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poesie contro la guerra

“Alle fronde dei salici”, la poesia di Salvatore Quasimodo contro la guerra

Oggi proponiamo la lettura di “Alle fronde dei salici”, una delle più celebri poesie di Salvatore Quasimodo che costituisce un autentico inno contro la guerra.

La guerra è uno dei temi principali della poetica di Salvatore Quasimodo. Il componimento che vi proponiamo oggi, “Alle fronde dei salici”, è stato pubblicato nel 1946 e, sebbene si riferisca agli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ha carattere universale, tanto per la bellezza dei versi quanto per le verità che racconta. Una poesia purtroppo ancora attuale, vedendo cosa sta accadendo nel mondo e i numerosi conflitti che si combattono. Leggiamo insieme la poesia.

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Una poesia contro la guerra

“Alle fronde dei salici” è una celebre poesia scritta da Salvatore Quasimodo e inclusa nella raccolta “Giorno dopo giorno”. Pubblicato nel 1946, il componimento è un perfetto esempio dello stile dell’autore: la presenza di simboli evangelici e il lessico adoperato nell’ambito del quotidiano ci fanno subito riconoscere la firma di Salvatore Quasimodo.

Nella poesia il tema centrale è proprio la forte critica alla guerra, che non procura che tragedie. Chi fa la guerra e invade un territorio calpesta i sentimenti della gente, distrugge giovani vite piante dalle madri – assimilate a Maria Vergine – e terrorizza bambini innocenti – rappresentati attraverso il simbolo dell’agnello.

Il verso forse più interessante di questo componimento è quello in cui si incontrano due realtà apparentemente inconciliabili: al “figlio crocifisso”, emblema solenne della simbologia evangelica, segue un moderno e terreno “palo del telegrafo”. I due termini sono accostati grazie alla tecnica dell’enjambement, come a sottolineare il legame fra il Vangelo e la vita reale e moderna. Una poesia che è entrata a pieno titolo nell’immaginario collettivo degli italiani. Un poeta che prende posizione contro la guerra proponendo persino di fare voto – per non allontanarsi troppo dalle metafore evangeliche – di non comporre più poesie (“appendere le cetre alle fronde dei salici”) pur di ricevere la grazia della pace.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo nasce a Modica nel 1901. Il padre è capostazione, quindi da piccolo Salvatore viaggia molto e anche la sua adolescenza trascorre serena all’insegna degli spostamenti in diversi paesi siciliani per via del lavoro paterno.

Eclettico per natura, Quasimodo si stanca subito delle attività cui si dedica. Nel corso dell’età adulta si destreggia con vari mestieri, fra cui il commesso, il disegnatore tecnico, il contabile, l’impiegato al genio civile… tutte mansioni che può svolgere grazie al suo diploma da geometra. Ma ciò che non lo stanca mai è lo studio delle lettere, a cui si dedica parallelamente alle attività saltuarie. Si appassiona così tanto ai classici e all’arte della scrittura che ben presto comincia a scrivere.

Intanto, a Milano ottiene una cattedra per l’insegnamento della letteratura. Il cognato Elio Vittorini ha un grande ruolo nella carriera di Salvatore Quasimodo: è proprio lui che presenta lo scrittore agli intellettuali legati alla rivista letteraria Solaria, dove vengono pubblicate le prime poesie dell’autore.

Presto, Quasimodo si lega ai poeti ermetici e fa dell’ermetismo la sua cifra poetica. Le sue raccolte affrontano i temi più disparati ma, soprattutto dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, larga parte della sua produzione è dedicata esclusivamente alla tematica bellica e all’impegno civile. Nel 1959 gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Muore improvvisamente a Napoli, nel 1968.

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