Il commento

“Veglia” di Ungaretti, la speranza nonostante gli orrori della guerra

"Veglia" è una della poesie più belle di Giuseppe Ungaretti, perché racconta di un'incrollabile speranza nonostante gli orrori della guerra
Veglia di Ungaretti, la speranza nonostante gli orrori della guerra

MILANO – Quando l’Italia dichiarò il suo ingresso nella Prima Guerra Mondiale il 24 maggio 1915, nessuno si aspettava l’entità delle sofferenze che attendevano i soldati italiani. Giuseppe Ungaretti era interventista, come molti altri intellettuali italiani del tempo, e si arruolò volontariamente nel 19º Reggimento di fanteria della Brigata “Brescia”. Combatté per due anni sul Carso, vivendo in prima persona le atrocità della guerra di posizione e il logoramento che la trincea provocava nei soldati.

La poesia per affrontare l’orrore

Sul suo taccuino raccontava in poesia gli orrori della guerra. Alcune furono pubblicate subito ne Il porto sepolto nel 1916, poi ampliato nel 1931 come sezione de L’allegria. Tra queste, una delle poesie più belle è Veglia, un componimento scritto da Ungaretti poco prima del Natale 1915.

Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

“Veglia”, quando l’amore vince su tutto

La poesia si apre nel dolore: i tipici versi brevi ungarettiani in questo componimento hanno una pregnanza particolare, attraverso cui il poeta esprime la sofferenza indicibile della guerra di trincea. Allitterazioni (intera nottata, buttato) e omofonie sono le figure retoriche più frequenti, suoni duri e aspri, prevalentemente consonantici, generano una musicalità dolorosa e trattenuta:

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata

Il realismo di Ungaretti riesce a rendere giustizia alla serietà della morte, anche in una condizione inumana come la trincea. La bocca del compagno, morto in battaglia, è rivolta al plenilunio: è facile comprendere il rimando a un altro grande poeta italiano, Giacomo Leopardi. La luna per Leopardi è l’interlocutrice muta a cui rivolgere le grandi domande esistenziali: qual è il senso di tutto? Perché esiste la morte? A che vale la vita?

con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio

Il compagno di Ungaretti non può più rivolgere alcuna domanda, la sua sofferenza penetra nell’animo del poeta, che si fa silenzioso e sgomento. Il ritmo della poesia cambia, accelera: i suoni si fanno meno duri, le vocali aperte aumentano, la ripetizione dei due sintagmi “con la sua bocca” e “con la congestione” crea una tensione che si scioglierà solo nella chiusa della poesia:

ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Il contrasto degli ultimi versi con l’inizio del componimento è molto forte. Di fronte agli orrori e alle brutalità della trincea, di fronte al mistero della morte, di fronte alla paura, la reazione di Ungaretti è un’incrollabile speranza, un attaccamento alla vita e all’amore. Anzi, è proprio la consapevolezza del dolore e della morte che ci rende ancora più affezionati alla vita.

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