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”Stalin+Bianca”, un dramma pseudo-apocalittico che riflette la tristezza di un arcobaleno estinto

Si può viaggiare per due motivi, essenzialmente. Per piacere, come fanno ondate di milioni di turisti ogni anno in tutto il mondo armati di macchine fotografiche e bagaglio a mano, oppure per necessità...

Si può viaggiare per due motivi, essenzialmente. Per piacere, come fanno ondate di milioni di turisti ogni anno in tutto il mondo armati di macchine fotografiche e bagaglio a mano, oppure per necessità, come i più rampanti capitani della finanzia mondiale che vivono tra un volo in Business Class e l’altro per firmare importanti contratti in tutto il mondo.

C’è poi un terzo, uno che spesso non siamo noi a scegliere ma è l’incontrario e dobbiamo farci trascinare dall’inevitabile susseguirsi degli eventi, senza poter essere noi le guide del nostro percorso ma solo il mezzo con cui lo assecondiamo.

È il tanto amato “viaggio di formazione” che ha ossessionato per secoli gli scrittori di tutto il mondo e di tutte le epoche. Lo compivano già gli antichi romani in Grecia, per apprendere il sapere dei grandi filosofi e il greco; sarà un punto fisso anche per i vari Joseph Conrad e vittoriani vari che vedranno nell’Africa la via per cercare sé stessi; lo affronta anche un ragazzo di 18 anni dal nome abbastanza pesante, Stalin, per fuggire da un passato che, come direbbe Orazio, gli rimane attaccato dovunque decida di andare. Ma come abbiamo detto prima, a decidere è poco la ragione ed è la vita che ti sradica da quella sofferente monotonia per trascinarti attraverso un mondo che sembra preannunciare nient’altro che l’apocalisse. E non in pochi vorrebbero che finalmente arrivasse.

Succede così in “Stalin+Bianca” di Iacopo Barison, edito da Tunué alla sua prima esperienza nel campo della narrativa (fin’ora era specializzata nel campo dei fumetti) e che apre proprio con questo romanzo la sua nuova avventura. E si può dire che questo è l’inizio, i presupposti per un incredibile successo sono assicurati.

Il protagonista non è il terribile dittatore sovietico ma un ragazzo che ha ricevuto quel soprannome per i suoi baffoni enormi, con il problema della gestione della rabbia. Una specie di Hulk-Bruce Banner del XXI secolo, sullo sfondo di una società e di un mondo con ormai quasi tutti e due i piedi nella fossa. Il grigiore e la desolazione del quotidiano si riflettono nello stato d’animo del protagonista, che trova nell’amica cieca Bianca (di cui peraltro è innamorato) l’unico appiglio per non lasciarsi cadere nell’oblio di un’esistenza che attende solo il fischio finale.

La sera del suo compleanno, Stalin torna a casa e scopre che la torta del suo compleanno  è stata divorata dal suo patrigno Jean, che lo stuzzica in tutti i modi. È questione di pochi secondi e il mostro dentro il giovane si risveglia e il corpo dell’uomo riversa a terra, affogato nel suo stesso sangue.

Terrorizzato, insieme a Bianca scappa dalla città. Sarà l’inizio di un viaggio il cui unico obiettivo è viaggiare, vagabondi in un mondo depresso che si uccide a colpi di farmaci, ma alla fine sarà l’occasione per attraversare una realtà che ormai ha poco da dire e attende soltanto la propria fine, tentando di sopravvivere il più possibile.

Con mezzi di fortuna e in balia dell’esistenza, Barison cala i suoi personaggi in un’atmosfera leggermente più soft del “La Strada” di Mc Carthy ma ugualmente tetra e umanamente al collasso. Ma non c’è ricerca di sé stessi, almeno non coscientemente, né di un luogo dove vivere felici; gli arcobaleni sembrano essersi estinti e con loro la speranza che la vita torni a colorarsi. I sentimenti ci sono ma sono flebili, fiammelle in balia di un vento gelido che tremano a ogni sospiro e pronti a spegnersi nel buio della notte vuota. Il destino di Stalin e Bianca è segnato nel primo passo del loro lungo viaggio, tra artisti di strada e lugubri periferie, ma solo alla fine si scoprirà che la vita cela più sfumature del semplice bianco o nero.

 

Timothy Dissegna

10 agosto 2014

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