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Il significato dei versi “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia…”

Il tema della fugacità della giovinezza è tra quelli più cari ai poeti, i quali hanno dedicato moltissime opere a celebrare il dono più bello ed effimero della vita; uno di questi è Lorenzo il Magnifico ne "La Canzona di Bacco"

Ha scritto Cesare Garboli (1928 – 2004) che «la giovinezza è un luogo-o un non luogo- uno stato di confidenza irrevocabile con la vita, durante il quale ci sembra che il tempo stia fermo, e che la sua fissità, la sua immobilità, coincidano con una misteriosa eternità del futuro.»

La fugacità della giovinezza

Il tema della fugacità della giovinezza è tra quelli più cari ai poeti, i quali hanno dedicato moltissime opere a celebrare il dono più bello ed effimero della vita; uno di questi è Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, mecenate e poeta (1449 – 1492).

La versatilità di Lorenzo per molti generi letterari si può appurare dai diversi tipi di componimenti che ha scritto, connotati tutti da un identico entusiasmo nell’affrontare i vari temi e nello sperimentarsi su differenti piani stilistici. Oltre a poemetti, rime, canzoni a ballo e strambotti, egli si cimentò nei Canti carnascialeschi, molto diffusi a Firenze, specialmente in occasione del carnevale. Avevano infatti la funzione di accompagnare – con musica – i carri mascherati. Lorenzo aggiunge una nota di festosità e di brio ai ritmi che la tradizione popolare aveva tramandato e ne nobilita anche la lingua. Il più famoso canto è quello di Bacco, noto appunto come Canzona di Bacco, che fa veramente da spia per capire a fondo l’anima del poeta mediceo.

La Canzona di Bacco

È un testo di navigazione scolastica perenne dove, al di sotto del tono burlesco e scherzoso, dell’atmosfera euforica in cui la scena è ambientata, si cela una vena profondamente malinconica. In piena esaltazione della vita e della giovinezza, si insinua il motivo della fugacità e dell’incertezza del domani; in ciò, l’atteggiamento dell’uomo nuovo del Rinascimento, il quale pur avendo tanta fiducia nelle proprie capacità costruttive e creative, ha perduto ogni sicurezza nei valori soprannaturali e vive, quindi, momento per momento. rinunciando a porsi interrogativi metafisici, per non essere costretto ad ammettere i suoi dubbi.

Riporto l’incipit del componimento laurenziano:

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

La ballata si apre con la proposta che enuncia il tema fondamentale del testo, poi richiamato insistentemente nelle riprese (gli ultimi due versi di ciascuna strofa) e in maniera esplicita ai versi 45 – 50 («Ciascun apra ben gli orecchi / di doman nessun si paschi; / oggi sian, giovani e vecchi, lieto ognun, femmine e maschi. / Ogni tristo pensier caschi: facciam festa tuttavia»).

La spensieratezza… un eccesso del presente

La giovinezza fugge inesorabilmente (il poeta francese ottocentesco Charles Baudelaire dirà che il tempo mangia la vita), dunque si goda del momento presente perché il futuro è incerto. Questo invito ha una validità perenne. Il problema di noi uomini è che – come scrive Pier Paolo Pasolini – la luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci. Possiamo dire così: l’ansia è un eccesso di futuro; la depressione un eccesso di passato; la spensieratezza…un eccesso di presente!

La giovinezza nei poeti

Questo è in realtà un tema già classico, di ascendenza epicurea ( Epicuro è il filosofo di età ellenistica che voleva insegnare agli uomini la corretta postura esistenziale; quell’ars bene vivendi in grado di affrancarli dall’angoscia di vivere ). Un messaggio analogo a quello di Lorenzo ci viene dal mondo latino, dal poeta Orazio il quale ci invita al carpe diem, ossia ad afferrare l’attimo, che vuol dire valorizzare al massimo il presente facendo il minimo affidamento possibile sul futuro.

Il poeta statunitense Wallace Stevens ci ha insegnato che « la Morte è la madre della bellezza »: la caducità, l’impermanenza di tutte le cose è ciò che le rende particolarmente care a noi uomini.

Il poeta greco Mimnermo ha scritto che « Fulmineo / precipita il frutto di giovinezza / come la luce di un giorno sulla terra » ( traduzione di Salvatore Quasimodo ).

L’invito, dunque, che in questa canzone viene rivolto ai giovani, ad essere lieti, a godere nella loro migliore stagione, muove non già da una concezione banalmente edonistica della vita, ma da un senso profondo di angoscia di fronte al buio del dopo, all’enigma del domani, sia terreno sia ultraterreno. La morte – ci ha insegnato Gianna Manzini – « è il buio che circonda la vita per rialzarne i colori.»

Dario Pisano

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