Lettera al primo amore di Maria C. Morabito

Ricordi quando mi dicevi che ero sottile come un giunco e i miei lunghi capelli odoravano di mela acerba? Non avevamo sogni per il futuro, perché la realtà che vivevamo era già un sogno, ci bastava e niente e nessuno poteva rubarcela, ci apparteneva, andavamo avanti senza pensarci, felici di quei giorni che Dio ci aveva destinati. A sera con gli amici di sempre giocavamo a nascondino per questi vicoli oramai abbandonati; per noi era una scusa per stare vicini. Addossati ai muri come lucertole trattenevamo il respiro per non farci scoprire ed è stato in una di quelle tante sera dove le nostre sagome facevano ombra che mi hai dato il primo bacio.
Batteva forte il cuore, quello era l’amore, pulito, ingenuo, vero, l’amore capace di accontentarsi di una sguardo ed una carezza.
Mio padre diceva: Il primo amore passa, ognuno di noi ha amato così tanto per una volta sola e poi diventerà col tempo un ricordo – ma io non volevo un altro amore, non so se eri il primo o l’ultimo, tu eri l’amore della mia vita.
Quanto sono stata felice! Ma un giorno arrivasti con una lettera stretta sul petto, la tua mano la tratteneva con forza, piangevi e, non capivo il perché di quel pianto, poi la lettera scivolò per terra e le tue scarpe la calpestarono per non darmi la possibilità di prenderla e leggerla. Ti domandai cosa era successo, cosa c’era di tanto drammatico in quella lettera, chi ti avevo spedito quelle righe capace di togliere in un attimo la nostra felicità…singhiozzavi. I tuoi meravigliosi occhi verdi luccicavano come stelle, e quando riprendesti un po’ il senso della ragione hai detto di dovermi parlare.
Tu eri arrivato qui in Italia accompagnato da tuo padre assieme ai tuoi fratelli perché l’unione con tua madre stava vacillando e, per non farvi subire i loro litigi aveva deciso di farvi accogliere dai nonni. E’stato in questo arco di tempo della tua permanenza in Italia che ci siamo innamorati, convinti che mai nessuno ci avrebbe separati, ora tutto si era sistemato e tu dovevi ritornare a casa.
Ci sarebbe stato un Oceano fra di noi, e all’improvviso arrivò fino alla soglia della mia casa, freddo, profondo, pronto a portarti via dalle mie braccia.
I tentativi di farti rimanere in Italia furono inutili, le lettere si susseguivano una dietro l’altra tanto da non avere più scelta. Dovevi partire.
Cosa sarebbe stato di me? Di me così fragile ed esile che vivevo solo per te ed il nostro amore, come avrei trascorso i miei giorni senza la tua presenza? Era Ancora aprile quando giunse a noi la notizia, mancavano ancora dei mesi a settembre, e ci mettemmo a contare i giorni, le ore, i momenti, una follia!
Ma quando tutto deve compiersi, quando tutto è destinato sopra di noi nel giorno e l’ora, non ci sono preghiere o implorazioni, avviene nel modo più semplice.
Non so se i miei occhi avevano pianto prima d’allora così tanto, ma copiose scivolarono sul mio viso senza fermarsi per giorni e giorni.
Eri uscito dalla mia vita per non ritornare più. E’stato un po’ come morire, la tua presenza non esisteva, la tua assenza era vuoto assoluto, la mia ferita bruciava come due, dieci, cento, e sembrava non esistessero parole di conforto per ricucirla.
Non ho mai scritto di te, e se guardo indietro sei forse stato solo un sogno, non so nemmeno se è stato vero, pensa quanto sia ingannevole il tempo, rimuove i nostri ricordi, costruisce alibi su alibi per farci andare avanti e, arrivati ad un certo punto non ci rendiamo nemmeno conto di esserci stati in quel dolore, non ci rendiamo conto d’averlo trapassato. Ti attendevo nelle sere d’autunno seduta davanti casa mia, faceva freddo, ma io non avvertivo nulla. Smisi tanti mesi dopo ad aspettarti, quando mi resi conto di essere divenuta così magra da non reggermi in piedi, la vita, mi aveva sbattuto contro un muro, mi schiaffeggiava, rimproverava per non averla amata senza di te. Io c’ero, dovevo continuare a mangiare, bere, respirare, noi non eravamo una cosa sola come avevo sempre pensato, ma due vite separate.
Ora ho tagliato i miei lunghi capelli, fili d’argento iniziano ad incorniciarmi il viso, mi sostiene la consapevolezza, sono forte, decisa, determinata, convinta più che mai di essere sola con me stessa. Chi ci cammina accanto è solo un sostegno, ma può capitare che ci lasci la mano, non dobbiamo cadere mai sotto il peso di inutili sospiri, dobbiamo bastare a noi stessi, la nostra vita è più importante.
Il primo amore passa – diceva mio padre –
Purtroppo non solo quello, passano gli anni dell’innocenza, quella capace di farci vivere soltanto nella felicità senza andare a cercarla chissà dove, ma non ho nostalgia di te, di me, di quello che siamo stati o sono stata, non ho rimpianti, so di esserci adesso, so di poter scrivere ancora e ancora del nostro primo amore, So di poter sorridere e gioire di ricordi oramai sbiaditi ma vissuti sulla mia pelle, so di poter chiudere, riaprire ogni volta che desidero farlo le tante stanze del mio cuore, scrivere di anime amate, abbracciate e partite senza fare più ritorno.

 

Maria C. Morabito

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