Lettera d’amore di Maria Teresa De Vuono

La Piccola Pettirosso e i suoi semini - Racconto di Elisa Peverati

Mentre la pioggia scende fitta sul mio capo, voglio scriverti.

La mia mano annaspa alla ricerca di una penna per indirizzarti una lettera che di sicuro mai ti spedirò. Volevo dirti che è il momento di smetterla, ci siamo dilungati anche troppo. Ci siamo persi nell’irrealtà senza la consapevolezza e la lucidità di ciò che ci stava accadendo. Abbiamo smarrito il lume della ragione, e della verità.

Ci siamo estraniati in un mondo deserto, popolato da noi due soltanto. Non importa se abbiamo sbagliato, conta l’aver messo a fuoco l’errore, evitando di scendere irreparabilmente nei meandri di noi stessi. Il nostro è un non è stato. Non è stato affetto, perché non ti ho mai gettato le braccia intorno al collo. Non è stato amore, perché non passeggiavamo felici con la mia mano stretta nella tua. Non è stato bacio, abbraccio, carezza.

E neanche bocca, orecchie, viscere. Ma la vera angustia è che non è stato niente, senza accorgercene. Niente di reale, esprimibile, concreto. Niente che potesse essere sfiorato, annusato, ascoltato. Non voglio che questa pseudo storia rimanga in sospeso, desidero che termini qui. Bramo di una fine: ho rinunciato a te, oramai.

Le parole stanno precipitando come queste gocce d’acqua. Solitamente cerco il possibile di camminare in pianura, sforzandomi di rimanere aggrappata a me stessa per non smarrirmi. Una volta caduta però, risalire è sempre così difficile. E’ dunque per questo motivo che mi guardo alle spalle, nel tentativo di mancare il colpo.

Perciò è stata una buona decisione non buttarmi dal precipizio con te. Non so come saremmo stati, se felici o tristi. So, al contrario, com’è stare senza te. Ho un maggior controllo della mia vita: tutto quello che concerne la pianificazione dei progetti, l’incessante e frustrante desiderio di viaggiare, essere altrove e non qui. Tu mi costringi ad andare contro i miei categorici principi morali, al fallimento più totale, a scivolare via dalla mia esistenza per ritrovarmi con la faccia a terra.

Mi provochi un disfacimento e un dissesto personale. E’ stato un esserci e non esserci. Pertanto devo ammettere, caro F., che sei l’anti ricordo di labbra mai baciate, e di abbracci mai stretti.

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