Chi di noi non si è mai lasciato cullare dalle atmosfere argute di “Orgoglio e Pregiudizio“, dalle perplessità ironiche di Emma o dal romanticismo trattenuto e struggente di “Ragione e Sentimento“? Jane Austen è, senza ombra di dubbio, una delle autrici più amate, lette e venerate della storia della letteratura mondiale. I suoi romanzi, a distanza di oltre due secoli dalla loro pubblicazione, continuano a scalare le classifiche di vendita, a ispirare adattamenti cinematografici di successo e a popolare l’immaginario di milioni di lettori in tutto il pianeta.
Le critiche ricevute da Jane Austen direttamente dai suoi colleghi
Eppure, l’unanimità nel mondo dei libri è una splendida chimera. Nella “Repubblica delle Lettere” nessuno è intoccabile, nemmeno un pilastro sacro come la Austen. Anche lei ha dovuto fare i conti con detrattori d’eccezione: colleghi illustri che non hanno esitato a impugnare la penna come una spada per colpire la sua opera con critiche spietate. Ripercorrere oggi questi giudizi feroci – originariamente portati alla luce dall’Huffington Post – non solo ci svela i dietro le quinte di storiche zuffe letterarie, ma ci aiuta a capire quanto la ricezione dell’arte sia un terreno straordinariamente soggettivo e affascinante.
Mark Twain e l’insofferenza viscerale
Se esistesse un premio per il “nemico numero uno” di Jane Austen, questo spetterebbe di diritto a Mark Twain. Il celebre e dissacrante autore americano non si limitava a non apprezzare i romanzi della scrittrice britannica: li detestava con un’intensità quasi fisica, che sfociava in una vera e propria insofferenza dinamitarda.
In una lettera indirizzata all’amico e critico William Dean Howells, Twain arrivò a pronunciare parole che oggi farebbero inorridire qualunque Janeite d.o.c.: «Ogni volta che leggo “Orgoglio e Pregiudizio” mi viene voglia di dissotterrarla e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia».
L’autore di Tom Sawyer rincarò la dose in un altro intervento, sostenendo che la sola assenza dei libri di Jane Austen potesse rendere «quasi accettabile» una biblioteca che non contenesse nessun altro volume al mondo, aggiungendo che avrebbero dovuto pagarlo profumatamente per convincerlo a sfogliare un’altra delle sue pagine. Per Twain, quel mondo fatto di tazze di tè, dinamiche matrimoniali e salotti borghesi era l’antitesi della vera letteratura, da lui considerata sinonimo di avventura, vitalità e rottura degli schemi.
Charlotte Brontë e il rifiuto del “luogo comune”
Un altro celebre scontro di sensibilità estetiche è quello che ha visto protagonista Charlotte Brontë. L’autrice di Jane Eyre, la cui scrittura era intrisa di un romanticismo tempestoso, viscerale e drammatico, mal sopportava la precisione millimetrica e il controllo emotivo della Austen.
Quando il critico George Henry Lewes le suggerì di studiare la prosa della Austen per apprenderne la verosimiglianza e l’acume psicologico, la Brontë rispose con una stroncatura memorabile: «Ho preso il libro e l’ho studiato accuratamente. E cosa vi ho trovato? L’accurato ritratto di un luogo comune».
Per Charlotte, l’universo austeniano era paragonabile a un giardino recintato, ordinato ed elegante, ma del tutto privo di una vera anima, di passioni autentiche e di quegli slanci selvaggi che scuotono lo spirito umano. Lamentava, in sostanza, che nei romanzi della Austen l’amore fosse ridotto a un calcolo sociale o a una garbata conversazione diplomatica, ignorando deliberatamente i tormenti più oscuri e profondi del cuore.
L’ambiguità e i dubbi di Virginia Woolf
Il rapporto tra Virginia Woolf e Jane Austen è decisamente più sfaccettato e complesso, ma non per questo privo di riserve pungenti. Se da un lato, in saggi celeberrimi come Una stanza tutta per sé, la Woolf riconosceva alla Austen il merito straordinario di aver inventato uno stile perfettamente naturale ed elegante – capace di ignorare i costrutti della prosa maschile dell’epoca –, dall’altro ne evidenziava i rigidi confini.
La Woolf rifletteva spesso sulle restrizioni imposte alle donne del diciannovesimo secolo, notando come la ristrettezza della vita di Jane si riflettesse inevitabilmente nelle sue storie. Sottolineava come la Austen non fosse in grado di far parlare con entusiasmo una ragazza di argomenti politici o religiosi, e come usasse ogni mezzo a sua disposizione – a partire dalla sua celebre ironia – per evitare scene di autentica passione emotiva. In una confessione epistolare, la Woolf ammise diplomaticamente che, pur riconoscendo la grandezza tecnica della Austen, avrebbe scambiato volentieri tutto ciò che lei avesse mai scritto per la metà del fuoco e del genio selvaggio espresso dalle sorelle Brontë.
Tra stroncature d’epoca e critiche femministe
Le critiche più spietate, tuttavia, non sono arrivate solo dai posteri. Già nel 1818, pochissimo tempo dopo la scomparsa dell’autrice, sul British Critic Literary Journal apparve una recensione anonima che, pur apprezzando lo spirito d’osservazione della Austen, lanciava una stoccata demolitrice: «Non solo le sue storie sono del tutto prive di qualsiasi inventiva, ma anche i personaggi, gli avvenimenti e i sentimenti sono tratti esclusivamente dalla sua esperienza personale». Un modo elegante per accusarla di mancanza di immaginazione, riducendo il suo genio a una mera cronaca di provincia.
In tempi moderni, anche una parte della critica femminista e sociale ha espresso forti perplessità. La saggista Edna Steeves, ad esempio, ha aspramente lamentato la mancanza di coraggio politico della Austen. Secondo questa prospettiva, mentre l’Europa dell’Ottocento era scossa dalle guerre napoleoniche, dagli echi della Rivoluzione Francese e da profondi sconvolgimenti di classe, i personaggi della Austen sembravano muoversi in una bolla atemporale, preoccupati esclusivamente di balli di fine stagione, rendite annuali e matrimoni vantaggiosi, ignorando la drammatica realtà sociale che premeva fuori dalle loro finestre.
Perché la grandezza di Jane Austen risiede anche nelle sue stroncature
Leggere oggi questi giudizi così taglienti non diminuisce affatto il valore di Jane Austen; al contrario, lo amplifica e lo nobilita. Dimostra che la sua scrittura non è un placido e rassicurante sottofondo d’altri tempi, ma una forza letteraria talmente definita, potente e nitida da generare reazioni estreme.
Laddove Mark Twain vedeva una pedante ipocrisia, noi oggi scorgiamo una satira sociale affilata come un bisturi; dove Charlotte Brontë avvertiva una mancanza di passione, noi ammiriamo la straordinaria maestria psicologica nel descrivere le sfumature del sentimento umano attraverso il “non detto”, il silenzio e lo sguardo.
La letteratura è un dialogo infinito, vivo e pulsante, che attraversa i secoli. Il fatto che i più grandi geni della penna abbiano discusso, polemizzato e persino litigato sulle opere di Jane Austen è la prova definitiva della sua assoluta immortalità.
