Ricordando Umberto Saba, le sue poesie più belle

Ricorre oggi l’anniversario di nascita di Umberto Saba, uno dei poeti più importanti del Novecento. Lo ricordiamo attraverso i suoi versi più amati...

Il 9 marzo del 1883 nasceva il poeta triestino Umberto Saba. Vogliamo ricordarlo con le sue poesie più amate

 

MILANO – Ricorre oggi l’anniversario di nascita di Umberto Saba, uno dei poeti più importanti del Novecento. Lo ricordiamo attraverso i suoi versi più amati.

 

La mia fanciulla

La mia fanciulla snella e polposetta

è come un arboscello con le poma:

una ne mangi ed un’altra t’alletta.

 

La mia piccola cara è una bambina.

Teme, se tardi rincasa, legnate,

suo castigo di quando era piccina.

 

E quando fa quella proibita cosa

si volge, e manda sospettose occhiate,

per veder se la mamma è là nascosa.

 

La mia piccola cara è troppo audace.

Mette la testa con la grande chioma

fra le mani, e mi guarda a lungo e tace.

 

La capra

Ho parlato a una capra.

Era sola sul prato, era legata.

Sazia d’erba, bagnata

dalla pioggia, belava.

 

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

 

In una capra dal viso semita

sentiva querelarsi ogni altro male,

ogni altra vita.

 

Sera di febbraio

Sera di febbraio

Spunta la luna.

Nel viale è ancora

giorno, una sera che rapida cala.

Indifferente gioventù s’allaccia;

sbanda a povere mete.

Ed è il pensiero

della morte che, infine, aiuta a vivere

 

Il poeta

Il poeta ha le sue giornate

contate,

come tutti gli uomini;ma quanto,

quanto variate!

L’ore del giorno e le quattro stagioni,

un po’ meno di sole o più di vento,

sono lo svago e l’accompagnamento

sempre diverso per le sue passioni

sempre le stesse;ed il tempo che fa

quando si leva, è il grande avvenimento

del giorno, la sua gioia appena desto.

Sovra ogni aspetto lo rallegra questo

d’avverse luci, le belle giornate

movimentate

come la folla in una lunga istoria,

dove azzurro e tempesta poco dura,

e si alternano messi di sventura

e di vittoria.

Con un rosso di sera fa ritorno,

e con le nubi cangia di colore

la sua felicità,

se non cangia il suo cuore.

Il poeta ha le sue giornate

contate,

come tutti gli uomini;ma quanto,

quanto beate!

 

Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

 

Amai trite parole

Amai trite parole che non uno osava.

Mi incantò la rima fiore amore,

la più antica difficile del mondo.

 

 

Ulisse

Nella mia giovinezza ho navigato

lungo le coste dalmate. Isolotti

a fior d’onda emergevano, ove raro

un uccello sostava intento a prede,

coperti d’alghe, scivolosi, al sole

belli come smeraldi. Quando l’alta

marea e la notte li annullava, vele

sottovento sbandavano più al largo,

per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto

accende ad altri i suoi lumi; me al largo

sospinge ancora il non domato spirito,

e della vita il doloroso amore

 

Trieste

Ho attraversato tutta la città.

Poi ho salita un’erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

 

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

 

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un’aria strana, un’aria tormentosa,

l’aria natia.

 

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

 

A mia figlia

Mio tenero germoglio,

che non amo perché sulla mia pianta

sei rifiorita, ma perché sei tanto

debole e amore ti ha concesso a me;

o mia figliola, tu non sei dei sogni

miei la speranza; e non più che per ogni

altro germoglio è il mio amore per te.

La mia vita mia cara

bambina,

è l’erta solitaria, l’erta chiusa

dal muricciolo,

dove al tramonto solo

siedo, a celati miei pensieri in vista.

Se tu non vivi a quei pensieri in cima,

pur nel tuo mondo li fai divagare;

e mi piace da presso riguardare

la tua conquista.

Ti conquisti la casa a poco a poco,

e il cuore della tua selvaggia mamma.

Come la vedi, di gioia s’infiamma

la tua guancia, ed a lei corri dal gioco.

Ti accoglie in grembo una sì bella e pia

Mamma, e ti gode. E il suo vecchio amore oblia.

 

9 marzo 2015

 

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