La lettera d’amore di Giuseppe Mazzini a Giuditta Bellerio

MILANO – Durante l’esilio in Francia in seguito al fallimento dei moti del 1831, Mazzini ebbe una relazione con la nobildonna repubblicana Giuditta Bellerio Sidoli. Anche Giuditta fu costretta a fuggire in Francia, infatti, per gli stessi motivi, dove conobbe Mazzini a cui si legò sentimentalmente. Le idee e le azioni politiche di Mazzini contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano e la stessa Giuditta partecipò alla fondazione del giornale politico “La Giovine Italia”, assumendone il ruolo di responsabile e contabile. Il loro amore è contrastato dall’impegno politico di entrambi che li costringe spesso a fuggire in luoghi diversi. Si scriveranno però per tutta la vita. Ecco una lettera tratta da “Antologia Amorosa

 

“Giuditta, la mia Giuditta – che io possa dirti una volta nella mia lingua, nella tua lingua che mi sei cara, che ti amo disperatamente, che ti amo ogni giorno piú, che né tempo, né altro farà mai che io t’ami meno, che penso a te sempre, sempre, che sogno di te – che vivo per te – che ti ricordo come un prigioniero la patria, e la libertà, che da te sola mi vien gioia, e dolore; – che t’ho amata, e ti amo come né posso dirti, né tu, perdonami, puoi intendere, né forse è bene che tu intenda. – Cara tanto, Angiolo mio, di’, m’ami tu ancora? – potresti dirmelo ancora con vera gioia? un mio bacio ti farebbe piacere, e tu dandomi un bacio, un lungo bacio, vedresti sfumar tutto, tutto dimenticheresti, tutto fuorché il nostro bacio? Se tu sapessi, Giuditta, con che profonda melanconia ti dico queste cose: se tu sapessi come mi vien voglia di piangere, di piangere tanto, scrivendoti ! – vedi, v’è tanta devastazione nella mia anima, che tu, se avessi potuto vederla tutta questa mia anima, come io te la recava quella notte quando tu mi dicesti: ah! resta, quando io ti diedi un bacio sulla testa, ti ritireresti oggi di spavento. – Era un amore la mia anima, era un bacio, era un profumo che io voleva versar tutto a’ tuoi piedi – ora è una rovina – una landa inondata, un deserto, sul quale la vegetazione non viene che a tratti, qua e là, sparsa, interrotta. – Ho sofferto tanto, – ho pensato tanto – ho sentito tanto, te, me, il mio avvenire, la fatalità, le angoscie di quella disperazione, – non violenta, non tempestosa, – contro la quale, quando si ha un’anima forte, si reagisce, si lotta, si vince; ma di quella fredda, muta, sorda, che stilla a gocce sul core, che oggi s’impossessa d’una parte di te, domani d’un’altra, finché l’ha tutto; ti domina, t’investe, ti diventa destino, natura, vitalità! Ma ti dirò di me un’altra volta ma non oggi, non oggi che mi pare di parlarti per la prima volta dopo tanto tempo, non posso che dirti cara, mandarti i miei baci e la mia carezza e domandarti la tua – e stringerti al mio core. Oh! Se tu sapessi come batte! Addio – addio – ti abbraccio.”

Giuseppe 

 

 

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