Cinecensura, la mostra sui 100 anni della censura in Italia tra pin up, satira e lati B

Il 12 giugno presso il Cinema Trevi a Roma, c'è stata la presentazione di Cinecensura, cento anni di revisione cinematografica in Italia, mostra totalmente on-line promossa dalla...

E’ tutta virtuale ma permanente l’esposizione in occasione dei cento anni del regolamento attuativo della revisione cinematografica in Italia: manifesti, tagli e spot di un’Italia bacchettona. La mostra evidenzia l’evoluzione del concetto stesso di censura applicata al grande schermo, passando da severo controllo politico e sociale alla revisione cinematografica 

MILANO – Il 12 giugno presso il Cinema Trevi a Roma, c’è stata la presentazione di Cinecensura, cento anni di revisione cinematografica in Italia, mostra totalmente on-line promossa dalla Direzione Generale per il Cinema del MiBACT in collaborazione con CSC-Cineteca Nazionale. Il 31 maggio 1914 partiva infatti il regolamento attuativo della revisione cinematografica in Italia, che in questo secolo d’attività ha ampiamente esercitato il suo potere, soprattutto su temi quali Violenza, Sesso, Politica e Religione. Non a caso, questi sono i quattro nuclei tematici principali.

LA MOSTRA – Essendo totalmente virtuale, la mostra non presenta un unico percorso di navigazione, piuttosto ne suggerisce di molteplici: si può navigare per tematiche, a loro volta suddivise per sale (Temi, Protagonisti e Modi della Censura) oppure per tipologia dei materiali, ovvero Lungometraggi, Cortometraggi, Cinegiornali, Manifesti. È presente anche una sezione Testimonianze, con contributi video e una Bibliografia. Registi è la sezione con le filmografie complete di Pier Paolo Pasolini e Stanley Kubrick, omaggio a due grandi esponenti del cinema internazionale, più volte censurati. Inoltre, in Ricerca, attraverso un sistema di tag, è possibile ricercare un contenuto specifico della mostra, come ad esempio un argomento, un regista e altro ancora.

I PROTAGONISTI – Con la curiosità e un sorriso, che oggi ci possiamo permettere, scorriamo tra le sezioni della mostra e inaspettatamente (o forse a ragione?) troviamo pietre miliari della storia del cinema censurate sul tema del Sesso, tra cui Arancia Meccanica (Kubrick, 1971), Ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972), L’Avventura (Antonioni, 1960), Divorzio all’Italiana (Germi, 1961) solo per citarne alcuni, e siamo ancora lontani dall’avvento del cinema a luci rosse degli anni ’70! Per quanto riguarda la Politica, nel dopoguerra, i temi caldi che preoccupano i censori sono essenzialmente di tre tipi: l’attenzione ai temi sociali che pare a volte troppo politicamente caratterizzata, lo spettro del fascismo, presente e scomodo, e infine la preoccupazione per il buon nome delle forze dell’ordine, della politica e dei funzionari statali, che conduce a interventi su alcuni casi di satira troppo azzardata. Poi c’è il tema della Religione, con gli storici processi per “vilipendio alla religione” come a La Dolce Vita (Fellini, 1960) per la sequenza sul finto miracolo o a La ricotta (Pasolini, 1963); infine viene affrontato il tema della Violenza, come ad esempio in Scarface (Hawks, 1932), in Rocco e i suoi fratelli (Visconti, 1960), in Shining (Kubrick, 1980), in Seven (Fincher, 1995). Solo in un secondo momento la violenza diventa infatti elemento caratterizzante di alcuni generi fondamentali: il mondo movie, il western all’italiana (ad esempio Il buono, il brutto, il cattivo di Leone, 1966), il thriller sul modello di Dario Argento, il poliziesco urbano degli anni ’70, l’horror. Ed è sui film di genere che la censura appunterà, fino ai giorni nostri, il maggior numero di interventi riguardanti proprio l’eccesso di violenza.

LA STORIA DELLA CENSURA IN ITALIA – Il concetto di Censura lo si ritrova laddove la volontà artistica di espressione incontra l’intenzione governativa di controllo. La pratica censoria ha sfiorato la letteratura, il teatro, la pittura, senza dimenticare, inevitabilmente, il Cinema.
La Censura cinematografica nasce quasi contemporaneamente alla diffusione, in Italia, della Settima Arte e precisamente con il Regio Decreto n. 532 del 31 maggio 1914, attraverso cui viene approvato il regolamento per l’esecuzione della Legge Facta, fissando, così, la fisionomia dell’ordinamento censorio nazionale. La Censura ha dunque abbandonato, nei decenni, molti dei suoi connotati intrinseci: dal ruolo di severa vigilanza politica, morale e religiosa (non a caso prima era il Ministro stesso che firmava di suo pugno i documenti), oggi le Commissioni di Revisione Cinematografiche hanno conservato dal passato, soprattutto, l’attenzione alla tutela dei minori che assistono alle pellicole.
Attraverso la mostra, infatti, si è voluto sviluppare proprio questo aspetto, ossia quanto e come uno strumento statale, come quello della Censura, abbia agito su ciò che poi sarebbe diventato l’immaginario collettivo italiano e di un “certo modo” di fare cinema in Italia, offrendo a tutti la possibilità di poter accedere direttamente, senza mediazione alcuna, a molto di quel prezioso materiale conservato presso gli archivi della Direzione Generale per il Cinema e che consiste in carteggi originali elaborati dai più grandi registi italiani e mondiali, istanze popolari di ritiro di pellicole allora considerate “oscene” dalla morale corrente; ricchi scambi epistolari tra produttori, enti di settore, Ministero, sino alle liste dialoghi di pellicole passate ma anche recenti. L’intervento censorio sui manifesti cinematografici, per un quindicennio circa dalla fine della guerra, è all’insegna di una società bacchettona e occhiuta, allergica alle guêpières e sospettosa dei décolletés. Si ricorre a un quadratino bianco apposto alle immagini “provocatorie”, stratagemma che nell’ambiente viene definito «mettere le mutande ai manifesti», dirette discendenti delle “braghe” dipinte nel XVI secolo da Daniele da Volterra su incarico della Chiesa per censurare i nudi “scandalosi” nel Giudizio Universale di Michelangelo.

15 giugno 2014

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