Sei qui: Home » Libri » Dante Alighieri, aneddoti e curiosità che non tutti sanno sul Sommo Poeta
Curiosità su Dante

Dante Alighieri, aneddoti e curiosità che non tutti sanno sul Sommo Poeta

Chi era Dante? Qual era il suo profilo fisico e caratteriale? Esploriamo insieme allo scrittore e dantista Dario Pisano alcune curiosità legate alla vita del Sommo Poeta che non tutti forse conoscono.

La Commedia dantesca fu subito uno strepitoso best-seller, letto, commentato e copiato a partire dalla sua prima diffusione intorno agli anni venti del XIV secolo (immediatamente successivi alla morte del poeta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321). Il successo crescente delle sue terzine andò di pari passo con un sempre maggiore interesse rivolto verso l’autore. Chi era Dante? Qual era il suo profilo fisico e caratteriale? Era una persona cordiale oppure inaccostabile e respingente?

Dante secondo Boccaccio

Per rispondere a queste domande, il punto di partenza è il Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio, la prima biografia dantesca della storia.

L’autore del Decameron ce lo presenta così:

«Fu questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto». Boccaccio aveva ragione: nel 1865, durante il VI centenario della sua nascita, nel vano di una porta murata non lontana dalla tomba del poeta nella chiesa ravvenate di San Francesco fu ritrovata una cassetta di legno contenente resti ossei del poeta, che furono oggetti di una ricognizione scientifica. Dalla perizia risulta che Dante era di statura media ( 1,64 cm ), di struttura longilinea, che aveva le spalle spioventi e che aveva appunto un’artrite anchilosante che lo faceva camminare curvo.

«Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.

Il turista dell’oltretomba

Alcune donne di Verona – mentre Dante camminava solitario – rimasero colpite dalla sua carnagione scura: era la prova che era stato a contatto con la fuliggine infernale!
Ecco il racconto boccacciano:

«avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti ad una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente ( a bassa voce ), non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a le altre: «Donne, vedete colui che va ne l’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che la giù sono?».

«In verità tu dei dir vero: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?». Le quali parole, udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento che esse in cotale oppinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti.»

Dante e l’arte della battuta

Gli scrittori successivi ( biografi e commentatori del poema sacro ) ci offrono ulteriore materiale per delineare la personalità dantesca nella sua poliedrica specificità. Tutti – all’unanimità – concordano sull’abilità del poeta nell’arte del motteggiare, ossia nel dare risposte taglienti agli interlocutori che lo importunavano, i quali rimanevano come disarmati dalla sua lingua tanto mordace.

Dante aveva sempre la battuta pronta. Una volta – racconta un biografo del Cinquecento – «stava nella chiesa di S. Maria Novella di Firenze, appoggiato ad un altare tutto solo, forse col pensiero volto alle sue leggiadre poesie. Al quale accostatosi presuntuosamente un certo uomo, cercò più volte di tirarlo seco a ragionamento. Ma avendo finalmente Dante perduto la pazienza, volto a quel cotale gli disse: Avanti che io risponda alle tue domande, vorrei che prima tu mi chiarissi qual tu creda sia la maggior bestia del mondo. A cui subito quello uomo rispose che ei credeva che la maggior bestia terrestre fosse l’elefante. Gli risponde allora Dante: O elefante, adunque non mi dar noia».

Dante era permaloso

Uno scrittore del Quattrocento, il Sercambi, ci informa che una volta il re di Napoli, il grande Robertò d’Angio, decise che doveva conoscere questo meraviglioso poeta. Organizzò un magnifico pranzo a corte, e invitò Dante, il quale si presentò vestito decisamente male: aveva un vestito bisunto, e anche nel viso i segni dell’incuria. Il re alza gli occhi su di lui e, non avendolo mai visto prima, lo scambia per un mendicante e gli dice di accomodarsi in fondo al tavolo al posto riservato ai miserabili. Costui, offesissimo, se ne va.

A un certo puntò il re si sente dire da uno dei suoi consiglieri che quel signore era Dante! Il re, incredulo e imbarazzato gli dice di correre subito per intercettarlo, scusandosi infinitamente da parte sua e dicendogli che il re – per farsi perdonare – lo aspettava a cena il giorno stesso. Viene allestita una cena ancora più sontuosa e Dante si presenta con un abbigliamento completamente diverso: elegantissimo dalla testa ai piedi ! Il re lo vede e, dopo essersi scusato per l’increscioso episodio del pranzo, lo fa accomodare addirittura a capotavola accanto a lui.

I due incominciano a chiacchierare amabilmente mentre vengono servite pietanza prelibate bagnate dai migliori vini d’Europa. A un certo punto Dante comincia a comportarsi in modo strano: si rovescia addosso il contenuto dei piatti e il vino nei calici, in modo da macchiare e sporcare tutto il vestito. Al re che lo guarda incredulo il poeta risponde : «Santa corona, io cognosco che questo grande onore che ora è fatto avete fatto ai panni, e pertanto ho voluto che i panni godano le vivande apparecchiate.».

Dante e l’uovo

Secondo l’autore del Decameron «fu ancora questo poeta di meravigliosa capacità e di memoria fermissima».

Se ne stava una volta per i fatti suoi sulla piazza di Santa Maria del Fiore a prendere il fresco, seduto su un muretto. «Or quivi stando una sera, gli si presenta uno sconosciuto, e lo interroga: voi che siete così dotto – gli domanda – mi sapete dire qual è il miglior boccone? E Dante, senza por tempo in mezzo, rispose: L’uovo. Un anno dopo, sedendo egli sullo stesso muricciolo, gli si presenta di nuovo quell’uomo, che più non avea egli veduto, e lo interroga: Con che? Ed egli risponde subito: Col sale.».

Cosa non sopportava il Sommo Poeta

Ci racconta Franco Sacchetti (scrittore della fine del Trecento) che una volta il poeta passeggiava per Firenze vicino alla bottega di un fabbro.

Improvvisamente sente questo fabbro che incomincia a declamare i versi della Divina Commedia, ma in modo pessimo: accenti sbagliati e parole storpiate. Dante si innervosisce così tanto che entra nella sua bottega e combina un finimondo:

«piglia il martello, e gettalo per la via; piglia le tanaglie e getta per la via; piglia le bilance e getta per la via; e così gittò molti ferramenti Il fabbro, voltosi con un atto bestiale, dice: Che diavol fate voi? Siete voi impazzito? Dice Dante: O tu che fai? Fo l’arte mia, dice il fabbro, e voi guastate le mie masserizie, gittandole per la via. Dice Dante: Se tu non vuogli che io guasti le coste tue, tu non guastar le mie. Disse il fabbro: O che vi guasto io? Disse Dante: Tu canti il libro, e non lo dì come io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti» Il fabbro gonfiato, non sappiendo rispondere, raccoglie le cose, e torna al suo lavorio: e se volle cantare cantò di Tristano e di Lancelotto, e lasciò stare il Dante. ».

Dante e i figli di Giotto

Una volta umiliò persino il suo amico Giotto. Stavano insieme a Padova dove Giotto era al lavoro per la cappella degli Scrovegni.

Il pittore presenta a Dante i suoi figliuoli che erano di volto assai deforme (raccontano le fonti d’epoca che erano piuttosto bruttini…). Dante gli domanda: «Maestro, che vuol dire che essendo voi il maggior dipintore del mondo, fate altrui figure sì belle, e per voi sì brutte e spiacevoli?»

A cui Giotto, senza turbarsi, rispuose:
«Amico, vi dovrebbe essere nota la cagione di questo. Le pitture le faccio sempre di giorno, le sculture di notte; se, fatte al buio, cotali riescono, perciò non dovete meravigliarvene.»
Piacque assai questa risposta a Dante, e ne risero insieme alquanto».

Dante lussurioso

Scrive Boccaccio che nel poeta «trovò amplissimo luogo» nel poeta, non solo nei giovani anni, ma anche nei maturi.» Ma – continua il suo biografo – chi sarà tra i mortali giusto giudice a condannarlo? «Certamente – risponde – non io.»

Sulla lussuria di Dante circolano diversi aneddoti, il più divertente dei quali lo racconta Marcantonio Nicoletti, biografo cinquecentesco. È un episodio accaduto al poeta quand’era ospite di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna. Questo signore, raffinato umanista, scoprì un giorno che Dante aveva passato una notte con una «donna di mercato», (una cortigiana), dalla quale volle sapere se Dante – oltreché come poeta – fosse bravo anche come amatore…

Questa signorina rispose che «poco valeva, perché avendo avuto sotto assai buona bestia, non aveva cavalcato se non un miglio». Dante – venuto a conoscenza di questa risposta – disse: «Io avrei anche calato l’asso, ma non mi piacque la mazziera.»

Questi sono solo alcuni degli aneddoti fioriti nel corso dei secoli ai margini dell’opera dantesca. Ci presentano un poeta meno monumentale e arcigno, e per questo li leggiamo sempre con gusto e con interesse: aprono allo sguardo un eroe in veste da camera; un Dante umano, troppo umano, nel suo sovraumano estro poetico….

Dario Pisano

© Riproduzione Riservata