Lettera di Emanuela Ferrari

Lettera senza occasione

Questa lettera non te la scrivo per un’occasione particolare, ma solo per catturare il pensiero che stanotte mi ha condotto, come il filo di Arianna, fuori da altri labirinti più tortuosi. Una volta mi hai detto che quando dormo, rido. Scommetto che stanotte è andata così. Perciò voglio raccontarti come, a volte, quando sono serena, mi capita di cadere nel buio del sonno con un lumino acceso che mi guida … ma lo farò riproducendo il flusso dei pensieri, dunque non ostinarti a cercare chissà quale percorso logico.

All’inizio della nostra storia pensavo che tu fossi un ragazzo molto carino, sveglio, simpatico,e che, magari, qualcosa di buono dalla nostra frequentazione potesse saltarci fuori. Ti pensavo come un’adolescente che fantastica su tutte quelle ignote emozioni che dovrebbe svelare una storia d’amore. Ma quattro anni e mezzo fa probabilmente non sapevo cosa volesse dire “amare”; avevo scambiato il tutto per una semplice passione, per un battito di cuore, per una voce tremula al telefono, per i tre metri sopra il cielo di un demagogico Moccia. L’avevo scambiato per una tempesta del cuore e solo adesso capisco che l’amore è nascosto altrove, negli alvei del tempo che scorre, che frammenta e consuma i ricordi, i volti, le persone, ma che qualche volta sedimenta i sentimenti alla foce e costruisce isolotti destinati a restare, a resistere grazie ai loro detriti ancorati insieme.

Ho imparato ad amare, sì … ma soprattutto … ad amarTI. Col tempo. Prima non ti conoscevo davvero. All’inizio mi sembravi un tipo tutto calcetto, amici e ragazza quando capita. Certo, mi ha meravigliato che tu abbia mantenuto la promessa di aspettarmi al mio ritorno dal mare, ma chissà chi eri tu, misterioso Davide; chissà dove mi aveva portato la mia impulsività. E poi c’è stata la serata in discoteca e quel trito e ritrito pugno alla parete che mi ha fatto pensare per la prima volta che, forse, un po’ ci tenevi a me. E le prime uscite con gli amici, la prima vacanza insieme e via dicendo… dopo uno, due, tre anni ritenevo di conoscerti abbastanza bene, ero convinta di aver capito tutto di te. E invece mi sbagliavo: le parti più belle della tua persona mi si sono svelate piano piano. Con il tempo ho imparato a conoscerti e ad ammirarti. Ammirare, che bella parola! E così rara! È stato come un lavoro di ricerca dove, dal non avere alcuna idea in mente (perché, come disse Napoleone, “Non c’è nulla di più raro che un progetto”) ho ottenuto alla fine il miglior risultato. Scava scava e riscava ho trovato l’unicità del mio progetto; ho trovato l’originalità che ha distinto il mio lavoro da quello di altri. Perché la ricerca, nella tua persona, mi ha fatto scoprire che sei diverso da tutti quelli che ho conosciuto; che ragioni sempre con la tua testa e sei pieno di valori, quei valori così ignorati dalla maggior parte della gente, così calpestati. Se qualcuno non ti capisce è solo per questo. Perché è vuoto di valori. O semplicemente perché quando cerca, cerca altrove. Ma io no. Io ho trovato in te una ricchezza ineguagliabile. Ma, lo ripeto, è grazie al tempo…

Quanto tempo abbiamo passato insieme? Molto, ma anche così poco se la vita ci grazierà. È relativo, il tempo. È nella nostra coscienza che viviamo, più velocemente e poi più lentamente. È nella coscienza che moriamo. Se io mi addormento pensandoti, questo accade perché già troppe volte ho visto la stabilità crollarmi sotto i piedi, ma tu no, sei ancora qui con me e , se qualche ostacolo od errore non interverrà, tu lo sarai per sempre. Perché la stabilità che sei in grado di offrirmi non è nel tempo dell’orologio che porta avanti gli anni e fa morire gli uomini; la stabilità che sei in grado di darmi è tutta nella coscienza, nel MIO tempo interno che è anche eterno.

Io ti amo perché per me ci sei sempre stato; dal primo messaggio timido, dalla prima difficoltà. C’eri quando le mie amicizie mi cancellavano; c’eri quando ho sostenuto la prova di maturità; c’eri quando ho dato il mio primo esame; c’eri quando ti ho fatto soffrire e, anziché lasciarmi la mano me l’hai stretta più forte; c’eri quando la mia Cate è salita sulla sua stella; c’eri quando ho pianto,pianto e ripianto.

Ora, anche ora, ci sei. E mi dai l’idea che ci sarai SEMPRE. Quanta paura mi incute questa parola “sempre”; e quante coppie se la sussurrano all’orecchio per poi trovarsi da soli con niente a parte il ricordo. Io spero davvero che per noi non sia così. E che, se io sono il “gemello” più volubile, tu, quelle volte che io vacillerò (se vacillerò) mi ricorderai che due gemelli sono inseparabili, nel tempo e nello spazio; perché c’è un substrato comune, una criptofasia, un linguaggio cifrato che nessun altro può comprendere. Solo i gemelli sanno leggersi nella mente. Voglio che tu mi ricordi sempre che: io + te otteniamo due mani congiunte che sanno sostenersi nelle cadute più pericolose.

Ed è pensando a queste cose che piano piano mi sono addormentata.

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