Giorno della Memoria

Il racconto sulla Shoah che ogni genitore dovrebbe leggere ai propri figli

Questa è la vera storia di Ela Pasternak e Marian Kaminski, ebrei polacchi che hanno vissuto la guerra da bambini e che oggi testimoniano la loro storia, insieme ad altre voci, nel libro "I bambini raccontano la Shoah" (Edizioni Sonda)
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Spiegare ai bambini gli orrori dell’Olocausto è difficile quanto necessario. Per questo motivo, abbiamo scelto di riportarvi un racconto dal libro “I bambini raccontano la Shoah” (Edizioni Sonda) di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano, con le delicatissime illustrazioni di Valeria De Caterini, che raccoglie le testimonianze dirette di chi ha vissuto la tragedia della Shoah per rivolgersi ai più giovani e tenere viva la memoria di quel crudele capitolo della storia umana. Infatti, come scrive Maria Teresa Milano nell’introduzione al volume, «Negli ultimi anni, nonostante la grande quantità di libri, film, progetti didattici e culturali sulla Shoah e nonostante gli sforzi davvero notevoli che le scuole e le istituzioni hanno impiegato per rendere vivo il Giorno della Memoria, abbiamo assistito alla crescita costante degli episodi di antisemitismo e di intolleranza, nelle azioni concrete e spesso violente, ma soprattutto nell’uso del web».

Quella che vi riportiamo di seguito è la vera storia di Ela Pasternak e Marian Kaminski, ebrei polacchi che hanno vissuto la guerra da bambini. Ela riuscì a fuggire con la famiglia in Russia, mentre Marian veniva deportato a Buchenwald. Qualche anno dopo la guerra si sono conosciuti e innamorati e insieme hanno deciso di lasciarsi alle spalle l’orrore dell’Europa per costruire una nuova vita in Israele. Hanno avuto due figlie, Neta e Sarah, che è autrice di un altro racconto del libro, dal titolo “La favola amara”. 

Una storia semplice di Ela Pasternak

Caro Marian,
sono seduta accanto alla finestra della cucina, con il mio bicchiere di tè fumante e ti guardo lavorare in giardino. Lo strudel è in forno e mi godo questi ultimi momenti di tranquillità prima che la truppa di nipoti torni dalla spiaggia per la cena di Shabbat.
Ti scrivo, anche se sei qui accanto a me. Ti scrivo perché le lettere sopravvivono al tempo e aiutano la mia memoria, ogni giorno più fragile.

Oggi ho sfogliato il vecchio album di famiglia e mi sono passati davanti i nostri sessant’anni anni insieme: noi due felici sullo slittino a Wroclaw ai tempi dell’Università, il matrimonio, le nostre famiglie, l’addio alla Polonia e il viaggio pieno di incognite in Israele, con una bimba appena nata. Ad attenderci qui c’era solo una misera casupola, con la terra battuta per pavimento e ci siamo dovuti adattare. Oggi guardo soddisfatta la nostra bella casa, l’ospedale in cui ho lavorato tanti anni come biologa, le scuole delle nostre figlie e il primo grattacielo in centro a Tel Aviv in cui tu hai passato tante ore lavorando come ingegnere. È stata una vita bella e intensa.

Nell’album ho rivisto te, bambino, nel 1938, seduto al grande tavolo nella casetta di Deblin, insieme a mamma Elisa, papà Leon e i nonni Natan e Sarah che tu adoravi. Ancora oggi, quando ti vedo staccare di nascosto e con l’aria birichina il «bacio» della pagnotta, mi viene da sorridere nel pensare a quel nonno speciale che ti viziava con il pane caldo e croccante della sua panetteria. Eri un monello e nella scuoletta ebraica ti divertivi a correre dietro alle galline della moglie del rabbino e a pizzicare la barba folta del maestro quando si addormentava accanto alla stufa. La mia infanzia è stata diversa, perché noi eravamo davvero poveri, anche se non mi è mai mancato nulla. Mio papà Moishe era rimasto orfano a soli dieci anni e aveva dovuto imparare a cavarsela da solo in fretta. Moishe, calzolaio e convinto comunista, a vent’anni ha conosciuto Malka Rosa, la mia mamma, una bella ragazza, minuta e silenziosa che lavorava come sarta e ricamatrice.

L’anno 1939 ha cambiato radicalmente la vita degli ebrei; io ero una bambina di quattro anni, con i capelli biondi e gli occhi azzurro fiordaliso e sentivo dentro di me la grande angoscia della mamma, mentre tu eri un bimbo di sei anni che stava per finire nelle mani dei nazisti. La mamma, la nonna e io siamo fuggite a piedi per raggiungere papà, che da oltre un mese scavava trincee per l’esercito polacco sul confine con l’Unione Sovietica. Quando abbiamo raggiunto il confine, hanno bloccato i treni stipati di migliaia di ebrei e siamo rimasti fermi per ore sulle rotaie. Un giovane ha tentato la fuga ed è stato sbranato vivo dai cani delle SS sotto i miei occhi. Anche la nonna è sparita e ancor oggi non sappiamo quale sia stata la sua fine.

Photo credit: Valeria De Caterini

Nei giorni successivi la mamma e io siamo riuscite a trovare papà e tutti insieme siamo stati trasportati a Krasnojarsk in Siberia. Vivevamo in un caseggiato del Kolkhoz, in una stanzetta con i letti di ferro e i materassi di paglia e usavamo una cucina in comune con gli altri profughi. Papà lavorava nel campo delle costruzioni e la mamma nella cucina della cooperativa, mentre io andavo all’asilo e imparavo il russo. Quando i nazisti hanno invaso l’Unione Sovietica nel giugno 1941, siamo fuggiti a piedi e abbiamo camminato per 350 chilometri, in direzione di Mosca, attraverso boschi e strade in fiamme e sotto i bombardamenti dei tedeschi. Avevo solo sei anni e ho visto cose orrende.

Finalmente siamo arrivati a Mosca, ma di lì ci hanno mandati nella Repubblica dei Ciuvasci, a duecento chilometri da Stalingrado. Ci hanno sistemati in una enorme fattoria «autogestita». Stavamo in un tugurio di argilla, senza acqua corrente, con una stufa enorme e ricoperta di piastrelle, su cui la sera ci coricavamo tutti insieme per dormire. Io andavo a scuola e ancora oggi ringrazio i russi perché mi hanno permesso di studiare. Posso vantarmi un po’? Ero sempre la prima della classe.

La tua sorte caro Marian, è stata ben diversa. Quando i tedeschi sono arrivati a Deblin, siete stati trasferiti nella zona esterna della città, vicino all’aeroporto militare, dove avevano creato un ghetto chiuso da un recinto. Stavi fermo tutto il giorno seduto sopra le poche patate portate di nascosto da tuo padre e quando gli uomini tornavano dal lavoro, le tagliavi a rondelle sottili e le facevi abbrustolire sulla stufa. Ti chiamavano «dottor Patata». Oggi sorrido, ma per quanti anni ti sei svegliato di notte, madido di sudore, per i terribili sogni che ti tormentavano?

Photo credit: Valeria De Caterini

Eppure il peggio doveva ancora venire. Nell’estate del 1943, con le grandi offensive da parte dell’Armata Rossa, vi hanno portati al campo di concentramento della santa città di Czestochowa. Anche lì non ti sei mai perso d’animo, nonostante dormissi su quelle strutture di legno grezzo a più piani, che non possiamo certo chiamare letti e la notte fossi in balia di freddo, sporcizia e topi. Di giorno lavoravi in fabbrica con la mamma, raccoglievi le pallottole che balzavano dal nastro della macchina e ci giocavi come fossero state biglie. Fu il kapò a farti passare la voglia di giocare, a forza di botte.

Mentre io ero in Russia e andavo a scuola, tu sei stato deportato con papà al campo di Buchenwald. Accanto alla porta, ogni giorno vedevi i morti della notte accumulati all’entrata. Sei cresciuto in fretta e nella vita hai sempre dimostrato grande coraggio ed empatia per chi soffre. Quando gli americani hanno cominciato a bombardare la zona di Weimar, i tedeschi vi hanno radunati tutti, ordinati in file e vi hanno costretti a marciare. Solo anni dopo abbiamo letto nei libri il nome di queste operazioni terribili: le marce della morte. Molti erano stremati e cadevano lungo la via, proprio quando la libertà era ormai a portata di mano. Dopo circa dieci km i soldati e i guardiani vi hanno abbandonati, la Germania era sconfitta, ormai la guerra era finita e il campo era libero. Tuo padre, come altri sopravvissuti, aveva capito che bisognava tornare lì per aspettare gli alleati e avere almeno un tetto sulla testa. E così avete fatto. Gli americani erano attenti, vi cucinavano solo del semolino, per aiutare lo stomaco a riabituarsi al cibo, ma tu hai continuato la tua attività di ladruncolo e ogni volta che ti era possibile rubavi del cioccolato.

Dopo la liberazione sei diventato il «cicerone» di Buchenwald; non so come facessi, ma accompagnavi le autorità e gli americani a vedere ogni angolo del campo: le latrine, le baracche degli esperimenti medici e perfino il crematorio, come se quell’orrore non ti facesse alcun male. In realtà non era affatto così, ma volevi tornare il prima possibile alla tua vita di ragazzino, con i tuoi genitori, in una vera casa, per giocare con gli amici e andare a scuola. Tuo padre era felice e fiducioso perché qualcuno gli aveva detto che sua moglie era viva e lo aspettava non lontano da lì, nel campo femminile. Allora, come si racconta in famiglia, ha compiuto un’altra sua spavalderia e prima di lasciare per sempre il campo è entrato in uno dei magazzini e ha rubato una pelliccia per lei.

La guerra era finita, era tempo di tornare a casa, di riprendersi in mano la vita e di provare a sanare la ferita, in un modo o nell’altro. Quando ti ho visto per la prima volta, nei corridoi del liceo, ho pensato che fossi davvero un tipo da conoscere: bello, sorridente e sicuramente poco studioso, ma assai intraprendente. Continuavo a essere innamorata dello studio e solo quando ci siamo trasferiti a Wroclaw per seguire i corsi in università, mi sono innamorata di te.

E ora eccoci qui, a ripercorrere 60 anni di vita insieme, una vita simile a quella dei nostri amici ebrei polacchi: Janek e Ida, Katriel e Tzipora, Zenek e Danka.

Caro Marian, la mia lettera di oggi si conclude qui, perché devo togliere lo strudel dal forno e apparecchiare la tavola per la cena. Ti scriverò ancora, forse domani, forse tra una settimana. Ti scriverò ogni volta che i ricordi cominceranno a sbiadire e dal tuo sguardo capirò che hai letto e che insieme a me conservi e proteggi la memoria della nostra vita.

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