Preghiera del mare

La “Preghiera del mare” di Khaled Hosseini per dire “siamo tutti migranti”

Il nuovo libro dello scrittore afghano è la lettera di un padre a suo figlio, scritta di getto dopo la morte di Alan Kurdi. Ne abbiamo parlato con il suo editor Maria Giulia Castagnone
La “Preghiera del mare” di Khaled Hosseini per dire “siamo tutti migranti”

MILANO – “Guardatevi allo specchio: i migranti siete voi, perché potrebbe succedere in qualsiasi momento qualcosa nelle vostre vite che vi costringa a fuggire.” E’ questo il pensiero di Khaled Hosseini contenuto nel suo ultimo libro “Preghiera del mare”, a lettera di un padre a suo figlio, rimasti soli dopo la scomparsa della madre, scritta di getto dall’autore afghano dopo la morte di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni che nel settembre 2015 è annegato nel Mar Mediterraneo e la cui foto ha fatto il giro del mondo. Abbiamo intervistato Maria Giulia Castagnone, a lungo direttore editoriale di Piemme ed editor storica di Hosseini dal lontano 2003 con “Il Cacciatore di Aquiloni”, per farci raccontare da vicino l’ultima opera dell’autore afghano.

 

Come nasce Preghiera del mare?

Hosseini ha sempre avuto molto forte questa sensibilità nei confronti dei migranti. Lui stesso è un migrante; quando c’è stata l’invasione sovietica in Afghanistan, il padre diplomatico decise di trasferirsi con la famiglia in America. La scrittura di questa lettera è stata una reazione di getto dopo la morte di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni che nel settembre 2015 è annegato nel Mar Mediterraneo e la cui foto ha fatto il giro del mondo. Preghiera del mare è la lettera di un padre a suo figlio, rimasti soli dopo la scomparsa della madre. Non si tratta di un romanzo come i suoi precedenti, ma di una lettera, che mantiene comunque al suo interno tutta la carica emotiva che abbiamo già trovato nei suoi libri pubblicati. Il tema dei migranti, e di chi li assiste, lo ritroviamo anche all’interno del libro “E l’eco rispose”.

 

Cosa rappresenta il migrante secondo Hosseini?

Hosseini invita tutti ad andare oltre la definizione filologica della parola “migrante”, per trovare la persona. Il migrante per Hosseini è una persona come tutti. Proprio durante la presentazione del libro a Londra Hosseini ha dichiarato “Guardatevi allo specchio: i migranti siete voi, perché potrebbe succedere in qualsiasi momento qualcosa nelle vostre vite che vi costringe a fuggire.” Un’idea molto distante oggi rispetto all’atteggiamento europeo, ed in parte italiano, nei confronti dei migranti. Hosseini porta come esempio l’America: un Paese fatto da migranti che hanno fatto fatica ad integrarsi, ma che oggi fanno parte del tessuto sociale.

 

Lei ha tradotto grandi autori classici, da John Fante a Charles Bukowski. Come si riesce a rendere sensazioni ed emozioni che un autore esprime in un libro nella propria lingua in un’altra, nel suo caso in italiano?

Penso che la lingua nasce da un modo di sentire e di pensare: le lingue sono diverse anche per questo. Scrivendo in italiano, mi immedesimo nella testa e nel cuore dell’autore, ma devo riprodurre tutto ciò nella mia lingua. Devo quindi trovare il modo di far passare il messaggio nel nostro modo di parlare, che non è un semplice elenco di parole, ma una costruzione che dipende dal nostro modo di pensare. Il mio ruolo è quello di filtrare un mix di pensieri ed emozioni. Credo che il traduttore ideale debba essere madrelingua, ma non è solo una questione linguistica, ma anche di pensiero, di ritmo/musicalità e di modo di sentire. Ci sono dei giochi di parole in lingua originale che in italiano non rendono, ma che è possibile recuperare in un altro momento del testo.

 

Lei è l’editor storica di Hosseini. Cosa l’ha più emozionata finora della sua produzione letteraria?

Hosseini non ha “effetti speciali”. E’ un autore dall’incredibile onestà intellettuale; lui stesso si mette in gioco nella sua scrittura, abbastanza pulita e piena di calore sincero, suo, non precostituito.  Non è uno scrittore prolifico, scrive un libro ogni 5-6 anni, ma ciò che scrive deve corrispondere ad una necessità interiore. Penso che il pubblico lo apprezzi soprattutto per questo.

© Riproduzione Riservata