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La Poesia

Ludovico Ariosto e l'”Orlando furioso”, l’incipit del grande poema cavalleresco

L'8 settembre del 1474 nasceva a Ferrara Ludovico Ariosto. Lo ricordiamo ripercorrendo il proemio de "L'Orlando furioso", il poema cavalleresco che ha reso celebre l'autore in tutto il mondo.

Poeta, commediografo, funzionario e diplomatico italiano, Ludovico Ariosto ha dato vita ad una delle opere più celebri della letteratura italiana: l’Orlando furioso“, poema cavalleresco che ha alimentato la fiamma dell’ispirazione artistica in tanti autori nati e vissuti dopo l’Ariosto – fra tutti ricordiamo due esempi autorevoli: Italo Calvino ed Eugène Delacroix -. 

Ludovico Ariosto, di cui ricordiamo l’anniversario della nascita, avvenuta a Ferrara l’8 settembre del 1474, ha condensato nel suo capolavoro i temi propri del poema cavalleresco e della Chanson de geste – l’amore e la sua forza inaudita, la lealtà, la fede – e li ha resi immortali con il suo stile unico, votato all’armonia e, soprattutto, alla mediazione dell’ironia, strumento che nel poema cavalleresco di Ludovico Ariosto viene utilizzato a regola d’arte.

Ecco perché, in occasione dell’anniversario di Ludovico Ariosto, vi proponiamo il proemio a l'”Orlando furioso”, che forse un po’ tutti ricordiamo dalla scuola e manifesta chiaramente gli intenti e lo stile distintivo dell’autore fiorentino. 

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, l’Orlando di Ludovico Ariosto

1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano

sopra re Carlo imperator romano.

2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;

se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.

Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte,
 e d’opera d’inchiostro
;
né che poco io vi dia da imputar sono;
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,

e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

5
Orlandoche gran tempo inamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India,
 in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti et immortal trofei
,

in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

6
per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante

a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto;

7
che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperii ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.

Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.

8
Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che ambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.

Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo
,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

9
in premio promettendola a quel d’essi
ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli più copia uccidessi,
e di sua man prestassi opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ’l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.

10
Dove, poi che rimase la donzella
ch’esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede:
entrò in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.

11
Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;

e più leggier correa per la foresta,
ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai sì presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.

12
Era costui quel paladin gagliardo,
figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.

Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
l’angelico sembiante e quel bel volto
ch’all’amorose reti il tenea involto.

13
La donna il palafreno a dietro volta,
e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara più che per la folta,
la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.

Di su di giù, ne l’alta selva fiera
tanto girò, che venne a una riviera.

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