Lettera di Patrizia Vittoria Rossi – #CaroTiScrivo

Chiunque tu sia, permettimi di chiamarti “amico” e di darti del “tu”.

Caro amico,
Sono un uomo che trascorre quel poco tempo che gli resta, guardando fuori dalla finestra della casa di riposo che lo ospita. Da qui si scorge il mare, a lui ho pensato di affidare i miei ultimi pensieri.
Sono le considerazioni di un vecchio, di un uomo che sente arrivata la sua ora, che ha rimesso l’orologio, che ha sorseggiato il suo caffè con calma, e che si è concesso un ultimo bizzarro gesto.

In compagnia del mio pensare, ho percorso a piedi nudi la terra, ho attraversato cieli mutevoli e, ora, ti ho raggiunto, per mare, ovunque tu sia.
Ho creduto di poter imbottigliare un pensiero prima che svanisse la fragranza delle parole stesse.
I messaggi in bottiglia sono, sovente, richieste di aiuto. Nel mio caso sono solo considerazioni che sottraggo al silenzio della morte.
Chissà se hai sogni stanchi addormentati sulle spalle curve, oppure giovani sorrisi tutti da vestire di vento.
Chiunque tu sia, a te son giunte le mie poche righe, fatte di pensieri viaggiatori e non naufraghi.

Ho avuto parole per graffiare cuori, per fuggire e per tornare; parole di cui mi sono ricoperto nei momenti densi di bisogno.
Sto morendo… e mi compiaccio!
Ho percorso ogni angolo del mio essere uomo. Sono pronto a spogliare del corpo la mia anima e a sentirmi libero: oggi più che mai ho bisogno di parole per nominarti “erede”.

Vorrei affidarti l’assenza dei perché; le cose accadono e non esiste una spiegazione per tutto.
Ti lascio una domanda senza risposta per abituarti a chiedere senza ottenere.
Ti affido le mie debolezze che mi rendono fragile in balia del mondo che mi ospita, perché tu non ti senta il solo.

Avevo il desiderio di viaggiare e quello di parlare con un amico, il mare li ha esauditi, è tempo di volare, ho domandato al cielo ed ora attendo…
Grazie per aver accettato la mia visita

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