Festa della Repubblica. 4 libri per raccontare la nostra Nazione

Si fa presto a dire Repubblica. E si fa presto anche a dire democrazia e poi libertà, popolo e Costituzione. Oggi, tutti questi termini appaiono scontati alle nuove generazioni; abitudini quotidiane il cui vero significato è, di fatto, sconosciuto...

Si fa presto a dire Repubblica. E si fa presto anche a dire democrazia e poi libertà, popolo e Costituzione. Oggi, tutti questi termini appaiono scontati alle nuove generazioni; abitudini quotidiane il cui vero significato è, di fatto, sconosciuto. A essi ci si è fatta l’abitudine. Eppure, un tempo dopotutto non lontano, su questi stessi termini si sono spese forze e lotte che hanno appassionato davvero le masse, fatto fare sacrifici a molti, caratterizzato numerose vite, molte addirittura spezzate per la loro difesa. Leggere ricordando il 2 giugno 1946 – giorno del Referendum che indicò la Repubblica come assetto dello Stato Italiano -, significa un po’ mettere in fila concetti che – appunto – possono apparire scontati e acquisiti e che, tuttavia, non sono tali. Leggere per capire, dunque, e per ricordare.

 

Alla base di tutto, certamente, oggi più di ieri vale leggere l’unico libro vero della Repubblica, cioè la Costituzione. Magari con le belle spiegazioni che Giangiulio Ambrosini (magistrato, ma prima di tutto padre) ha condensato ne ‘La Costituzione spiegata a mia figlia‘ (Einaudi). 

 

Scegliendo però fra un’infinità di titoli sulla Repubblica e sul 2 giugno, il dito indica tre di essi, diversissimi nei contenuti, lontani nel taglio della narrazione, apparentemente slegati fra di loro. Conoscere il susseguirsi dei fatti, prima di tutto, è importante. Ecco allora che può venire in soccorso ‘Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere DC (Laterza) di Antonio Gambino: l’autore ha scritto una vera “storia” ma lo ha fatto con l’occhio del giornalista, attento ai fatti e alle persone, ai retroscena, alle tensioni complesse di pochi mesi che portarono l’Italia dal buio della guerra a quella che molti credevano essere una luce piena della repubblica e che,invece, si rivelò essere l’inizio di una vicenda complessa, che di fatto viviamo ancora oggi. Gambino, quindi, da buon cronista (nel 1955 fu tra i fondatore de ‘L’Espresso’), ripercorre fatti e battaglie, fatterelli e conquiste che, appunto, traghettarono il nostro Paese in un’epoca nuova eppure densa del passato. E, proprio attorno al 2 giugno, racconta in poche pagine dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III, dei giorni di Umberto I Re di maggio, del voto del 2 giugno, dei risultati e della tensione seguenti, della partenza (quasi una fuga), del Re.

 

Tensioni e non solo libertà, quindi, prima e dopo il 2 di giugno. E poi ancora negli anni successivi. Tensioni che, riflesse nello sfaldarsi  dei moti che portarono alla Resistenza e poi alla Repubblica, racconta con poesia, realismo, colori e rumori, quasi anche odori, Carlo Levi nel suo ‘L’Orologio (Einaudi). Romanzo che davvero inizia con un orologio che si rompe e che dà l’avvio alla storia di tre giorni e tre notti nel dicembre del ’45 che cambiarono il destino dell’Italia. La fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l’inizio della crisi dei partiti liberale e azionista, l’avvento al potere di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana, e soprattutto Roma e l’Italia di allora: un complesso intreccio di avvenimenti politici e di condizioni umane raccontano con una tensione e un pathos che coinvolgono il lettore e rivelano la temperatura di una stagione traboccante di vitalità e nello stesso tempo vulnerabile di fronte a tutte le illusioni. È anche da lì che nasce l’Italia della Repubblica e l’Italia del 2 giugno. Bellissima e in qualche modo evocativa del clima vissuto da Levi, è la prima frase del libro: “La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni”. Scritto tra il 1947 e il 1949, ‘L’Orologio’ è uno di quei libri da leggere con rispetto e con attenzione. Da leggere, se si potesse, tutto in piedi come segno di deferenza.

 

Ma la Repubblica ormai è fatta e prima che di essa si arrivi a parlare di “prima” e “seconda” fase, di strategie della tensione e di Mani Pulite, è doveroso rileggere le poco meno di cento pagine che Italo Calvino ha scritto ne ‘La giornata di uno scrutatore (Einaudi). La storia di Amerigo Ormea, designato come scrutatore in un seggio elettorale a Torino nelle elezioni del ’53, è un raro esempio di grande e semplice scrittura, oltre che di testo preveggente e profondo di un mondo che c’era e c’è ancora. Perché quel seggio, che rappresenta tutti i seggi d’Italia in tutte le elezioni politiche d’Italia, non è posto in un luogo qualsiasi, ma all’interno del Cottolengo di Torino, cioè in uno dei luoghi dove la sofferenza trova alcune delle sue massime espressioni: sede di reietti, rifiutati da tutti, disgraziati per la vita, penalizzati dalla nascita, allontanati dai più. È lì che Amerigo vive la sua giornata di scrutatore, ed da lì che Calvino trae la sostanza per disegnare con le sue parole un intero mondo. Che è anche quello di una Repubblica che non è idilliaca e che comunque va avanti, non pura, certo, ma in qualche modo viva. Ed è anche il mondo di chi, in questa Repubblica, può chiedersi, così come Calvino chiede a tutti noi che lo leggiamo, fino a che punto si è uomini liberi.

 

Andrea Zaghi

 

2 giugno 2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione Riservata