Carlo Gabardini, “Nel mio libro parlo con mio padre e gli dico tutto quello che non sono mai riuscito a raccontargli su di me, la mia omosessualità, la mia vita.”

Abbiamo intervistato Carlo Gabardini, autore di “Fossi in te io insisterei” (edito da Mondadori). Attivo come attore e autore in ambito televisivo, cinematografico e teatrale, in questa sua prima fatica letteraria Gabardini si cimenta con un tema di forte impatto emotivo...

Abbiamo intervistato l’autore, attore e – ora anche scrittore – Carlo Gabardini. Il suo libro “Fossi in te io insisterei” (Mondadori) è una lettera aperta al padre scomparso: per recuperare un rapporto e dire tutto quello che non c’è stato modo di dire

 

MILANO – Abbiamo intervistato Carlo Gabardini, autore di “Fossi in te io insisterei” (edito da Mondadori). Attivo come attore e autore in ambito televisivo, cinematografico e teatrale, in questa sua prima fatica letteraria Gabardini si cimenta con un tema di forte impatto emotivo: il superamento della morte del padre. L’autore scrive una lettera emozionante, che diverte e che commuove, in cui ripercorre il proprio rapporto con la figura paterna, venuta a mancare nel 1999. Un’occasione per osservare il vissuto comune da un’altra prospettiva, per dire tutto quello che non è mai stato detto. Per fare coming out. Non tanto per quanto riguarda la propria omosessualità – “Non è un libro sull’omosessualità” ci tiene a precisare Gabardini -, quanto piuttosto sul prendere in mano la propria vita e dedicarsi a ciò che davvero si vuole dalla vita.

 

In questo libro lei scrive a suo padre per non interrompere il dialogo, perché avete ancora molte cose da dirvi…

“Fossi in te io insisterei” è sostanzialmente una lettera a mio padre. È morto nel 1999 e da allora si è trasformato in una sorta di voce che mi si è impiantata in testa. Il giorno del funerale mi sono detto che il dialogo tra noi due non sarebbe finito così, ma sarebbe proseguito. Così ho iniziato questo dialogo fittissimo durante la stesura di questa lettera. Ho questa sensazione che mio padre mi giudichi, che non gli vada bene mai niente. In realtà, ricostruendo la quotidianità delle nostre vite, devo riconoscere che mio padre era molto meglio della voce che mi si è impiantata in testa. Quando gli dissi che non avrei fatto l’avvocato, ma che avrei provato a diventare un attore, alla fine mi disse “Va bene, fallo.” Quando mi bocciarono e gli dissi che mi sarei iscritto a legge, lui mi incoraggiò: “Fossi in te, io insisterei.” In generale ritengo che mio padre (tutti i padri, in verità), finché c’è stato, ha trasmesso un sistema di regole che poi veniva mediato e interpretato di volta in volta attraverso la sua persona. Quando poi è venuto  a mancare, questa mediazione è scomparsa ed è rimasto solo un dogma freddo e vuoto. Senza la testimonianza di mio padre, la regola sembra quasi ingiusta. La voce di mio padre è sempre presente e io non riesco quasi più a distinguerla dalla mia.

 

Ripensando – a distanza di tempo e di esperienze – al rapporto con suo padre, com’è cambiata la sua percezione?

Mentre scrivevo il libro il rapporto con mio padre è cambiato completamente. All’inizio c’è una sorta di recupero di ciò che è stato, è un po’ come preparare gli scatoloni per fare un trasloco: impacchetto ed etichetto il mio passato.  Scrivendole mi sono reso conto di determinate cose. Soprattutto io avevo bisogno di salutare mio padre. La lettera è anche un’elaborazione del lutto: l’atto attraverso il quale io “uccido” mio padre per smettere di essere figlio. Dopo aver finito questa lettera, io spero di essere diventato, se non adulto, almeno maggiorenne. Devo congedarmi da mio padre e smettere di essere figlio, perché questo è l’unico modo per poter essere padre a mia volta. Un coming out che faccio in questo libro è infatti ammettere che voglio avere un figlio.

 

Uno dei temi cruciali del libro è il coming out. Che cosa significa per lei “fare coming out”?

Il discorso del coming out è ampio e fondamentale. Non è un libro sull’omosessualità. Si parla di omosessualità ovviamente. È un libro che parla di me e io sono omosessuale, quindi è naturale che l’argomento sia presente, ma voglio specificare come non si esaurisca tutto in questi termini. In questa lettera a mio padre io gli dico anche della mia omosessualità, ma affronto tutto il nostro rapporto: è un discorso molto più ampio e articolato. Il coming out non è legato esclusivamente all’omosessualità: ciascuno di noi dovrebbe fare coming out, ovvero ammettere con se stesso e con il mondo chi è, cosa vuole fare della propria vita e chi vuole essere nella propria esistenza. Può essere che così si deluderanno le aspettative di chi ci sta intorno, ma questo è normale: sono le loro aspettative, non le nostre, e noi dobbiamo prendere in mano la nostra vita. L’energia che ti dà il coming out è una spinta incredibile, è qualcosa di complicato: significa riappropriarti della tua vita, ma la cosa difficile è ammetterlo in primo luogo con te stesso, piuttosto che con gli altri.

 

Con suo padre ha mai fatto coming out riguardo la sua omosessualità?

Il vero coming out che feci con mio padre è quando presi udienza da lui a 17 anni per comunicargli che non avrei fatto l’avvocato. Fu una rivelazione anche per me, io stesso ero convinto che avrei fatto l’avvocato, penso ci fossi anche portato. Quello sull’omosessualità invece non l’ho mai fatto. Lo faccio con questa lettera e gli dico che è quasi fortunato, perché farlo in assenza è molto più difficile per chi lo fa. Però lui ha la fortuna di avere risposte a domande che magari, di persona, non avrebbe avuto il coraggio di pormi. Mi chiedo sempre come avrebbe reagito. Un giorno l’ho chiesto al mio padrino, che ha più o meno la stessa età e lo conosceva bene. Secondo lui, mio padre era intransigente con se stesso ma molto permissivo con gli altri. Mi manca non averlo fatto. Quello cui magari si pensa meno, oltra alla difficoltà di fare un coming out, è anche la difficoltà nel ricevere un coming out. Penso che con mio padre questa cosa l’avrei capita molto prima. Quando fai coming out significa che c’è qualcosa di molto importante per te, se no non staresti a parlarne, e che in pratica è come se avessi tenuto nascosto. Tu stai dicendo di essere cambiato: è normale che serva un periodo di assestamento da entrambe le parti per assorbire la novità; periodo che può durare da pochi secondi ad anni.

 

Com’è stata questa sua prima esperienza di scrittore?

Sono diversi anni che gli editori mi propongono di scrivere un libro. All’inizio non ho neanche preso in considerazione la possibilità perché avevo la netta sensazione che volessero il libro di Olmo (personaggio della sit-com “Camera Cafè” per cui Gabardini è particolarmente noto al grande pubblico, ndr) ed è una cosa che non mi è mai interessata. Un po’ forse perché ho anche una sorta di timore riverenziale nei confronti dell’oggetto libro, mio padre ne era un grande cultore e appassionato. In un secondo momento pensavo volessero il libro di quello che ha fatto coming out, e neanche questo mi andava a genio. Questo libro è qualcosa che comunque avrei scritto prima o poi, con o senza editore. L’ho fatto quando è diventata una mia urgenza personale. Una volta che sono arrivato a dire “Voglio scrivere questa lettera”, la prima cosa che ho detto è “Io non so se ne esco vivo. Se mi date una deadline, non sono certo di riuscire a rispettarla”. Ho iniziato tra luglio e agosto a scribacchiare qualcosa, rileggendo i miei diari di tutta una vita. Dal 15 settembre invece mi sono barricato in casa e non ho fatto nient’altro. Uscivo solo il sabato e la domenica per andare a lavorare in radio. Senza orari, solitario. Io dormo molto poco, quindi è stato un periodo del tutto sregolato. Non pensavo di esserne capace. Invece mi sono imposto:  “Adesso tu ti metti qua e scrivi di tuo padre. Gli dici tutto quello che avresti sempre dovuto dirgli.” È stato molto spontaneo, non c’è stato un calcolo del tipo “prima devi mettere questa scena, poi devi mettere quell’episodio per creare più tensione e conflitto, quindi inserisci questo per distendere…” Ho scritto così come mi è venuto ciò che avevo da dire. È stato come rinascere. Molte cose che ho spiegato e molte sensazioni che ho raccontato le ho capite per la prima volta scrivendole, quindi è stato tutto molto presente, molto diretto. Mi sono fatto dei gran pianti.

 

A chi vorrebbe fosse diretto il libro? Chi le piacerebbe aiutare con questa sua esperienza?

Sono molto stupito perché questo libro ha incontrato le reazioni più disparate dalle persone più disparate. Alcuni sono prevedibilmente toccati dal tema di fondo, la perdita del padre. Ma molto spesso la questione che più i lettori prendono a cuore è il fatto di appropriarsi della propria vita, di ritornare a vivere, di fregarsene del giudizio degli altri, di smetterla di aspettare. Io vorrei che questo libro portasse le persone a rompere gli indugi, a chiedersi: “Ma se voglio fare una cosa, perché non smetto di pensarci e la faccio sul serio?” Ed è questo che mi fa più piacere, perché questo libro è stato il mio tentativo di raggiungere una maturità. Penso sia utile a chi ha bisogno di fermarsi, fare un passo indietro e riflettere sulla propria vita.

 

5 maggio 2015

 

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