Stefano Crupi, “In Italia la meritocrazia non esiste”

Stefano Crupi torna in libreria con "A ogni santo la sua candela". Un romanzo ambientato a Napoli, in cui lo scrittore ha racconta un'Italia fatta di soprusi e ingiustizie
Stefano Crupi torna in libreria con "A ogni santo la sua candela". Un romanzo ambientato a Napoli, in cui lo scrittore ha racconta un'Italia fatta di soprusi e ingiustizie

MILANO – Dopo il grande successo di “Cazzimma” (2014), lo scrittore campano Stefano Crupi torna in libreria con un nuovo romanzo, “A ogni santo la sua candela“, sempre ambientato a Napoli che racconta uno spaccato d’Italia in cui vengono affrontati temi importanti come quello dell’occupazione e del ruolo dei giovani all’interno della società. Stefano Crupi affronta senza ipocrisie un tema di grande attualità, l’Italia della corruzione e delle raccomandazioni. In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, abbiamo quindi parlato con l’autore per conoscerlo meglio e per affrontare nei particolari i temi trattati all’interno del libro.

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Parto con chiederle la definizione di “Cazzimma”, a lei di origine campana e che ha scritto un libro di grande successo dal titolo omonimo…

E’ un termine molto difficile da tradurre in italiano, ma si può rendere attraverso alcune parafrasi. La “cazzimma” è soprattutto la cattiveria che viene fatta nei confronti di un’altra persona, generalmente più debole, con la semplice motivazione di dimostrare di essere più forti, senza uno scopo palese. Oggigiorno, in ambito agonistico, si intende l’agonismo, la grinta, la cattiveria sportiva.

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Il suo nuovo romanzo “A ogni santo la sua candela”, vista la stessa ambientazione, lo intende una sorta di prosecuzione del precedente? 

Napoli, attraverso le storie che popolano i suoi quartieri, è una realtà che mi affascina. C’è una grande differenza tra questo e  il mio primo romanzo. Due protagoniste di età diverse coinvolte in storie differenti. Sisto di “Cazzimma” finisce nel vortice dei comportamenti devianti della periferia di Napoli, mentre Ernesto vuole differenziare dai ragazzi che fanno parte del suo quartiere accorgendosi però che non si può del tutto cancellare l’ambiente in cui si è cresciuti. “Cazzimma” è un romanzo che racconta una mentalità e “A ogni santo la sua candela” racconta come da questa mentalità sia difficile uscire.

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Le storie che racconta sono vere o sono frutto di fantasia? 

Non posso negare che il materiale da cui si parte per scrivere sia sempre popolato da storie vere che ti giungono all’orecchio, come dei racconti che senti per le strade. Grande fonti di aneddoti raccontati nel libro arrivano da mia madre [Ride]. Poi il percorso dello scrittore diventa imprevedibile. Parto dalle storie vere per romanzarci sopra.

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Hai mai pensato di scrivere un libro completamente diverso da quelli che hai scritto? 

Si ci sto pensando. Anche di ambientare un romanzo in un’altra città. Anche se fino ad ora ho sempre raccontato storie che partivano dall’ambiente napoletano. Non sono nato a Napoli, quindi ho vissuto la città con gli occhi di un casertano. Proprio per questo sono riuscito a raccontare Napoli con gli occhi di uno “straniero”, da persona esterna posso raccontare con un distacco maggiore ciò che accade.

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Con quali obiettivi hai scritto questi romanzi? 

Penso che un libro debba raccontare una storia, ma che allo stesso tempo abbia un contenuto. Ovvero che debba raccontare un tema di attualità, che riguardano uno scrittore deve essere impegnato, guardare la realtà e descriverla. I miei libri non sono di denuncia, ma sono pura narrativa che può certamente contenere degli spunti di riflessione. La voce narrante è portatrice della stessa mentalità dei personaggi che racconta, la mentalità dell’autore.

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Esiste un modo per allontanare i ragazzi dai giri malavitosi in cui vengono trascinati soprattutto in quelle zone? 

La risposta è semplice, ma di difficile attuazione. Basterebbe uno stato che faccia rispettare le regole e invece ciò non accade. A Napoli non c’è la presenza dello stato, non c’è nessuno che faccia rispettare le regole. La delinquenza nasce là dove ci sono delle fasce di povertà e queste fasce di povertà si formano dove non ci sono gli sbocchi lavorativi. A Napoli si lavora il doppio delle ore lavorative che in Italia, ma si guadagna la metà. Viviamo in un Paese completamente spaccato, viviamo in un Paese che non è uno, ma due messi insieme. Poi ci sono numerose associazioni cattoliche che si impegnano nell’affrontare la mafia, senza la presenza dello stato.

 

Perché hai iniziato a scrivere e quali sono stati i tuoi autori di riferimento? 

Ho sempre scritto, all’inizio racconti, poi romanzi. Consiglio a tutti di pubblicare, però, in età matura, così che non ci si debba pentire di quello che si è scritto [Ride]. Per quanto riguarda i miei autori preferiti, ho avuto un sacco di innamoramenti. Un periodo in cui ho amato Borges, poi Dostoevskij, poi Anton Čechov e Pirandello, potrei continuare all’infinito. La lettura ti riserva sempre delle sorprese, puoi sempre incontrare autori che ti possono sconvolgere.

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Per finire, pensi che lo Stato faccia abbastanza per risolvere i problemi di disoccupazione che attanagliano il nostro Paese? 

Penso che l’Italia sia fondamentalmente un Paese non meritocratico. Questa è la sua pecca più grande che l’ha fatta diventare l’ultima in Europa. Gli studi dicono che già fra 5 anni saremo al 27° nella classifica delle potenze economiche mondiali. Questo si spiega soprattutto col fatto che ci sono posti che sono occupati da persone che non sono in grado di svolgere il loro lavoro. In questo caso ogni parte del sistema è una parte malata. Ci sono raccomandazioni non per bravura, ma per conoscenza. All’estero avviene il contrario.

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