna, la marchesa Enrichetta Bresson, e la mondanità ben pasciuta aveva esercitato su di lei un particolare fascino, facendo di quel mondo un Parnaso da conquistare.

L’ultimo ricevimento cui aveva assistito era stato in onore del matrimonio della figlia del Podestà, Adelaide Mosti, che sposò il Nobiluomo Virginio Boldrin, un giovane pieno di charme, appartenente ad una famiglia dell’alta società internazionale. C’erano autorità civili e militari, rappresentanti di sodalizi e associazioni e numerosi cittadini legati chi per parentela chi per amicizia alla famiglia del Podestà. I preparativi erano stati complicati e stressanti, soprattutto per il Conservatore del Museo, abituato a proteggere le opere esposte piuttosto che a correre dietro ai camerieri per tenerli lontani con i loro vassoi pieni di bonbons. Quel ricevimento raccolse apprezzamenti anche dalla stampa locale.
Si esibì una violinista, amica d’infanzia di Adelaide, che si accomodò davanti ad un leggio di ciliegio donato alla sposa dalla famiglia Lombardi. Accompagnata da un affiatato pianista, suonò divinamente e gli applausi non si fecero attendere.
Le giovani donne, le une accanto alle altre, sembrava si contendessero il premio della bellezza. Signori elegantissimi si sfilavano cappotti e guanti, affidandoli ai domestici e gustando champagne.

Il Conservatore si unì a loro, forse in cerca di mecenati, ma si accomiatò quasi subito, nella speranza di aver adempiuto all’impegno istituzionale di presenziare all’evento come gli aveva chiesto il Podestà, cui presentò i suoi rispettosissimi ossequi, riservando alla sposa un elegante baciamano.
Le invitate chiacchieravano celandosi dietro i ventagli, esibendo scintillanti gioielli su audaci scollature, destreggiandosi tra svolazzi e voiles e appoggiandosi al braccio di baldi giovani, desiderosi di conoscenza o in attesa di quel gesto di seducente bellezza che una femmina di lusso sa compiere davanti alla toilette.
Dalla sua posizione, Amélie aveva notato donne in fiore e piumate, giovani antilopi in décolleté, creature longilinee dal garretto scattante, ma si sentì intrappolata nella sua tela come una farfalla trafitta dal crudele spillo del collezionista. Era come assistere ad una prima teatrale senza poter applaudire, stando tra salotto e teatro.

Il Maestro l’aveva voluta ritrarre in piedi, in un delirio d’ambra, accanto alla bergère rivestita di un azzurro oceano, un tavolino, una teiera d’argento e un bicchiere con una rosa dimenticata, quasi un attimo prima che accadesse qualcosa, sospesa tra una stagione e l’altra. Lei, che di nome faceva Amélie Bresson, solo così aveva scoperto di essere una bellezza in attesa dell’eterna primavera.
Alle sei del pomeriggio il Museo chiudeva. Seppur allungando l’esile collo, non riuscì a leggere l’orologio nella parete di fronte, come se i muri lo volessero custodire gelosamente nella penombra del corridoio. “Prego, Signori, di qua si va verso l’uscita. Il Museo chiude, vogliate farmi la grazia …di qua, per cortesia …grazie..” disse il custode ai visitatori indicando loro l’uscita. Un signore allampanato, con baffi rossicci e un cilindro nero così calcato da renderne poco credibile l’eleganza, sostò davanti al suo ritratto. Amélie arrossì.

Una visitatrice in casacca rossa e dall’appassita scollatura, appoggiandosi al malinconico ombrellino e pienamente consapevole della propria erudita femminilità, lamentò il bisogno di sedersi da qualche parte per riposare le gambe indolenzite e gustarsi una tazza di tè. Il custode, per sollecitarne la dipartita, suggerì di provare il Caffè del Teatro, in pieno centro, un posto sicuramente adeguato alla bellezza delle signore da cui raccolse ringraziamenti.
Sui muri del palazzo la luce dei lampioni rifletteva già un tenue bagliore. Il pendolo rintoccò le sei, cui fecero eco le chiavi del custode ciondolanti nella serratura del portone del Museo. Un giro, due giri, e il rumore dei passi portò con sé l’uomo. “Ora, Amélie, è il momento” si disse e, canticchiando sottovoce, sistemò dietro l’orecchio un dispettoso ricciolo di capelli, massaggiò le caviglie e con l’eleganza di una gazzella…voilà…e uscì dalla tela. Quel gesto le procurò una felicità inattesa.

Nella sala cominciarono a sentirsi suoni sommessi, fruscii d’abiti su corpi deliziosi usciti dalle loro tele, con un nome, una parentela. Qualcuno le sfiorò la mano, capì chi era. Che cara persona!
Il salone d’onore si riempì di figure che si muovevano nella penombra come proiezioni di magiche lanterne. Qualcuno rideva in modo sommesso, qualcuno faceva il galante.
A luci spente il tempo non incalzava più nessuno, lo spazio reclamava vita.
Amélie aprì la finestra su Corso Porta Mare e cominciò a guardare, appoggiando i gomiti al davanzale. La strada si stava svuotando e un venditore ambulante trascinava una carriola piena di verdura e frutta rimaste invendute. La lattaia lasciava una bottiglietta di latte sulla soglia delle case, ritirando quella vuota.

Nel palazzo di fronte si affacciò un signore sornione, sbucato da dietro la tenda, in frac e cilindro, tenendo in mano guanti e bastone. Guardò il cielo come per capire che tempo avrebbe fatto. Forse andava a teatro.
“Amélie, sbrigati. Gli altri sono scesi”. Nel parco qualcuno aveva preso posto sulle panchine nascoste tra le forsizie e stava chiacchierando amabilmente. La grande lanterna dell’ingresso diffondeva una luce seducente.
La duchessa Ricasoli arrivò con i flûte e lo champagne. “A cosa brindiamo?” chiese Filippo Marabini, un musicista dal grande fascino ancora in cerca di successo, il “lui” che l’aveva sfiorata. “Alla Torre Eiffel” propose Amélie e la dame de fer entrò in un baleno nei discorsi. Si parlò dell’inaugurazione universale prevista per l’indomani, domenica 31 marzo 1889.

Tutti erano rapiti dal sogno di intraprendere il viaggio in treno verso Parigi per assistervi. Solo il marchese Achille Veneziani era riuscito a procurarsi un biglietto di prima classe, ma dicevano che avesse avuto appoggi diplomatici, visto che era componente della società di bonifica del basso ferrarese, promotrice in quegli anni di un capillare piano di recupero esteso a tutta la provincia ferrarese. L’intera Europa intuiva che quella torre rappresentava l’idea del progresso e della modernità, in un momento in cui la seconda rivoluzione industriale apriva la pista ad importanti scoperte, allo sviluppo tecnologico, all’elettricità, all’utilizzo dell’acciaio, a nuove forme di comunicazione e al telefono.
Amélie sapeva che il suo Maestro poteva considerarsi fortunato, abitava a Parigi ed era commissario della sezione italiana all’Esposizione, dove erano presenti alcune sue tele fra cui la prima versione del Ritratto di Amélie Bresson, il meglio riuscito. Gli era grata per aver scelto quell’opera e perché dal giorno dopo i parigini e il mondo intero l’avrebbero ammirata.

Un refolo di vento scompigliò le chiome dei tigli e la notte nel grande parco trascorse parlando di ricordi e sogni, scommettendo su chi sarebbe riuscito a salire, a due per volta, i 1665 gradini della Torre Eiffel. Tutti puntarono sul musicista.
Decisero di rientrare e così l’aria fresca e trasparente di quella notte portò maggio alle porte e ognuno di nuovo dentro alla propria tela, Amélie per ultima.
Inseguendo il profumo di ciclamino del bouquet appuntato sullo scollo, passò davanti al mobiletto nel quale il Maestro conservava gli attrezzi da lavoro e la cassetta dei colori ad olio, colse un pennello dal vaso giallo e lo intinse nel rosa pallido della tavolozza, tracciando nell’aria qualche pennellata, creando attorno a sé un ideale sipario tra vita e arte, realtà e teatro. Percepì la voce del Maestro, un timbro a lei caro.

“Torni a vedermi quando vuole e grazie della visita”, poi la salutò con quel suo sorriso enigmatico. Amélie voleva bene al vecchio artista. Gli fece un cenno col capo in segno di rispettoso saluto. Nel farlo, dallo chignon scese di nuovo quel dispettoso ricciolo. Il Maestro glielo riportò delicatamente dietro l’orecchio, cedendo a quell’attimo d’attenzione per lei che gli appariva così generosa in quel fascino naturale che la sua femminilità emanava, arrendendosi alla giovane donna come una rosa si arrende al suo petalo più bello, prima che sopraggiunga l’autunno.

Amélie, parfum de Paris, così sensuale da lasciar intravedere gambe stupende ad ogni aggraziato passo, Amélie, mon amour.
Lasciò dietro di sé il profumo dei colori ad olio e il ticchettio dei tacchi leggeri come stelle. Con un saltello scavalcò la cornice dorata ed entrò nella tela, aggiustandosi lo chiffon della gonna, accanto alla bergère, alla teiera d’argento e al bicchiere con la rosa.
L’ultimo sguardo fu verso la luce del giorno che cominciava a penetrare dalle vetrate, poi gli occhi di Amélie tornarono di velluto.

 

Anna Chiara Venturini

 

 

 

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