Fotografia e racconto

Robert Capa, il coraggio di raccontare l’autenticità della guerra

Robert Capa fu il fotografo che, con coraggio e autenticità, documentò tutte le guerre del '900
Da sogno di scrittore a lavoro di fotografo, Robert Capa fu colui che, con coraggio e autenticità, documentò tutte le guerre del '900

MILANO – Girò il mondo e nel mondo lasciò un segno indelebile: Robert Capa, solo un uomo con in mano una macchina fotografica che divenne il testimone di un secolo.

Dal sogno di scrittore al lavoro di fotografo

Robert Capa, pseudonimo di  Endre Ernő Friedmann, è stato ed è ancora oggi uno dei più grandi e amati fotografi di tutti i tempi che seppe fare dei reportage di guerra un’arte e allo stesso tempo un mezzo di conoscenza. Egli fu colui che nel 1947 a New York fondò assieme a Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert l’agenzia cooperativa Magnum, diventata una delle più prestigiose agenzie fotografiche. Prima di diventare uno dei più grandi fotografi mai esisti, Capa non considerava nemmeno vagamente il fotografo come un possibile mestiere. Spinto inizialmente dai problemi legali lasciò a 18 anni, nel 1931, l’Ungheria alla volta della Germania dove spinto da problemi economici abbondò la scuola di giornalismo e il sogno di scrittore per iniziare a racimolare qualche soldo lavorando nell’agenzia foto-giornalistica di Simon Guttmann, la Dephot, che scoprì le incredibili doti del giovane e lo avviò al mondo del reportage. Da li iniziò per Robert l’amore senza fine per il mezzo fotografico. Con la macchina in mano, il giovane Capa poteva finalmente iniziare a raccontare il mondo, ma non da scrittore, come avrebbe voluto fare poco tempo prima, bensì come il fotografo; era arrivata per lui l’ora di iniziare a “scrivere con la luce“.

 Egli divenne famoso al mondo per la fotografia del “Miliziano spagnolo colpito a morte” immortalato nel 1936 mentre si trovava a Cordova. Questa fotografia, che ritrae un soldato dell’esercito repubblicano spagnolo con addosso una camicia bianca immortalato nell’esatto istante in cui viene colpito da un proiettile nemico, è il manifesto della fotografia di guerra che esprime in maniera eloquente l’effimera natura del corpo umano. Un uomo qualunque diventa un martire di guerra e la sua morte si fa portavoce della brutalità dei conflitti bellici. Più avanti si seppe con precisione l’identità di quest’uomo: egli infatti non era altro che un giovane di 24 anni di nome Federico Borrel Garcìa che perse la vita durante il conflitto di Cerro Muriano, sul fronte di Cordova. Capa all’epoca dello scatto aveva solo 22 anni ed era, ovviamente, inconsapevole che questa fotografia sarebbe diventata il manifesto per eccellenza della fotografia di guerra.

 Un testimone del secolo

Anche se lo scatto del miliziano spagnolo ottene immediatamente una notorietà senza pari, Robert Capa non si limitò a descrivere la Spagna durante il periodo franchista, bensì proseguì, con coraggio e tenacia, il suo lavoro di fotoreporter in altri luoghi colpiti dalla guerra. Esempi eloquenti del suo lavoro sono i reportage fotografici della Seconda Guerra Mondiale dove documenta le brutalità belliche in Inghilterra, in Normandia e in Italia. Proprio nello Stivale realizzò un’altro degli scatti più famosi di sempre: un’anziano pastore siciliano che indica la strada per Sperlinga ad un soldato americano. Anche questo scatto, sebbene non drammatico, è parte della storia del nostro Paese ed è parte di quel ricordo traumatico della Seconda Grande Guerra.

 Insomma, Capa scelte volontariamente di documentare una realtà brutale, quella stessa realtà che lo costrinse a lasciare il suo paese, quella stessa realtà che, a causa del nazismo, lo costrinse a lasciare a soli 20 anni la Germania (perché ebreo), quella stessa realtà che per un’incedente di percorso tolse la vita alla sua amata Gerda Taro. Egli visse e documentò instancabilmente tutte le vicende della Seconda Guerra Mondiale, dai suoi esordi sino alla sua fine. Ma il suo lavoro di testimone del secolo non terminò con la fine della Grande Guerra, bensì proseguì con gli scatti durante l’invasione americana del Vietnam e delle guerre in Israele.

 Visse poi in America ma anche li non trovò vita facile poiché, accusato di essere comunista, fu costretto a lasciare il paese a seguito delle ripercussioni del periodo maccartista di “caccia alle streghe“. Nel 1954 la sua passione e l’amore per la fotografia, lo condussero poi alla morte: durante la Prima Guerra d’Indocina, sulla via del ritorno scattò le ultime immagini prima di salire su un terrapieno per fotografare una colonna in avanzamento nella radura e qui posò il piede sulla mina che lo uccise. Il suo grande lavoro vive comunque ancora oggi giorno nella memoria collettiva ed è ancora esempio della brutalità della guerra nonché dell’importanza della fotografia come mezzo di conoscenza del mondo e della società.

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