Mostra di Amos Nattini

La Divina Commedia nell’arte, Amos Nattini in mostra ad Ascona

Una mostra che presenta le 100 litografie a colori della monumentale edizione della “Divina Commedia” illustrata dall’artista genovese Amos Nattini tra il 1912 e il 1941.
La Divina Commedia nell’arte, Amos Nattini in mostra ad Ascona

MILANO – Uno dei poemi più famosi del mondo letto in una lente diversa, quella della pittura. Inaugura oggi al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona la rassegna dedicata alla monumentale “Divina Commedia”, pubblicata tra il 1931 e il 1941, illustrata da Amos Nattini. Il percorso espositivo, visitabile fino al 30 dicembre, propone 100 tavole realizzate con una sofisticata tecnica litografica a colori che sono di proprietà della famiglia Eredi Guido Pancaldi di Ascona che, in via eccezionale, ne ha autorizzato l’esposizione, mostrandoli per la prima volta al pubblico. Oltre alle litografie saranno presenti dei disegni preparatori, in gran parte inediti, e le opere di altri importanti autori I tre tomi di questa rara edizione, che contengono

LA MOSTRA – La rassegna riunisce le tavole dei tre volumi di Nattini e alcuni acquerelli preparatori originali. Accanto a essi, si trovano opere di Vincenzo Vela, Giulio Aristide Sartorio, Guido Marussig, Leonardo Bistolfi, Adolfo De Carolis, Pietro Lingeri, Giuseppe Terragni, che ricostruiscono, attraverso otto sezioni, la genesi e il contesto culturale e storico del progetto editoriale, sviluppato in Italia nell’arco di vent’anni, tra le due guerre. Si ripercorre, così, la fortuna del culto del “Sommo Poeta” tra Ottocento e Novecento, a partire dal Risorgimento, come testimoniato dal celebre Busto di Dante di Vincenzo Vela.

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UNA DIVINA COMMEDIA “STORICIZZATA” – Le tavole di Nattini non solo consentono di avvicinarsi alla “Divina Commedia” di Dante, reinterpretata dall’artista con un immaginario che guarda ai grandi maestri del passato e anche al simbolismo e al divisionismo, ma danno anche testimonianza di un tempo “storico” in cui si andarono definendo tali progetti, che risentirono della manipolazione che ne diedero fascismo e nazismo. Una strumentalizzazione difficile da accettare per persone che, come Nattini, avevano creduto in altri ideali. Se la tragedia della guerra sembra infatti chiudere ogni possibilità di celebrare e visualizzare “poesia”, il volume de Il Paradiso, creato da Nattini in solitudine e a guerra cominciata, resta a testimoniare la sua incrollabile fiducia, a dispetto dei tempi, nelle possibilità dell’uomo di rispondere con l’opera d’arte a ogni orrore.

AMOS NATTINI – Si forma, tra Genova, Parma e Parigi, nel colto ambiente artistico che dal realismo tardo ottocentesco va orientandosi verso il simbolismo europeo. I suoi lavori giovanili, accostati a quelli dei maestri con cui entra in contatto, ricostruiscono le diverse anime di quel mondo denso di sollecitazioni, fondato su un fitto dialogo tra le arti visive, la musica, il teatro e le lettere. Sostenuto da Gabriele d’Annunzio e soprattutto grazie al sodalizio con il giornalista genovese Francesco M. Zandrino, Nattini avvia il nuovo progetto dell’edizione della “Divina Commedia”, lavorando incessantemente per vent’anni, a partire dal 1912, a una quantità sconfinata di disegni. Diventa così possibile seguire il metodo di lavoro dell’artista genovese e, allo stesso tempo, il progressivo definirsi dell’edizione, vero e proprio libro-monumento, non solo per la grandezza e la raffinatezza delle tavole, ma anche per la dimensione dei leggii pensati per sostenerli, realizzati da celebri designer, come quello di Giὸ Ponti o quello, in mostra, dell’ebanista Eugenio Quarti.
L’idea di un monumento alla “Divina Commedia”, che è oggetto di un rinnovato interesse proprio in quegli anni, tra i più difficili e controversi della storia d’Italia, è testimoniato dall’inedito progetto dello scenografo Mario Zampini le Visioni dantesche per l’erezione a Roma di un monumento alla Divina Commedia; per la prima volta in Canton Ticino, sono esposte le tavole originali del noto progetto del Danteum di Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni, un edificio, capolavoro dell’architettura razionalista, che doveva erigersi su via dei Fori imperiali a Roma su diretta committenza di Benito Mussolini.

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