Lettera di Stefania Cerutti – #CaroTiScrivo

TITOLO: Epitaffi per non morti non viventi

Amatissimo mio,

il tuo cuore è straziato, mi scrivi, il mio è solo triste e rassegnato, il respiro è leggero, la rabbia si placa, un poco alla volta, con l’azzurro del cielo.
Mi abituo alla tua assenza, al tuo amore tiepido, alle tue bellissime parole vuote.
Non sei morto, non posso di certo dedicarti il Funeral Blues di Auden; eppure eri il mio Nord, il Sud, l’Oriente e l’Occidente, il mio tempo, le mie parole, il mio canto.

Ho creduto che fosse Amore, imprevisto, inarrestabile, proiettato verso l’eternità.
I was wrong.

Ti ho evocato come immagine di altra vita, prima ancora di incontrarti e di stamparti le mie labbra addosso senza una parola.
Ho immaginato di versarti una tazza di bancha alla ciliegia, inginocchiati su un tatami, con fendenti di sole che, filtrando dalle persiane, si proiettavano sul muro della stanza come una collezione ordinata di katane di luce.

Ti ho raccolto nella mia vita, tu che ti definivi un lago gelato, una salma, un non morto.
Ho provato in ogni modo a trasmettere gioia, calore, affetto e comprensione, tutto quello che mi chiedevi con quegli occhi di perla di fiume al cui sguardo non ho mai saputo resistere.

Ti ho regalato tutta l’anima che avevo, i miei libri preferiti, nella speranza che potessero rigenerarti. Ho forzato la mia paura, quando mi hai portato nella tua casa priva di emozioni, nel tuo letto infame di consorte, nella tua vita confusa e rabbiosa, nel tuo soffrire per la mancanza di spazio e tempo per te stesso.

Eri il mio giorno e la mia notte, la voce con cui dialogavo nel silenzio, il silenzio carico di parole di uno sguardo.

Ora dici che non puoi non amarmi ma non puoi essere vivo.
Come si può, se non solo come gioco insipido di parole, amare e non vivere o vivere e non amare?

Vorresti essere felice per sempre, ma non riesci a comprendere il mio “bene piccolino”, che a te pare un amore incalcolabile, non riesci a combattere per difendere il tempo di una conversazione, la felicità di una sera, l’incanto di un bacio sotto la pioggia, la magia di notti strappate al sonno nel febbricitante consumarsi di corpi e anime.

Non c’è spazio nella tua vita neppure per il mistero di una lacrima, nel momento stesso in cui, entrambi, abbiamo avuto l’illusione che una bambina, Leonora, ombra materica non ancora delineata, ci prendesse per le mani.

Il mio cuore si è fermato. Non mi servono più le stelle, non ho gli occhi per vederle; le spengono lacrime, come stoppini di una candela alla vaniglia consumata.

Non voglio più sentire la brezza marina e la salsedine sulla pelle, perché in quell’aria c’è la tua presenza e la tua storia di bambino mai cresciuto sulla sabbia.

Non so più cosa è importante, vorrei solo dimenticare, riuscire a lasciare andare tutti i ricordi, soprattutto le emozioni belle, perché di certo le abbiamo condivise insieme, ma tu non ci hai voluto credere.

Rimarrà una canzone, quando la voce tornerà a cantare, quando gli occhi torneranno a guardare nel mondo.

Rimarrà l’amarezza del male che non puoi combattere, il male di chi sceglie l’inconsapevolezza, l’ipocrisia, la menzogna, il perbenismo, il lasciarsi trascinare nelle cose senza mai fermarsi ad ascoltare la propria voce interiore che urla la verità. La tua immagine rimarrà a lungo sul mio schermo e nei miei occhi, l’immagine più schietta e pulita che la rete mostra di te.

Io scelgo dolorosamente ogni giorno di camminare verso la luce, il mio demone custode mi accompagna, un’umana deliziosa mi ascolta e mi incoraggia nei momenti di grande sconforto.

L’abbandono non è l’emozione di chi rimane, amore mio, ma di chi parte.
Mi accorgo quanto sia più doloroso per me che, non potendo scegliere altrimenti, decido di riprendere il mio viaggio, da sola, appesantita dalla vita che ho vissuto con te.

Senza rimpianto, perché tutto quello che mi hai permesso di amare e vivere di te, con te e per te, l’ho vissuto e amato a piene mani.

Addio.
S.

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