Lettera di Mauro Artibani

Lettera di Mauro Artibani

Caro signore che fai la spesa,

si, dico a te.
La faccio breve: i Sociologi, quelli che più parlano di te, dicono: “Questa è gente comune, prodiga e mai sazia!”
Viziosi quindi, dimenticando che proprio in quel vizio sta la virtù che fa crescere l’economia.
Proprio così: Tu che pur di cibarti vai sovrappeso, che per abbigliarti vesti alla moda che passa di moda, che per andare da qui a lì magari acquisti un Suv; sì, proprio tu che con la spesa che fai generi i due terzi della crescita, lasciando ad altri il resto; tu sei quel Signore, altrimenti chi altro?
Proprio la tua spesa e quella dei tuoi pari, sommata a quella pubblica e quella fatta dalle imprese per gli investimenti, fino alle loro scorte fanno il Pil.
Questo fai, questo sei, in barba a quel sociologismo che ti chiama scemo e ti ficca in un cul-de-sac; nonostante quei politici, confusi tra lucciole e lanterne, che invece di rappresentare la tua forza organizzano uffici per la tua tutela; malgrado quegli economisti che, fermi al passato, ti pensano bisognoso di acquistare.
A voler esser pignolo fai ancora di più: quando acquisti trasformi quelle merci in ricchezza, quando le consumi spingi le imprese a dover nuovamente produrre, fornisci continuità al ciclo produttivo, dai forza alla crescita economica.
Altro che scemo da tutelare: badante dell’economia, non più badato!
Nel libro “Professione Consumatore” mi sono fatto mentore di uno come te, poi l’ho spedito a investigare l’economia, giù in mezzo alla crisi. Un posto difficile dove uno tenace trova vigore e… quando il gioco si fa duro non si si tira indietro. Sì, insomma, comincia a giocare. D’azzardo.
È fatto così.
Lo muove un tormento, anzi due: Se a chi lavora mancano i soldi per acquistare quel che si è prodotto e chi acquista ha già tutto, il meccanismo dello scambio si blocca.
Con lo stesso tormento domanda: Perché il mercato non ha fatto prezzo del valore di quella mancata domanda? Poi insiste: Perché non si è trasformata in offerta?
Cerca le cause di tal inefficienza, le vede nelle vecchie regole che ancora governano il mercato.
Molti indizi lo mostrano, altrettanti fatti lo dimostrano: le imprese producono più di quanto vendono, bruciando il valore della merce, minano la crescita. Il lavoro, che non genera reddito adeguato ad acquistare tutto il prodotto, non rigenera lavoro. A quelli del credito mancherà il credito. I consumatori orfani di reddito, ignudi di credito, costretti in stand-by: l’economia che ha funzionato fin qui con il debito non funziona più!
Cosciente di stare a ridosso del baratro, risoluto stringe le chiappe, va avanti. Uno, due passi, al terzo urla un nuovo paradigma: Vi è più valore nell’esercizio del consumare che in quello del produrre!
Come dargli torto se quelli che consumano occupano il centro della scena produttiva; se per restare al centro acquistano ben oltre il bisogno, se lo fanno fino a indebitarsi, insomma se, se, se…
Dopo quattro, cinque, sei passi si china, si calma; riflette. A terra traccia linee poi d’un tratto mette a fuoco il fatto, chiude il cerchio, scrive l’Economia dei Consumi. Poi fa ancor di più, detta le regole che regolano quest’economia, compila un sillabario di 102 voci per dare consigli a chi l’abita, l’usa, ci guadagna.
Dopo aver detto e scritto, da buon empirista fa le pulci agli ideologi della vecchia economia fin quando scorge, in una agitata assemblea sulla crisi, alcuni economisti che sventolano testi di dottrine scadute.
Li prende di petto: Voi con le vostre dannate ricette avete proposto stimoli in tutte le salse per dare spinta ai consumi. Si, si chiamano ricette di reflazione, per lo più a debito, per il timore che tocchi ai prezzi scendere per sostenere gli acquisti.
Poi scaglia un anatema: Per sostenere i prezzi si è fatto esplodere il debito, per rimettere il debito occorrerà far esplodere i prezzi, riducendo ancora il potere d’acquisto!
Loro sbarrano gli occhi, lui sbatte la porta e li lascia lì.
Qualcosa si muove sul fronte occidentale: c’è chi sta con le Imprese, lui con i Consumatori.
Lui pure lo è, ne cerca altri per fare squadra; ne trova tanti, tutti: quelli attrezzati, quelli disgraziati; quelli sapienti e quelli insipienti. Sceglie.
Si allea con tizi che recitano a soggetto l’esser Piccì.1
Vede, non una Maria qualsiasi, una speciale che manipola il valore dalla merce perchè faccia due volte prezzo.
Incontra un gruppo a responsabilità illimitata che organizza la domanda per istillare produttività sociale nell’offerta.
Banchetta con quelle famiglie che guadagnano spendendo e spingono le imprese alla concorrenza per scardinare rendite.
Ha incontrato pure chi per mestiere pensa e fa propositi: aggredisce routine, smonta inerzie; trasforma il non-sense del compra-compra in ristoro mentale ed economico.
All’ingresso dei supermercati vede gente che mostra ad altra gente quanto sia necessario fare esercizio di enigmistica per svelare l’arcano che può celarsi dietro un acquisto.
Un altro gruppo, con tanta gente dentro, propone un mix: quelli che appiccicano il suffisso “sharing” dappertutto dettano il programma, quelli della “finanza solidale” ne confezionano lo svolgimento, quelli che usano l’usato fanno il resto, et voilà aumentano il valore della domanda.
Si interessa persino a uno Young Prosumer. Dice cose che non t’aspetti: se troppo ricchi non spendiamo tutto, se poveri spendiamo oltre il tutto; questo squilibrio impalla l’economia. Keynesiano dell’ultima ora impreca la pessima allocazione della ricchezza, propone di ridefinire le quote di consumo tra gli operatori.
Per tenerli insieme, con l’orgoglio del ruolo, elabora il “Decalogo del Professional Consumer”
Solo dopo aver rimosso i pregiudizi ed aver instillato orgoglio, li convoca. Si vedono, discutono, fanno tardi, poi convergono, infine convengono di fare squadra attrezzando un ordine professionale, quello dei Piccì: scrivono la premessa, poi definiscono i principi generali, li fissano in trentatré articoli; in settantacinque commi definiscono i modi dell’esercizio professionale, qualche codicillo chiude il cerchio. Il tutto ficcato dentro un codice deontologico.
Appagato? Macché, quando scopre di non disporre del denaro sufficiente per acquistare tutto quel che vende il mercato scorge pure di non avere bisogno di acquistare quel tutto. Prima prova un imbarazzo di ruolo, poi fa quattro conti ed esulta: Hanno più bisogno le Imprese di vendere che io di acquistare!
Ha intravvisto, nel farsi reale l’inverosimile, la possibilità di fare affari. Sì, la possibilità di vendere la domanda a chi non riesce a vendere l’offerta. Per dare un tono al tutto redige pure il Business Plan, lo allega.
Vi mancano i denari sufficienti per fare la spesa?
Aderite! Si fa impresa per commerciare la nostra mancata spesa. Ci sarà chi vorrà acquistarla, si potrà riattivare il potere d’acquisto.
Dopo l’ordine, insomma, mette in scena lo sconquasso.
Cambia le carte in tavola, attrezza una Corporation di consumatori che gestiscono e vendono le risorse, impiegate per confezionare la domanda, cose dell’altro mondo!
Così, quando il sistema produttivo, aggregando la funzione del consumo, da aperto si fa circolare e continuo, quel potere d’acquisto, da grazioso sostantivo si fa verbo imperativo: Potere!
Pregno di tanto forza, se finora ha dato colpi al cerchio, uno lo rifila pure alla botte: c’è chi ha troppo, tanto che spende meno di chi ha meno che spende tutto!
Li sgrida: così si sottraggono risorse a quella crescita economica, quella buona per tutti, ancor più per chi ha meno.
Né padri né padrini, insomma non fa sconti, questo mi piace di lui; seppur non mercatista rivendica con forza il giudizio dell’alta corte del mercato per quei nuovi equilibri che ha intravvisto.
Appunta intanto la sua requisitoria: Se le imprese sono incapaci di generare ricchezza e quelli del credito generano debito, restano i Consumatori a generare la crescita: la domanda comanda.
Bene, il Capitalismo dei Consumatori si rende possibile. Si candida a comandarlo, per andare oltre la crisi, mettendo a punto il “Manifesto per la crescita economica”. Lo scrive chiamando a collaborare quelli di Ikea, quelli di Metro News, di Groupon; i gestori degli Outlet, persino Airbnb e Uber, è il mondo alla rovescia!
Non pago, infine, mostra l’inverosimile e lo recita: “La crescita economica si fa con la spesa, non con la produzione, né con il lavoro! Quest’obbligo ci fa Signori del mercato.Tutori della crescita, altro che bisognosi di tutele!”

 

 

© Riproduzione Riservata
Commenti