Lettera a un figlio mai avuto di Emanuele Andreuccetti – #CaroTiScrivo

Quando mi fermo e ti guardo mi lascio avvolgere da un senso di tristezza e di stupore.
E’ quella sensazione ambigua che provi quando sulla tua pelle paghi l’attrito tra l’originalità e la libertà dell’altro e il desiderio che hai di vedere in lui te stesso, le cose che avresti voluto fare, il personaggio che avresti voluto essere.
Perché un figlio non è mai come vorresti che fosse ma è come è.
Ti ricordi quella mattina d’autunno sulle mura di Lucca?
Ancora la nebbia avvolgeva la città trasformandola nel paesaggio di una fiaba.
I podisti, come antiche locomotive, già fumavano per l’affanno e la fatica, mentre alcuni anziani sparsi qua e là si concedevano una pausa per scrutare oltre le mura un orizzonte non ben definito.

Mi venne in mente come, in definitiva, anche la mia vita andasse a due velocità.
Da una parte correvo inesorabilmente contro il tempo per mostrare e mostrarmi efficiente, capace di gestire le situazioni con determinazione e volontà, spesso rischiando, però, di lasciare dietro di me solo futile vapore.
Dall’altra, invece, ero costretto a fare i conti con un fisico e un carattere che mi riportavano ogni volta alla realtà lenta della vita, in cui dovevo per forza fermarmi e guardare oltre i confini e i limiti della mia consapevolezza.
La nebbia si alzò come il telo di un sipario, mostrando finalmente lo spettacolo reale dell’esistenza. Sulla destra apparvero i tetti rossastri delle case, mentre, sul lato opposto, gli spalti si misero a esporre i propri manti con le sfumature verde scuro e giallastro.
E nel mezzo c’eri tu che ti stavi aprendo un varco nella vita imparando ad andare in bicicletta.
Fu un evento meraviglioso e travolgente allo stesso tempo, perché mi resi conto della bellezza e della drammaticità dell’essere padre.
Come mi piaceva quando ti aggrappavi forte alle mie braccia sicure e robuste!

Non avendo ancora il coraggio di prendere il manubrio e guidare da solo, ti affidavi unicamente alla forza della mia esperienza. E io, contento della tua fiducia, a volte sorridevo nel vederti provare goffamente quella nuova conquista.
A volte cadevi e quasi umiliato iniziavi a piangere.
Allora la mente ritornava alle cicatrici della mia infanzia che non esitavo ad esibire trionfante come bottino delle mie battaglie.
La cicatrice è ciò che succede nel momento in cui la carne incontra violentemente qualcosa che le è estraneo.
Ed erano proprio le ferite che, sprigionando una grande quantità d’energia, mi spingevano a correre e a saltare fin quasi a distaccarmi da terra per iniziare a volare.

Memore di tali ricordi cercavo di infonderti coraggio, di insegnarti a tenere le manine sul manubrio e a guardare avanti, non i pedali, perché solochi ha ben chiaro l’obiettivo trova la strada per raggiungerlo.
Imparasti, così, a guardare avanti e ciò ti portò a staccarti sempre più da me, a dimenticarti ben presto che dietro c’ero io, tutto preso com’eri dall’eccitazione di quello che adesso sapevi fare.
Ed io ti lasciai andare anche se con una certa trepidazione. Ti lasciai andare ma non smettevo di guardarti.
Perché a un certo punto rimane solo lo sguardo come punto di contatto con un mondo che piano piano si allontana da te per intraprendere la propria strada. Resta solo lo sguardo, ed è importante che sia così, se non altro per accorgerti che nella sua storia, forse, tuo figlio qualche volta si fermerà e, voltandosi, ti guarderà quasi indispettito per il tuo procedere troppo lento.
Una foglia si staccò dal leccio.
Era l’ultima sopravvissuta al vento inesorabile dell’autunno.
Rimasta forse troppo a lungo aggrappata al suo albero era stata costretta a cedere alla forza della natura e a lasciarsi andare, accompagnata dalla brezza della sera.

La guardai cadere e una lacrima mi spuntò dagli occhi.
Quel giorno compresi che foglie e figli avevano quasi le stesse lettere e che quindi l’albero, prima di addormentarsi nel sonno dell’inverno, se ne doveva separare, costretto a lasciarle andare, spinte dal vento gelido del tempo che scorre troppo velocemente.
Anche tu, figlio mio, hai iniziato troppo presto a staccarti da me come una freccia costruita e levigata. Avevi assorbito il calore e il sudore delle mie mani, ne avevi, forse, imitato la forza e la robustezza.
Ma eri già pronto per essere lanciato contro, di fronte la vita.
Un eroe non ha dardi da collezione, non costruisce frecce per tenersele lì, sul davanzale del caminetto, come cimeli da esibire agli amici. Un guerriero sa che la vita è una lotta, per questo addestra continuamente le sue mani e le sue dita alla battaglia.
E tu, mia freccia, eri pronta per essere scagliata, per ferire e per ferirmi, per uccidere e per uccidermi.
Ma il mio sguardo non smetterà di seguire la tua traiettoria, di sussultare ad ogni caduta, di attendere il tuo ritorno, di avere la tentazione di intervenire quando ti vedrò incespicare nell’incertezza.

Ma stai tranquillo, cercherò di non seguire l’esempio del re Saul che alla vista della debolezza e dell’esilità di Davide di fronte al gigante Golia, l’avrebbe voluto rivestire dell’armatura pesante della sua protezione, delle sue paure e preoccupazioni.
No, mi sforzerò di ricordare che certi mostri li potrai sconfiggere solo dopo aver imparato che un vero guerriero non ha paura delle proprie debolezze, della propria vulnerabilità e dei propri fallimenti.
Solo fidandoti di te stesso e di Dio riuscirai a comprendere che anche con in mano un esile fionda riuscirai a trovare il mezzo e il modo per fronteggiare l’avversario.

Ti ricordi quando ti narrai la storia di Puettino?
“C’era una volta un bambino di nome Puettino che viveva in un paese non lontano dal mare. Un giorno aveva fame, ma non aveva abbastanza soldi per comprarsi qualcosa da mangiare; allora gli venne un’ idea e pensò: “Quasi quasi vado in chiesa, spazzo un po’ e magari trovo un soldino”. Spazza, spazza, Puettino trovò un soldino… Spazza ancora e trovò un altro soldino. Dopo che ebbe accumulato una bella sommetta incominciò a pensare:
“Cosa potrei comprarmi? Delle mele no, perché dovrei buttare via le bucce e i torsoli; delle noci no, perché dovrei buttare via i gusci… Ecco, mi comprerò dei fichi, così butterò via solo i gambini”.
Così Puettino andò a comprarsi dei fichi e salì su un albero, perché nessuno lo disturbasse mentre se li mangiava.
Ma l’orco cattivo sentì l’odore e si avvicinò: “Ucci, ucci sento odor di cristianucci, ucci, ucci sento odor di cristianucci, o ce n’è, o ce n’è stati, o ce n’è di rimpiattati…” e, visto il bimbo, gli disse:
“Puettino, Puettino, tirami un fichino, se no ti mangio”.
Puettino gli tirò un fichino, ma l’orco rispose: “Mi è cascato sulla piscia!”.
Allora Puettino ne tirò un altro, ma l’orco: “Mi è cascato sulla cacca, dammene uno con la tua manina, così non mi casca in terra”.
E Puettino: “No, se no mi acchiappi!”
Ma dopo varie insistenze dell’orco, Puettino, un po’ tremante e impaurito, si sporse dal ramo per dare il fichino all’orco e… zac! L’orco cattivo acchiappò il bimbetto, lo tirò giù, lo chiuse nella sua balla e riprese la strada di casa.
Cammina cammina, però, ad un certo punto all’orco gli scappò la cacca e Puettino, che pensava a scappare chiese all’orco: “Vai più là che sento puzzo… Vai più là che sento puzzo”.
Così l’orco si allontanò e si accucciò dietro un cespuglio. Puettino, intanto, fece un buchino nella balla, ne uscì fuori e la riempì di sassi, poi la richiuse e scappò.
L’orco si incamminò verso casa dicendo: “Ma quanto pesi Puettino!”
Poi cominciò a chiamare la moglie: “Mogliera, mia mogliera metti al fuoco la caldera; mogliera, mia mogliera metti al fuoco la caldera, che ho acchiappato Puettino”.
Quando l’orco arrivò a casa vide la moglie che aveva preparato un pentolone di acqua bollente. Ma quando aprì il sacco e lo vuotò dentro la pentola, il peso dei sassi fece uscire di colpo l’acqua che bruciò l’orco e la mogliera. Così Puettino tornò da sua madre e vissero felici e contenti”.
Mi ricordo nitidamente che mentre ti raccontavo la storia, tu riuscivi a catturarmi con quegli occhi profondi e luminosi che mi hanno sempre fatto venire le vertigini.
Ed io stupidamente riuscivo a malapena a scorgere l’eternità che ti abitava, la bellezza nascosta nel tuo cuore che attraverso la tua vita sarebbe diventata ben presto un’opera d’arte.

Sì, figlio mio, sono pronto a scagliarti come una freccia contro la vita, ma la vita è un grande mistero e solo se saprai avere fiducia nella tua vera essenza, senza venderti agli sguardi degli altri, riuscirai a vincerla e a goderne.
E il mio cuore si contrae in uno spasmo di dolore, anche se so che è il dolore di un parto.
Vedo che per la maggior parte della gente l’uscita dall’infanzia significa la lenta perdita del dono di saper parlare con gli animali, di vedere l’angelo custode e di lasciarsi guidare da lui, di aver terrore dei rumori della notte che tradiscono i passi di fantasmi e di mostri orribili. E, purtroppo, man mano che gli occhi si abituano alla vista, imparano a corazzarsi contro lo stupore.
L’ho visto succedere anche a me e vorrei non accadesse a te.
Desidererei che la meraviglia non lasciasse mai i tuoi occhi e che attraverso le ferite della vita tu potessi guardare sempre oltre con la scaltrezza dei poeti.

Mi vengono in mente gli artisti che hanno composto le opere più belle proprio nel momento in cui stavano vivendo un’esperienza di grande dolore. Penso, per esempio, a Dante che ha scritto la Divina Commedia in un periodo difficile della sua vita. Gli amici l’avevano tradito e abbandonato, era stato esiliato dalla sua amata Firenze. E lui che ha fatto? Si va proprio a perdere in una selva oscura, che lo porterà a contatto con i propri avversari interiori. Oppure a san Francesco che scrive il suo Cantico nel punto più drammatico della malattia. O anche al popolo ebraico, che ha iniziato a scrivere alcuni libri della Bibbia proprio durante l’esilio, l’esperienza più buia della propria storia. Sono tutte “Terre di mezzo” interiori attraverso cui è stato possibile mettersi alla ricerca del significato e della forza dell’esistenza.
Ma l’opera d’arte, il disegno della tua vita riuscirai a scorgerlo solo fermandoti e guardandoti dentro e attraverso.
La storia di un uomo è come un fiume.

Ferita che separa il terreno su cui passa, trae il suo futuro dalle montagne del passato, da una sorgente che si trova già lì e di cui, poi, ne porta, per chissà quanto tempo, i vari minerali e il sapore. Ancora giovane s’impone con la forza all’attrito delle rocce, correndo velocemente dai pendii e saltando dai dirupi. Per crearsi un letto su cui giacere deve, in seguito, apprendere l’arte di combattere contro terreni resistenti, affrontare la vertigine di salti incredibili, fare i conti con la paura e l’incertezza di sentieri sotterranei causati dalla fragilità del suolo. Ma una misteriosa forza che gli proviene dal futuro lo spinge sempre più a valle con l’irruenza e l’impetuosità dei primi momenti di vita. Non sa ancora dove lo porterà quel cammino, si fida solo della corrente che lo sta spingendo verso l’ignoto. Solo quando ce la fa a raggiungere la pianura, è costretto a cedere alla resistenza del terreno, imparando a vivere ad un’altra velocità e donando, lungo il suo procedere lento, segni di fertilità e di vita.

Ti ricordi quel giorno in cui riuscii a prenderti in contropiede?
Ormai eri diventato un giovane che stava finendo le scuole superiori.
Lo starti di fronte si era mutato per me nella lotta di Giacobbe contro l’angelo al torrente Jabbok. Una lotta dalla quale si esce solo feriti.
«Che ci facciamo in Piazza dei Servi?» Mi dicesti con aria sorpresa ma anche preoccupata.
«Ti sei mai accorto di questa lapide?». Ti risposi indicando una piccola lastra di pietra posta sulla facciata della chiesa, accanto alla porta maggiore.
«Adesso siamo venuti a commemorare qualche morto?». Mi rimbrottasti con tono provocatorio
«Leggi e basta. Lo sai il latino, no? Lo studi a scuola».
« “Balene, pistrici, delfini e gli altri mostri dell’oceano e del nostro mare, qualunque tu hai, o Nilo, qualunque ne annovera il mirabile Gange, questa sola bestia vi dà testimonianza. L’apertura della bocca e la costola dimostrano la vastità del rimanente corpo. Il mare toscano la gettò sul lido di Lucca nell’anno di salute 1495. Nicolao Tegrimi pose”. Beh? Che significa?».
«Significa che un certo Nicolao Tegrimi trovò sulla spiaggia lucchese, a Viareggio o a Bocca di Serchio, la carcassa di una balena che il caso aveva portato fin lì dai mari del Nord. E sai che fece? La appese sulla facciata di questa chiesa! Ti puoi immaginare lo stupore e la paura dei lucchesi alla vista di questo orrendo spettacolo! Come la notizia si sia sparsa per le campagne arrivando fino alla montagna: “a Lucca ci sono i mostri, a Lucca ci sono i mostri!”. Ti parlo del 1495, tre anni dopo la scoperta dell’America! Chi l’aveva mai visto un “mostro” del genere? Chissà quali presagi, quali pensieri può aver suscitato nella mente dei lucchesi. Addirittura fu vietato ai bambini l’accesso alla piazza per evitare inequivocabili spaventi».
«Tutto qui? E abbiamo fatto tanta strada per questa storia?»
«Vedi, quando ho scoperto l’esistenza di questa lapide, ho pensato a te. – ti risposi mentre c’incamminavamo verso piazza San Martino – Ho pensato che è inevitabile che sulla riva della tua vita possa approdare qualche mostro, qualche fatto che ti possa atterrire, o paura perché non hai mai visto una cosa così orrenda proprio dentro di te. Può darsi che questo mostro ti si presenti dall’esterno, dal freddo mare di qualcuno che vuole solo farti del male, che vuole impadronirsi della tua sensibilità, della tua luce, del tuo affetto.
Sai, è successo tante volte anche a me nella vita. Ho visto in faccia tante esperienze terrificanti, tanti momenti in cui volevo scappare, volevo fuggire da ciò che ero e dall’immagine che avevo scoperto dentro di me. Un mostro che un bel giorno si era arenato proprio sulla spiaggia della mia consapevolezza, proveniente da mari lontani nel tempo, carichi di incontri particolari, di pesi ricevuti, di fallimenti subiti.
Quando, però, lessi per la prima volta questa lapide capii una cosa! Potevo fare come Nicolao: esporre il mostro sulla piazza. Ed è quello che ti suggerisco di fare. Non tenerti il peso di questo mostro, non lo rinchiudere dentro la tua stanza interiore. Esponilo, fallo apparire alla luce del sole. Ti ricordi la favola di Puettino che ti raccontai quando eri piccolo?».
«Oh Babbo, ci risiamo? Certe storie non fanno più per me. Non dici sempre che, ormai, sono grande?»
«Hai ragione però ogni storia nasconde sempre una certa verità che supera i confini del tempo! Puettino, all’inizio, ha fatto lo sbaglio di cedere alle richieste dell’orco ed è finito coll’entrare nel suo sacco. Se ti lasci travolgere dalla vita considerandoti sempre una vittima degli eventi, attirerai solo degli orchi che tenteranno di mangiarti! Puettino, invece, ad un certo punto ha smesso di piangere, di considerarsi uno sciocco, di lamentarsi e accettando la situazione ne ha tratto vantaggio. Si è tranquillizzato e da dentro il sacco ha iniziato a valutare le possibilità di fuga. È difficile, lo so, ma cerca d’imparare subito la scaltrezza di Puettino. Perché la scaltrezza è la virtù di coloro che non si lasciano sottomettere dagli eventi e non si danno per vinti finché non trovano una via di scampo. Le situazioni che vivi se accolte, possono diventare opportunità per capire ciò che la vita ti sta chiedendo per sviluppare le tue qualità».
«Che passi concreti posso compiere per sviluppare la scaltrezza?».
«Io l’ho imparato sulla mia pelle ogni volta che ho avuto il coraggio di esporre il mostro, che è una metafora per dire che per me è stato utile scrivere ciò che mi è capitato.
Ho messo nero su bianco ciò che stavo vivendo: Che cosa sentivo nel corpo fisico? Quali erano i miei pensieri? Che cosa provavo a causa dei pensieri? Che cosa avevo fatto durante e dopo? Ecc…
In questo modo, qualche volta, ce la facevo a far scaturire dal brutto evento vissuto il farmaco che mi poteva guarire.
Quando non mi veniva fuori nulla, cercavo di esercitare la pazienza, perché, si sa, la vita ha i suoi tempi.
Solo quando il frutto era maturo riuscivo a scorgere il seme da cui si sarebbe sviluppato il passo successivo da compiere.

Avevo imparato questo atteggiamento dall’agricoltore: egli aspettava pazientemente la crescita del piccolo granello che aveva gettato sulla terra. Dormisse o vegliasse, di notte o di giorno, il seme si apriva spontaneamente per dare vita a una nuova pianta.
Quindi, a suo tempo, se avrai avuto la pazienza operosa di chi sa tenere aperto il cuore all’inaspettato, vedrai che la mano della vita si aprirà e ti donerà quel farmaco di cui hai bisogno per proseguire il tuo cammino verso la tua interiorità.
E anche se tale trasformazione si presenterà ai tuoi occhi con la debolezza e l’insignificanza di un movimento di pochi millimetri negli strati profondi della scorza interiore, stai pur certo che avrà la forza di provocare uno spostamento di prospettiva capace di suscitare intorno a te un terremoto devastante!
Sì, scrivi tutte le cose che ti accadono.
Non scrivere giudizi, non serve a niente se non ad essere un giudice inappellabile e una vittima che non può essere redenta.
E poi rendi continuamente grazie.
Questa opera di custodia e di tessitura ti aiuterà ad uscire da quel labirinto in cui cercheranno di rinchiuderti per sacrificarti al mostro».
Tra un discorso e l’altro, eravamo giunti davanti alla cattedrale di san Martino, dove fummo attratti da un insolito disegno posto ad altezza uomo su un pilastro del portico. Era un labirinto scolpito su un unico blocco di pietra con accanto un’iscrizione recante la frase:”HIC QUEM CRETICUS EDIT DEDALIS EST LABERINT HUS DED(U)-ONULLUS-S VADER- E QUIVIT QUI FUIT INTUS NI THESE-US GRAT-IS ADRIAN-E STAMI-NE IUTUS”(Trad.: “Questo è il labirinto costruito da Dedalo di Creta, dal quale nessuno entratovi poté uscire salvo Teseo grazie al filo di Arianna”).

Non mi scorderò mai le tue parole, quando iniziasti a commentare quella frase.
«Ho fatto un tema a scuola su questo mito. Ho scritto che qualche volta l’uomo rischia di perdersi dentro un labirinto fatto di mille cose da fare e di mille personaggi da interpretare, smarrendo la propria identità e il senso della vita.
Per non rimanerne schiacciato, allora, inizia a sacrificare al Minotauro le proprie energie, mostrandosi sempre all’altezza della situazione e allontanando dalla propria quotidianità ogni esperienza del limite data dal proprio corpo o dalle situazioni esistenziali che lo circondano.
Ma in questo dramma ogni strada intrapresa sembra sbattere contro un muro o entrare in un vicolo che apparentemente si mostra come via d’uscita ma che poi, in realtà, era solo un inganno che non portava a nulla.
Come uscirne, allora, e con quale esito?
La mitologia ci consegna la storia di Icaro e Teseo.
Il primo, imitando il padre Dedalo, si costruì delle ali artificiali e tentò di volare. Ma, nonostante gli avvertimenti del genitore, si fece prendere dall’euforia delle altezze e, volando sempre più in alto, si avvicinò troppo al sole. Il calore fuse la cera, e il nostro provetto aviatore finì per cadere nel mare dove morì.

Quella di Icaro è, in verità, l’esperienza di tutti coloro che, fuggendo da se stessi, bruciano in fretta le tappe della crescita, trovandosi troppo presto dentro nuove esperienze senza sapere, però, che strada abbaino percorso e senza averne acquisito la sapienza.
Sono coloro che vogliono incollare le ali al bruco, avendo l’illusione di farlo volare senza tutte quelle noiose tappe che invece servono per crearsi il bozzolo, morire e trasformarsi, dopo il giusto tempo, in una splendida farfalla.
Quanti ridicoli bruchi con ali di farfalla viaggiano, tutt’ora, per le nostre strade!
Ammantati di titoli, con le agende stracolme di impegni e di attività, con qualche “pasticca” in tasca e con attaccata addosso l’illusione di essere usciti dal vuoto della monotonia quotidiana. Persone che sì, riescono a volare, a distaccarsi dal labirinto, ma, non avendo acquisito il senso del limite, dato dalla sapienza della vita, sono destinate a finire il loro volo inesorabilmente nel mare della solitudine e della depressione.
C’è però un’altra strada che si può percorrere.
Quella segnata da Teseo che, invece, combatte contro il Minotauro e riesce a vincerlo.

Lo stare di fronte alla vita l’ho imparato stando di fronte a mio padre. E’ una continua lotta nella quale non si risparmiano colpi dolorosi.
Ma solo in questo modo l’avversario si trasforma in un complice che ti viene posto davanti per aiutarti a scoprire le tue fragilità.
L’ho capito quando ho iniziato a fare arti marziali. L’altro deve studiarti bene per conoscere i tuoi punti deboli e lì colpire. Ma questo aiuta a rendere consapevole anche te di quelle ferite per trasformarle in feritoie. E’ per questo che alla fine della lotta facciamo l’inchino. Ringraziamo l’avversario per averci aiutato a conoscere qualcosa in più di noi stessi anche se è stato molto doloroso!

Penso sia questa la strada che permette all’uomo di non fuggire da se stesso, ma di avere il coraggio e la costanza di lottare contro i mostri che lo abitano, permettendo alla fine l’apertura di una via d’uscita che porta alla libertà.
Solo se si è capaci di rimanere dentro la battaglia si può scorgere il proprio filo d’Arianna.
Diventando ubbidienti alla sapienza del tempo e avendo la pazienza di raggomitolare la nostra anima sfilacciata attraverso il racconto, è possibile non rimanere rinchiusi dentro il labirinto, ma di elevarci e vedere la vita da una prospettiva diversa».
All’udire quelle tue parole mi venne la tentazione di abbracciarti, ma quando feci per avvicinarmi tu ti ritraesti.
In quel momento capii che era giunto il tempo di lasciarti volare.

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