Sei qui: Home » Poesie » Pablo Neruda e la poesia sull’importanza della lettura
Poesia Pablo Neruda

Pablo Neruda e la poesia sull’importanza della lettura

"La poesia" è una poesia di Pablo Neruda, poeta Cileno, che ci fa comprendere l'importanza e la nobiltà della lettura.

Pablo Neruda: poeta che ha vissuta per la poesia, per la letteratura, per la scrittura. Nato in Cile nel 12 luglio 1904 e morto 23 settembre 1973. È considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. In questa sua poesia intitolata “La poesia”, l’autore dedica i suoi versi all’ispirazione che la letteratura e la lettura stessa, gli hanno regalato. In vista della celebrazione della giornata della Lettura del 24 Marzo, vi proponiamo le parole di Pablo Neruda.

La poesia che alimenta la vita

“La poesia venne a cercarmi” scrive Pablo Neruda. Con una suggestiva immagine, immersa nella natura, l’autore racconta la sua vicinanza alla poesia. Un’arte nobile, in grado di descrivere e raccontare la vita come niente sa fare. Pablo Neruda descrive l’arrivo della vocazione della poesia, come un’esperienza totalizzante, in grado di alterare persino i cinque sensi (Io non sapevo che dire, la mia bocca/ non sapeva nominare,/ i miei occhi erano ciechi). Forse è per questo motivo che la lettura, che sia di un libro o di una poesia, è una cosa così tanto speciale. Perché è un qualcosa che alimenta e amplifica la nostra realtà, la rende colorata, profumata, viva. Leggere significa essere invasi dalle sensazioni che lo stesso Neruda descrive. 

“Mi sentii parte pura
dell’abisso,
rotolai con le stelle,
si sciolse il mio cuore nel vento.”

La poesia, di Pablo Neruda

E fu a quell’età… Venne la poesia
a cercarmi. Non so, non so da dove
uscì, da quale inverno o da fiume.
Non so come né quando,
no non erano voci, non erano
parole, né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
d’improvviso tra gli altri,
tra fuochi violenti
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Io non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
qualcosa batteva nella mia anima,
febbre o ali perdute,
e mi andai facendo solo,
decifrando
quella scottatura,
scrissi la prima linea vaga,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura sapienza
di chi non sa nulla,
e vidi d’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
l’ombra perforata,
crivellata
da frecce,
fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, essere minimo,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso,
rotolai con le stelle,
si sciolse il mio cuore nel vento.

© Riproduzione Riservata
Commenti
Precedente

“Tre cose ci sono rimaste…” la bufala dell’aforisma attribuito a Dante

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”, i versi di Dante e la speranza di oggi

Successivo