Matteo Bastianelli, ”Le fotografie mi permettono di esprimere la complessità della realtà”

''Uso tutta la ricchezza della fotografia per esprimere la complessità della situazione, convertita attraverso la mia visione'', Matteo Bastianelli, autore del libro fotografico ''The Bosnian Identity''...
Il fotografo ha voluto dar voce a un popolo alla ricerca della propria identità, sconvolto dalla guerra e ora dimenticato

MILANO – “Uso tutta la ricchezza della fotografia per esprimere la complessità della situazione, convertita attraverso la mia visione”, Matteo Bastianelli, autore del libro fotografico “The Bosnian Identity” del quale avevamo già parlato in un precedente articolo, ci spiega il percorso che l’ha condotto alla pubblicazione del lavoro e le principali caratteristiche della sua fotografia.

Com’è stato il percorso che ti ha condotto a “The Bosnian Identity”?
Il mio percorso ha avuto origine nel 2009, quando ho iniziato a viaggiare nei Balcani con un associazione onlus che fa volontariato in Croazia e Bosnia Erzegovina. La mia prima esperienza è stata con questo un gruppo di volontari, siamo stati per tre settimane sulle montagne vicino a Srebrenica, vicino ai luoghi del genocidio bosniaco. Eravamo andati in una scuola elementare per attività di volontariato con i bambini e per portare generi di prima necessità. In quest’occasione ho iniziato a fare un lavoro fotografico per l’associazione, che aveva bisogno di fotografie di bambini per un progetto di adozione a distanza di cui si occupa. Questo è stato il primo step. Una volta tornato a casa, sono ripartito quasi subito, da solo, per Sarajevo, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili. Il mio lavoro si è concentrato sulla ricerca di un’identità bosniaca attraverso le tre popolazioni principali che ne compongono il tessuto: bosniaci musulmani, bosniaci croati, bosniaci serbi, che tuttora vivono in maniera integrata e pacifica in Bosnia, nonostante problemi notevoli nell’area della Repubblica Serba. La Bosnia è divisa infatti in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abitata da bosniaci musulmani e croati, e la Repubblica Serba di Bosnia, che occupa il 49% territorio, abitata da bosniaci di etnia serba. Quest’ultima è stata disegnata dalle pulizie etniche durante la guerra e persistono qui molti problemi di integrazione. Sarajevo invece è una città bella, multietnica, ricca di iniziative culturali, di giovani che tentano di ricostruire e tornare a vivere. A Sarajevo ho incontrato molte persone e condiviso le loro storie, tra cui quella di un ragazzo che poi è diventato uno dei miei migliori amici. Suo padre e suo nonno sono morti nel conflitto, e nel 1996 ha avuto gravissimo incidente a causa di una mina antiuomo: ha perso un braccio e un occhio, e ha dovuto subire più di trenta operazioni. Dopo molti anni si è sposato, è felice e aspetta un bambino: lui rappresenta il lato della rinascita di Sarajevo e della Bosnia. Ho voluto però documentare anche altre situazioni: bisogna ricordare che il 40% dei giovani è disoccupato, l’industria è ferma, i magnati americani o dall’Arabia Saudita e gli imprenditori balcanici aprono centri commerciali senza pensare realmente a politiche di ricostruzione. Ci sono problemi economici forti e invalidanti. Una banda di giovani che ho seguito in questi anni, per esempio, cerca di sbarcare il lunario con azioni criminali e di arricchirsi seguendo il modello della criminalità visto durante la guerra. Questi ragazzi non hanno un futuro, entrano e escono dal carcere: anche loro sono i figli del dopoguerra bosniaco.
La mia esperienza quindi è stata un crogiuolo di esperienze, di momenti vissuti con amici e ragazzi che mi hanno accompagnato in un viaggio lungo quattro anni.

Come intendi la fotografia? Prevale nel tuo lavoro l’aspetto documentaristico o artistico?

Per me la fotografia è prima di tutto un linguaggio. La base della mia fotografia è sicuramente documentaria, ma ci sono aspetti anche fortemente artistici. Ciò che è importante per me è entrare nel profondo delle storie e cercare di restituire sempre la complessità e i dubbi che mi hanno accompagnato nel corso del progetto.
Amo la fotografia che lasci intendere, con non dica espressamente tutto, che sia in qualche modo misteriosa e evocativa.

In che modo la fotografia, più di altri strumenti di comunicazione, può dare voce al dramma che ha sconvolto la Bosnia?
Ho letto molti libri, di autori bosniaci e non. Credo che il modo per riparlare della Bosnia, oggi, dopo vent’anni dall’inizio dell’assedio, sia cercare di svegliare l’attenzione su un Paese che è stato dimenticato. Come tutti i Paesi che dopo una guerra non sono mediaticamente più appetibili.
Attraverso la fotografia ho cercato di portare in luce la situazione attuale, le politiche scellerate dell’Ue e dei caschi blu dell’Onu. La Bosnia avrebbe dovuto essere molto più protetta.
Cercare di risvegliare l’attenzione per una nazione attraverso un progetto artistico è un lavoro molto complesso. Io credo di esserci riuscito almeno in parte grazie alla pubblicazione del mio progetto anche in altre nazioni, Francia, Italia, Olanda Stati Uniti..
Noi poniamo punti interrogativi, cerchiamo di sollevare questioni, questo è il ruolo della fotografia: far sì che le persone si interessino a determinate situazioni e inizino a porsi delle domande.

Quali sono le caratteristiche stilistiche del tuo lavoro fotografico in The Bosnian Identity e che significato hanno?

Ho voluto rappresentare la Bosnia come immaginavo fosse vent’anni fa, documentandomi anche attraverso le opere di altri fotografi. Per ottenere questo risultato sperimentato diversi tipi di pellicole e sviluppi e ho scelto il bianco e nero, in modo da rendere l’idea di una realtà ancora ferma.
Stilisticamente mi sento abbastanza libero quando lavoro: anche se ho una mia impronta, non amo fare dello stile un vezzo. Voglio che le immagini dialoghino tra loro non perché sono belle esteriormente, o perchè presentano una luce o una composizione particolari. Uso tutta la ricchezza della fotografia per esprimere la complessità di una situazione, convertita attraverso la mia visione.

Come è cambiata la fotografia dopo l’avvento del digitale?

Credo sia cambiata molto, come la nostra vita. Personalmente mi sono avvicinato alla fotografia attraverso l’analogico: pur essendo giovane, ciò che mi ha attratto della fotografia è stata la magia della camera oscura e dei primi sviluppi. Magia che con il digitale si è persa. Io ora lavoro anche con il digitale, che ha il vantaggio di contenere i costi e di essere molto veloce: la post produzione e l’editing sono effettivamente molto più rapidi.
Si tratta chiaramente di un approccio diverso. L’analogico abitua ad avere pazienza: in Bosnia scattavo anche cinquanta- sessanta rulli senza vedere una foto. Con il digitale invece si può controllare subito la direzione che sta prendendo il lavoro, ci si può correggere, si può reindirizzare l’editing. E anche questo è sicuramente un aspetto positivo.
Il lato negativo è che il digitale ha generato un eccessivo utilizzo del mezzo fotografico. Con Instagram e applicazioni di questo tipo c’è stato un proliferare di immagini spesso prive di valore e significato.

L’importante invece, al di là del mezzo, è che dietro ogni click ci sia un’idea e la volontà di un progetto.

 

22 febbriaio 2013

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