James Joyce

Come l’Ulisse di Joyce ha cambiato il nostro modo di percepire il tempo

Ci sono giorni in cui il tempo sembra non scorrere mai e giorni in cui la lancetta dell'orologio gira così velocemente da non riuscire a seguirla. Che il tempo sia relativo è assodato, ma non è sempre stato così...
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Ci sono giorni in cui il tempo sembra non scorrere mai e giorni in cui, invece, la lancetta dell’orologio gira così velocemente da non riuscire a seguirla. Che il tempo sia relativo è ormai un concetto assodato, ma non è sempre stato così. Se leggiamo un libro ambientato nell’Ottocento vedremo come la dimensione del tempo è rappresentata in modo oggettivo e lineare. Tutt’altra esperienza temporale ci aspetta prendendo tra le mani un libro di James Joyce. Sulla scia della rivoluzione innescata da Sigmund Freud (e la scoperta dell’inconscio),  l’Ulisse di Joyce era infatti destinato, sin dal giorno della sua pubblicazione, il 2 febbraio del 1922, a mutare per sempre le sorti della letteratura contemporanea. Vediamo come mai!

Perché è cambiata la nostra percezione del tempo

Il Novecento nasce sotto il segno della velocità e dell’accelerazione, che fanno sentire immediatamente i loro effetti anche nell’arte e nella letteratura. I grandi autori di inizio Novecento, come Marcel Proust, Virginia Woolf e James Joyce, restituiscono la frammentazione e il disordine del presente attraverso nuove modalità di scrittura, che raggiungono il loro apice espressivo nella tecnica dello “stream of consciousness“. 

Il tempo cambia a seconda di cosa stiamo vivendo 

Al tempo cronologico e lineare del romanzo ottocentesco, si sostituisce un tempo della coscienza. I personaggi nati dalla penna di Joyce scoprono che le esperienze passate non sono solo trascorse, ma sedimentano nell’inconscio. Inconscio da cui emergono continuamente frammenti del proprio passato che si mescolano al presente in modo non sempre volontario. Il tempo della coscienza è infatti composto di momenti indistinguibili che trapassano uno nell’altro e formano un flusso che continuamente si arricchisce: lo “stream of consciousness”. Nei personaggi il tempo subisce notevoli trasformazioni: accanto a un tempo oggettivo, cronologicamente lineare, si affaccia l’idea di un tempo soggettivo, esperito dalla coscienza dei personaggi. 

L’Ulisse di Joyce è l’archetipo dell’uomo contemporaneo

Dal fascino irresistibile e simbolo della sete di conoscenza, Ulisse è l’eroe dai molti volti. Se nei poemi omerici venivano esaltate le sue qualità positive, nella letteratura dei secoli successivi furono evidenziate quelle negative, come l’inganno e il cinismo, fino ad arrivare alla riscrittura che ne fece James Joyce nel Novecento. Ulisse diventa così l’archetipo delle peregrinazioni e delle angosce quotidiane dell’uomo contemporaneo, il simbolo di una nuova e rivoluzionaria percezione del tempo. 

Di cosa parla l’Ulisse di Joyce

“Ulisse” è la storia di una giornata, il 16 giugno 1904, di un gruppo di abitanti di Dublino. I personaggi incrociando in modo apparentemente casuale le vite degli altri, ne determinano lo svolgimento, e lo descrivono, attraverso un continuo monologo interiore. Il protagonista principale, l’ebreo irlandese Leopold Bloom, non è un eroe o un antieroe, ma semplicemente un uomo di larghe vedute e grande umanità, sempre attento verso il più debole e il diverso, e capace di cortesia anche nei confronti di chi queste doti non userà con lui. Gli altri protagonisti sono il giovane intellettuale, brillante ma frustrato Stephen Dedalus e Molly Bloom, la moglie dell’ebreo, vera e propria regina del romanzo. Alla fine, stesa sul vecchio letto scricchiolante, Molly sarà intenta a riflettere – in un monologo di più di ventimila parole non scandite da punteggiatura – sulla giornata appena trascorsa, sul suo tradimento del marito, su ogni ricordo del passato, e sui potenziali futuri immaginati. Figura dalla solida corporeità, Molly è una donna gloriosamente istintiva, ma anche resistente a una qualunque forma di caratterizzazione categorica. 

 

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